Dalla rassegna stampa Teatro

“Mamma mia! L’Italia impazzirà per il musical”

Chiara Noschese, protagonista della versione italiana del successo degli Abba: “Broadway? Non è così lontana”

Mamma mia!, siamo diventati tutti musicaldipendenti. Con il dovuto ritardo, l’Italia è di colpo Broadway o il West End (vabbé, non esageriamo: diciamo allora un teatro Sistina moltiplicato). Ma se adesso il musical è il Dio del botteghino, la sua profetessa, qui da noi, si chiama Chiara Noschese, che i musical all’italiana li ha fatti (quasi) tutti. Figlia d’arte, cioè di Alighiero indimenticabile e indimenticato per chiunque sia cresciuto guardando la Rai in bianco e nero sì bella e perduta, stasera la Noschese debutta al Nazionale di Milano in Mamma mia!, il musical basato sulle canzoni evergreen degli Abba che ha fatto il botto in mezzo mondo. Ovviamente lei fa Donna: per intenderci, nel film la parte di Meryl Streep.
Noschese, perché il musical ha conquistato l’Italia?
«Perché il pubblico si è finalmente abituato a vederlo in scena. Posso dirlo perché sono stata una pioniera: come sempre succede a teatro, la qualità degli spettacoli e l’affluenza degli spettatori sono cresciuti insieme».
Cosa ci manca per arrivare ai livelli angloamericani?
«Il tempo. Lì il musical è una tradizione molto più vecchia. Ma le giovani generazioni di attori italiani sono notevoli. Il materiale umano, insomma, non manca e ormai tutti i ragazzi sono attrezzati per il triplo».
Il salto?
«No, le tre cose che bisogna saper fare per poter fare il musical: cantare, ballare e recitare».
Ma perché Mamma mia! in italiano? Non si potrebbe mantenere la lingua originale con i sopratitoli, come si fa all’opera?
«Ma il musical sono tradotti in tutto il mondo. E poi se c’è una lingua musicale è l’italiano!».
Come cambia il pubblico italiano cambiando città?
«Alcune differenze sono costanti. I milanesi ci mettono un po’ di tempo a carburare. I romani all’inizio sono diffidenti, vanno conquistati. Al Sud fanno fatica a ridere, almeno se reciti in italiano. A Napoli sono come bloccati dalla loro grandissima tradizione di teatro in napoletano».
Dimentica Torino.
«Nonostante l’immagine di città seriosa, il pubblico torinese è fra i più “caldi”. E si capisce che a teatro è abituato ad andarci spesso».
Perché suo padre è ancora tanto ricordato, anzi rimpianto?
«Perché non era un semplice imitatore. Lui partiva da un personaggio, ne imitava la voce e i modi, ma poi lo reinventava scoprendo degli aspetti completamente nuovi. È una parola un po’ grossa, ma erano operazioni quasi sociologiche. In questo mio padre ha segnato un’epoca».
Appunto: perché tutti rimpiangono la Rai democristian-bernabeiana?
«Perché è il nostro passato, perché siamo cresciuti con lei e perché era una tivù senza violenza e senza volgarità. Quindi oggi fa l’effetto di una boccata d’aria fresca, nonostante sia anche aria vecchia».
Non dirà anche lei come tutti che la tivù di oggi fa schifo…
«No, dico solo che è cambiata e lo ha fatto molto velocemente, come del resto il mondo. Perché è il mondo che cambia la tivù, non, come molti pensano, la tivù che cambia il mondo».
E perché lei in tivù non ci va?
«Perché non mi chiamano! E poi perché, quando lo fanno, sono già impegnata con il teatro».
La Rai si ricorda di suo padre?
«Tutto sommato, sì. Capita di accendere e vederlo».
Lei non è sposata e non ha figli. Cosa fa quando non canta, non balla e non recita?
«Di solito, cucino. Specie la pasta al forno».
Ma se arrivasse una telefonata da Broadway, andrebbe?
«Anche a piedi».

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