Dalla rassegna stampa Cinema

James Ivory, «Quella sera dorata» - I miei film, il racconto delle cose vissute

…Nella vecchia villa, sontuosa e molto «vecchio stile», il giovane conosce il fratello gay dello scrittore, tipo pungente e di fragile malinconia – Anthony Hopkins. Vive insieme al fidanzato, che ha preso con sé giovanissimo, il giapponese Peter…

James Ivory è un signore leggiadro, parla con voce elegante alla stampa (noi) che incontra dopo la proiezione del suo Una sera dorata, in sala dal prossimo 8 ottobre. Film elegante per un romanzo, di Peter Cameron (Adelphi) elegante, anzi sembra che Ivory, regista dai raffinati gusti letterari, era l’unico capace di portarlo su uno schermo. Lui sorride e replica: «È stato molto divertente girare questo film, come credo si capisca guardandolo. Mi piaceva la leggerezza del romanzo, con il suo lieto fine, le coppie che si compongono seguendo l’onda del sentimento … Però la letteratura non è la mia sola fonte d’ispirazione. Quasi tutti i miei primi film raccontavano storie a loro contemporanee, specie quelli che ho girato negli Stati uniti o in India … È negli anni Ottanta che inizia il mio legame con la letteratura, con i romanzi di E. M. Forster … ». Difatti il film con cui si diploma al Master di cinema della Southern University in California è un «doc», Venice: Theme and Varations, come il suo secondo film The Sword and The Flute, nel quale racconta le miniature indiane presenti nelle collezioni americane di successo. Venezia e l’India dunque, due luoghi «fondamentali» nell’ immaginario «esotico» almeno di un americano quale è James Ivory, che nel tempo si è divertito a creare l’equivoco di un’«identità» molto inglese.
E all’inizio dell’avventura ci sono già insieme a lui Ismail Merchant, con cui fonda nel ’61 la Merchant Ivory Production, e Ruth Prawer Jhabvala, sceneggiatrice dei suoi film (questo segna la loro ventiquattresima collaborazione).

Ma torniamo a Quella sera dorata – Ismail Merchant nel frattempo non c’è più, è morto nel 2005. C’è un giovane professore di letteratura, Omar Razaghi (Omar Metvally), poco dotato per l’insegnamento e abbastanza in crisi rispetto alla sua vita professionale e sentimentale. La fidanzata (Alexandra Maria Lara) è invece molto determinata, sa sempre cosa fare, è brillante e lanciata nella carriera universitaria. Sarà lei a spingerlo a partire per l’Uruguay e a conoscere la famiglia di Jules Gund, lo scrittore su cui il ragazzo sta lavorando. Gund si è suicidato, lui vorrebbe scrivere la sua biografia, gli eredi si oppongono ma per Omar il progetto è determinante ai fini del suo futuro ..
Nella vecchia villa, sontuosa e molto «vecchio stile», il giovane conosce il fratello gay dello scrittore, tipo pungente e di fragile malinconia – Anthony Hopkins. Vive insieme al fidanzato, che ha preso con sé giovanissimo, il giapponese Peter. La vedova di Gund, Caroline (Laura Linney), aspra e ostile, la giovane Arden (Charlotte Gainsbourg), ragazza sperduta alla quale Omar si sente subito vicino, con cui Gund ha avuto una figlia, Porzia, bimbetta saputella e fin troppo adulta. Vivono tutti insieme, dire in armonia sarebbe eccessivo… Intorno si muove una fauna abbastanza classica di esiliati d’oro, anch’essi icone di un altrove, la «vecchia Europa» in cui si rispecchiano tra feste, piscina e pettegolezzi. La stessa che sognano quei vecchi filmini su Venezia che il fratello dello scrittore conserva, memoria dei genitori fuggiti dall’Europa nazista perché ebrei, o la gondola che avevano fatto costruire per riempire la loro nostalgia e che ora è chiusa nel garage.
Dice Ivory: «Se dovessi riassumere il senso dei miei film direi che sono il frutto delle cose che ho visto e vissuto nel corso degli anni. Raccontano le esperienze, i luoghi, gli incontri di tre persone, io stesso, Ismail Marchant e Ruth Prawer Jhabvala». Dove sarà allora, su quale punto della carta geografica sentimentale dei regista questo Uruguay remoto anche se siamo oggi, pieno di uomini dal machismo elegante, orizzonti infiniti, sospeso in un tempo che sembra non muoversi mai?
E lo sguardo di Ivory si limita a scrivere nelle immagini le parole – la «traduzione» cinematografica è molto rispettosa come dice lo stesso regista – o cerca qualcos’altro? Il cast sono tutti attori nuovi per lui se si eccettua Anthony Hopkins. «È stato molto bello ritrovarlo, è un attore straordinario, che ama lavorare con gli altri attori. Per questo film, che ha un tono piuttosto corale, era perfetto. Ci eravamo lasciati ai tempi di Surviving Picasso. era stato un film complicato, lui non era contento del suo lavoro». E Hopkins e il personaggio che incarna sembra il solo di quella famiglia verso il quale Ivory prova una compassione, forse per la paura discreta della vecchiaia che nasconde in un bicchiere di whisky in più e nell’ironia verso i tentennamenti o la troppa determinazione altrui. A Mosca, a Mosca ripete alla cognata che vuole fuggire da quella palude, vorrebbe andare a teatro o vedere una mostra. Troppa fatica dice lui. E non è solo citazione colta, i personaggi di Cecov erano immobili, fermi, passivi come loro. No, non sembra amarli Ivory e si diverte in questo esotico luogo rovesciato a disseminare tracce false per noi spettatori. Infine ritroveremo le «cattive», le due bionde a cui lascia l’ultima parola. Vuoi vedere che erano loro le più simpatiche?

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