Dalla rassegna stampa Personaggi

Pasolini a Catania "LA CITTÀ È UNA GOMORRA FEROCE"

Nel ´73 lo scrittore-regista venne in Sicilia per i sopralluoghi de “Le mille e una notte” ma rimase deluso dalla perdita d´identità soprattutto da parte dei giovani. E su “Playboy” espresse la sua critica

“Giovani impazziti o ebeti o nevrotici vagano per le strade coi capelli irti o svolazzanti Sono paghi dell´imitazione perfetta di un´altra cultura”

All´inizio degli anni Settanta, Pasolini decise di lavorare alla realizzazione di un film liberamente ispirato a Le mille e una notte. Cominciò quindi a viaggiare per i paesi africani alla ricerca di giovani che potessero offrire, da attori non professionisti, i loro volti esotici e sanamente primitivi alla pellicola che lo scrittore voleva realizzare, alla sua particolarissima maniera, sulla scorta della famosa raccolta di fiabe. Girando per la l´Etiopia, l´Eritrea, lo Yemen, Pasolini notò come le culture arcaiche e tradizionali di quei paesi, specialmente nelle aree rurali, si stavano avviando pericolosamente al tramonto, e lasciando il posto a comportamenti e mentalità che, in ragione di una modernizzazione volta all´accrescimento del benessere economico e ispirata a modelli occidentali, sembravano rinnegare tout court il passato, sia nelle tracce materiali (architettoniche e urbanistiche) significative e belle sia nel retaggio di «abitudini considerate degradanti e vergognose».
Una trasformazione molto simile, a giudizio di Pasolini «sta accadendo anche nel meridione italiano, specialmente in Sicilia», dove «l´acculturazione da parte del centro è ormai completa: la cultura marginale, particolaristica, è distrutta e non produce più modelli». Così, lo scrittore, giungendo nel ´73 a Catania, anche qui alla ricerca di attori per il film e di luoghi per ambientarvi qualche scena, osserva una città «in frantumi». «Giovani impazziti, o ebeti o nevrotici – scrive Pasolini nel suo diario di lavoro, che appronta per documentare le fasi preparatorie all´uscita del film, e che pubblica in una sua prima parte nel ´73 sulla rivista Playboy, col titolo Le mie “Mille e una notte” – vagano per le strade di Catania coi capelli irti o svolazzanti, le sagome deformate da calzoni che stanno bene solo agli americani: vagano con aria soddisfatta, provocatoria, come se fossero depositari d´un nuovo sapere. Sono, in realtà, paghi dell´imitazione perfetta del modello di un´altra cultura. Hanno perso la propria morale, e la loro arcaica ferocia si manifesta senza forma». E se la gioventù del luogo gli sembra in preda all´alienazione, conseguente alla perdita dell´identità, allo stesso modo, il cuore antico della città, gli appare privo della sua più autentica anima: è il caso, per esempio, del «quartiere delle Finanze, un tempo sfolgorante di luce e di bellezza fisica degli antichi corpi siciliani, che tace in un abbandono sinistro». «C´erano centinaia di puttane alle porte – ricorda Pasolini – come una casbah, tra quelle misere casette del Settecento o dell´Ottocento, e, insieme alle puttane, trionfanti, gli invertiti. Se ne stavano appoggiati coi sandali d´oro alle porte delle loro stamberghe, altezzosi, riservati, sdegnosi, e pronti a tutto. E i clienti venivano umilmente a trovarli; e se essi non possedevano una di quelle stamberghe, stracolme di luce – con la loro carta da parati pulita e la loro mobilia che ostentava un diverso e ben più raffinato tenore di vita rispetto a quello delle puttane – ecco che i clienti li facevano salire sul loro motorini, e alla fine, dopo l´amore consumato in un prato, sporco della sporcizia antica, li salutavano con una paterna stretta al sganascino. Ragazzini e già adulti, a causa della saggezza della povertà, oltre che della forza del loro sesso».
Un mutamento antropologico arrivato a rilento sin nelle remote periferie siciliane ha traviato la sana cultura popolare, tollerante e rispettosa della socialità e delle diversità, inoculandole il virus dell´egoismo individualista e del perbenismo ipocrita, e con evidenza si vedono i suoi effetti, nota Pasolini. E a Catania «già alle dieci di notte c´è il coprifuoco; le strade, coi loro vecchi palazzi consunti e i nuovi palazzi sfolgoranti sulle strade secche d´immondizia di fango, sono percorse solo dalla polizia. Per prima cosa, la furia si è abbattuta sugli omosessuali. Del passato recente e rinnegato essi erano la forma più facile da distruggere. Sono stati bastonati, accoltellati, spogliati, uccisi, perseguitati, non se ne vede più uno in tutta la città. Quel piccolo mondo di Sodoma è stato distrutto da una Gomorra feroce ricalcata su Milano».
Però, constata amaramente Pasolini, «il modello del centro – propagato dalla televisione – non è raggiungibile da un ragazzo siciliano che vede così aumentare il suo tratto di inferiorità», con la conseguenza di farlo precipitare ancor di più «nell´ignoranza e nella malattia sino all´ebetudine».
Una Catania, quindi, quella che vide e descrisse nelle sue note Pasolini, nel ´73, che l´omologazione, favorita dalla pervasiva diffusione della televisione e della pubblicità industriale che veicolova modelli consumistici, stava stravolgendo e mutando in negativo: e tanto più feroci erano le osservazioni di Pasolini su quelle che riteneva le tristi condizioni della Milano del sud quanto più frequente e vivace era stato il legame con la città jonica: tanti eventi e appuntamenti avevano condotto Pasolini a Catania: nel ´68 da giurato al premio Brancati, aveva subito, assieme a Moravia e alla Maraini, dure contestazioni da parte della destra catanese, per la scelta di premiare il saggio di Michele Pantalone, Antimafia: un´occasione mancata; nel ´69 aveva girato, nella valle dell´Etna, il primo episodio di Porcile, dovendo affrontare anche una denuncia da parte del pastore Giovanni Longo che lo accusò d´essere il responsabile della morte di cinquanta pecore del suo allevamento, a suo dire sbranati da alcuni cani che Pasolini aveva usato per una scena del film e che poi aveva imprudentemente abbandonato: i cani, infreddoliti e affamati s´erano introdotti nell´ovile del Longo e avevano sbranato le pecore.
Ancora, a Catania, nel ´70, lo scrittore aveva invano cercato di convincere il calciatore del Bologna, Giacomo Bulgarelli, per il quale nutriva una vera e propria adorazione (secondo Sergio Citti ogni volta che lo vedeva «sembrava che vedesse Gesù») a recitare ne I racconti di Canterbury, film di cui intendeva girare le scene finali, quelli dell´Inferno, alle pendici dell´Etna: lo scrittore andò a trovare Bulgarelli in un albergo della città alla vigilia dell´incontro calcistico Catania – Bologna, parlò a lungo con lui ma non lo persuase a diventare attore.

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