Dalla rassegna stampa Libri

Suor Agata Clausura e sensualità: la storia di una monaca nell’ultimo libro di Simonetta Agnello Hornby

… la presenza degli ordini religiosi nel Mezzogiorno introdusse anche una forma di emancipazione femminile…

Igesuiti li chiamavano «los indios di para ca». Eppure la presenza degli ordini religiosi nel Mezzogiorno introdusse anche una forma di emancipazione femminile. Sembra un paradosso ma non lo è come ci racconta Simonetta Agnello Hornby. Palermitana di Londra (ha sposato un inglese e fa l’avvocato degli immigrati a Brixton) firma per Feltrinelli «La monaca», un romanzo storico che si muove sulla rotta Messina-Napoli. Emancipazione? «Proprio così. I conventi dove le ragazze aristocratiche finivano per mancanza di dote erano sì luoghi chiusi ma rappresentavano anche un’alternativa a matrimoni non voluti in cui sarebbero diventate schiave. Leggere, dipingere, fare dolci, esprimere la loro creatività era possibile sia pure in un hortus conclusus ».

Chi è la sua monaca, e perché viene a Napoli?

«Agata, o Agatuccia come la chiamo io, deve rinunciare al suo amore per un borghese siciliano perché dopo la morte del padre rimane senza dote. La madre, donna Gesuela, decide di portarla a Napoli dove spera di ottenere una pensione dal re. Una pensione che oggi diremmo sociale e che in siciliano chiamiamo ‘aiuti picciriddi’». Invece? «Finisce nel monastero benedettino di San Giorgio Stilita dove si intrecciano amori, odi, rancori, gelosie, passioni illecite e vendette. Qui è spettatrice anche di orrori. È per questo che ho preferito chiamare questo luogo claustrale con un nome finto».

Perché, qual è il convento reale cui s’ispira?

«San Gregorio Armeno, che all’epoce seguiva la regola benedettina».

Quali sono questi orrori di San Gregorio Armeno?
«L’alterigia della nobiltà si rifletteva tale e quale nel convento e le lotte dinastiche potevano produrre molti danni morali e materiali. Frequentissimi erano fenomeni di mobbing, per così dire. E poi c’erano l’amore e il sesso con i confessori». Casi isolati o costume diffuso? «Era piuttosto frequente che le monache seducessero i preti. Il fenomeno assunse dimensioni tali che nel Settecento re Carlo proibì alle monache di fare regali di un certo valore ai confessori. Questi erano poverissimi e cedevano facilmente. Qualche volta accadeva anche che fossero i preti ad adescare».

La trama è complessa: ci sono viaggi, avventure e un ritorno in Sicilia dove Agata scopre un nuovo modo di vivere la spiritualità.

«Più sensuale e primitiva se vogliamo. In una zona remota dell’isola scopre Cristi che sembrano Marlon Brando e sente che l’amore per Dio e quello per l’inglese di cui intanto s’è innamorato non ha nulla di diverso. Così non trova strano provare piacere pensando al suo uomo lontano…».

Poi c’è un rapimento, una conversa lesbica…

«Sì. L’aspetto sensuale è strettamente legato a quello spirituale».

Siamo nella prima metà dell’Ottocento e Agata è anche un’eroina risorgimentale. L’unità d’Italia centocinquanta anni dopo vista dalla Sicilia, anzi da Londra.

«Mio padre non mi ha mai perdonata per aver sposato un inglese. E questo perché gli inglesi aiutarono Garibaldi nella sua impresa. Eroica sì, ma dalle conseguenze disastrose per il Mezzogiorno. Quell’annessione fu frettolosa e maldestra e favorì la crescita della mafia. I picciotti si allearono con i patrioti e iniziò il controllo dei voti. Fu imposto un sistema tributario da gente che non capivamo e che non ci capiva. Furono fatte fallire le industrie del Sud per favorire quelle del Nord e s’impose la leva militare di cinque anni. Le famiglie vennero private dei loro uomini e andarono in rovina. Furono espropriati i beni degli ordini religiosi e azzerate le Opere pie che costituivano ‘ammortizzatori sociali’. E la cosa più grave è che non fu proposta alcuna alternativa. Da qui il collasso di quella società. Il caso Fiat a Pomigliano d’Arco inizia da lì».


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