Dalla rassegna stampa Cinema

FESTIVAL DI LOCARNO - La storia della fine di due storie d'amore

…Narrare la fine di un amore senza scivolare nei luoghi comuni che affollano la letteratura amorosa è un impresa altamente complicata. Ma Honoré, e lo ha già dimostrato in Dans Paris o Les Chansons d’amour, ha una sensibilità non comune per visualizzare il sentimento nelle sue brusche sterzate …

C’è sempre una canzone (ce ne sono molte in effetti e la colonna sonora è ogni volta perfetta) nei film di Christophe Honoré, francese, ex Cahiers du Cinéma, molto amato dalla critica di tendenza. Canzoni d’amore come il Charles Aznavour che il cinico collezionista d’arte suona col vecchio vinile per far soffrire Emmanuel: «Al tuo fidanzato piacerebbe molto» sussurra osservando con vago disgusto il corpo scolpito esageratamente, culo perfetto e pene oversize di François Sagat che però non lo eccitano più perché sono una «mediocre opera d’arte» senza emozioni e zone segrete. Omar però lo ha lasciato stavolta stanco delle sue fughe, è volato oltreoceano, a New York, con la sua musa – svagatissima e stupenda Chiara Mastroianni – a presentare un film. E lui Emmanuel chiuso nella loro casa brucia il dolore acuto col sesso mascherando a fatica la sua fragilità disarmata di fronte all’abbandono. Homme au bain, il titolo rimanda a un quadro di Gustave Caillebotte perché l’artista visse a lungo a Gennevilliers dove si ambienta la parte francese del film, potrebbe dirsi la storia di un amore, anzi della fine di un amore col movimento imprevisto e parallelo di questo gesto «definitivo» che intreccia nello spazio temporale due città lontanissime come lontani sono ormai gli amanti.
Narrare la fine di un amore senza scivolare nei luoghi comuni che affollano la letteratura amorosa è un impresa altamente complicata. Ma Honoré, e lo ha già dimostrato in Dans Paris o Les Chansons d’amour, ha una sensibilità non comune per visualizzare il sentimento nelle sue brusche sterzate e negli slittamenti improvvisi, in un abisso feroce di sofferenza e irriverente dolcezza.
Ecco che dunque il fantasma amoroso diviene gesto più esplicitamente erotizzato che in altre sue storie, intreccio di corpi, sguardi casuali e incontri inaspettati, tutto che scorre nello stesso tempo e nel tempo diverso della lontananza, di un essere lì e qui dei due personaggi non più vicini. E si riflette nei luoghi, la metropoli americana scanzonata e imprevista come è l’altrove, l’angoscia del quotidiano per chi invece resta, quella periferia parigina etichettata come calda la cui temperatura Honoré sposta dalla violenza quotidiana a un desiderio (utopico?) vissuto nell’abbandono e senza spavento
Omar il cui volto è quasi sempre nascosto dalla cinepresa (potremmo dire che coincide col regista pur senza dichiarare un’autobiografia se non quella di un’esperienza di vissuto mescolata alla pulsione del’immaginario) vive il distacco con la complicità bella e lieve di Chiara Mastroianni, l’attrice, l’amica con cui condivide nuovi innamoramenti: Dustin, lo studente che «somiglia a Al Pacino giovane» entra nella loro vita, li accompagna nella piacevolezza di passggiate, sere, notti di feste, lui lo filma con delicatezza, lui si masturba con naturalezza, la faccina ammiccante da ragazzo con barba sapientemente incolta che mette solo la giacca anche quando fa molto freddo.
E questo aspetto documentaristico, diretto, con l’immediatezza del quaderno di viaggio, è sottolineato dalle immagini in Dv «opposte» a quelle francesi nelle quali la vita di Emmanuel ha la fatica di una ritualità, ingabbiata tra ricordi e tracce che ancora non svaniscono. E su questo confine di continui rispecchiamenti Honoré ci regala l’immagine contemporanea di un cinema in movimento, alla continua ricerca di sé.
Cyrus dei fratelli Dupass, Mark e Jay, è una scelta perfetta per la Piazza Grande, commedia di amori e famiglie multiple con finale forse felice pure se ambiguamente e attori di gran classe, icone del cinema americano non mainstream come John C. Reilly (oggi sarà protagonista di una «lezione»), Marisa Tomei, Catherine Keenen. I Dupass, inoltre, sono le nuove stelle del cinema indipendente, è stato infatti il Sundance di Redford a lanciarli.
E a questo «modello» rispondono in pieno, senza scarti particolari, con un dosaggio standard di nevrosi, rapporti ex irrisolti, goffi tentativi di famiglie allargate, il tutto intorno al corpaccione di Cyrus, il figlio della donna (Tomei) che Reilly incontra e subito ama nella depressione profonda scatenata dall’imminente matrimonio della ex-moglie. Chiaro che tra mamma e figlio c’è un rapporto almeno morboso e l’entrata in scena del terzo uomo non può che provocare nel già disturbato ragazzotto crisi e strategie perfide per sbarazzersene. Che dire? Che la sola stranezza del film è il fatto che nessuno vada dallo psicanalista – eppure siamo a Los Angeles! Per il resto i Dupass non estremizzano mai. La guerra in casa non tocca mai picchi e così il rapporto madre-figlio (seppure con ammiccamenti continui a un’esclusività erotica). Tutto rimane nei limiti del consentito, senza rabbia né ironia familiare troppo disturbante. Ciò che si dice «per il pubblico» (?).

8/8/2010

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