Dalla rassegna stampa Cinema

Addio a Bini, lanciò Pasolini nel cinema

La storia – I tempi d’oro, le sfide alla censura, le nozze con la Schiaffino. È morto poverissimo

MILANO — Fu l’anima della nouvelle vague del cinema italiano Anni 60 e storico produttore di Pasolini. È morto ieri all’ospedale di Tarquinia dov’era ricoverato, Alfredo Bini, livornese, classe 1926. Era il bersaglio della censura. Contro la quale nel ’69, dopo l’ennesima polemica (per Satyricon di Polidoro) scrisse un pamphlet titolato «Appunti per chi ha il dovere civile, professionale e politico di difendere il cinema italiano».

Con Rosanna Il matrimonio nel 1963 tra Alfredo Bini e Rosanna Schiaffino. I due divorziarono nel 1980. L’attrice è morta proprio un anno fa: il 17 ottobre 2009

Aveva ottenuto due anni fa la pensione della Legge Bacchelli, è finito in miseria e dimenticato, aiutato da pochi amici. Eppure era stato fra gli uomini di punta del nostro cinema d’autore. Meno potente di celebri tycoon come Ponti e De Laurentiis, Bini fu il producer del rinnovamento, colui che lavorava con nuovi talenti inediti (lo scrittore di Ragazzi di vita), girava inchieste scomode ( Comizi d’amore, I nuovi angeli di Gregoretti sulle nuove generazioni), metteva sul set gli intellettuali (Missiroli e Arbasino per La bella di Lodi), all’estero sceglieva maestri cinefili e raffinati ( Lancillotto e Ginevra di Bresson). I legami coi registi, se funzionavano, li chiamava veri «matrimoni»: «Ma ci vuole lealtà e buona fede oltre che professionismo».

Le lotte contro l’invasiva censura dc del periodo sono negli annali con scandali anche erotici-esotici ( Bora Bora e Il dio serpente). Ma quando lavorò al romanzo di Brancati Il bell’Antonio che divenne un bellissimo film di Bolognini con Mastroianni, l’allora ministro dello spettacolo Folchi gli mandò una lettera in cui lo si avvisava che per il buon nome dell’Italia il film, se l’avesse fatto, non sarebbe mai uscito (perché il protagonista è impotente): ma nel frattempo La dolce vita aveva rivoluzionato le carte. Preveggente, Bini aveva rilevato il primo film di Pasolini rifiutato dalla Federiz di Rizzoli e Fellini: «I casini di Accattone a Venezia erano previsti, scontati, ma mi stupì la calma apparente di Pasolini fra sputi, grida, insulti: era una personalità tormentata e autodistruttiva». Lo seguì per molti anni, produsse Mamma Roma, ma non era d’accordo sulla Magnani (e concordò una riduzione forte sulla paga).

Quando mise in cantiere Rogopag, oltre al difficile rapporto con Godard, il sequestro dell’episodio-capolavoro di Pasolini La ricotta, rovinò commercial mente il film: «Pasolini, testardo, volle dare il nome del pubblico ministero Pedote al personaggio più viscido della storia. Litigammo e lui mi rispose con una poesia».
Bini sul set aveva le antenne, era capace di giochi di prestigio: per La viaccia fece girare quasi tutte le scene di Belmondo da solo, poi col montaggio gli fu affiancata la Cardinale; le location catanesi del Bell’Antonio furono scelte con un lungo giro in taxi col regista: miracolo dell’artigianato e dell’intuito. Seguiva la lavorazione giorno per giorno lasciando piena libertà.

Un self made man. Nel ’45, giunto a Roma, fa di tutto: il figurante, l’amministratore, la comparsa per Germi, il direttore di produzione, fonda la cooperativa Arpa. Eravamo alla vigilia del boom italiano e il cinema cambiava pelle. Bini puntava su intellettuali, letterati, uomini scomodi. La Corruzione di Bolognini da Moravia fu tra i film dati in dote alla moglie Rosanna Schiaffino, sposata nel ’63 in chiesa e rilevata dalla scuderia Cristaldi, che tentava allora lo star system all’americana. L’attrice era nota per una mamma onnipresente e fu chiesto al produttore come andava con la suocera. «Benissimo. Sempre gentile, tanto che una sera che Rosanna era scappata, fu lei a riportarla a casa in taxi». Creò occasioni per la sua signora, come La Mandragola con Totò. «Il principe prese solo 4 milioni, era in crisi, ma gli diedi l’altra delle ultime due soddisfazioni: Uccellacci e uccellini dove non capì nulla di quel che faceva Pasolini, mi guardava incredulo ma si fidava: aveva solo paura del corvo del film che tentava di beccarlo agli occhi».

Il finale di partita di Bini, che era stato anche commissario straordinario del Centro sperimentale nel 94-95 e direttore del Mifed, fu triste: stava poverissimo e da ultimo malatissimo a Pescia Romana, dove sarà sepolto. La sua ex moglie, Schiaffino, morta esattamente un anno fa, si era risposata con l’industriale Giorgio Falck che aveva adottato la loro figlia Annabella. Ma il toscano Bini rimane padre di una fetta originale ed innovativa del nostro cinema: è tra quelli che per una vita hanno goduto ad andare controcorrente.

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