Dalla rassegna stampa Cinema

Figli di Psyco - Sette giorni per 45 secondi la scena del terrore perfetto

Dovevate esserci (e qualcuno c´era) quel 25 novembre di cinquant´anni fa quando nei corridoi, negli uffici, nelle aule dei licei cominciò serpeggiare la voce che bisognava correre a vedere il nuovo film di Hitchcock…

Dovevate esserci (e qualcuno c´era) quel 25 novembre di cinquant´anni fa quando nei corridoi, negli uffici, nelle aule dei licei cominciò serpeggiare la voce che bisognava correre a vedere il nuovo film di Hitchcock, uscito in Italia il giorno prima e già oggetto di dibattiti e divieti. Questa volta non era uno di quei bei gialli per tutti che riconciliano le generazioni e i pomeriggi domenicali, come il suo diretto predecessore, Intrigo internazionale. Anzi, le mamme avrebbero fatto bene a pensarci due volte prima di dare l´autorizzazione, perché Psyco era un film pieno di quelle cose di cui di solito si parla a voce bassa: sesso, soldi, nudità, brutalità, travestitismo, e peggio…
Ai traumi, come ben si sa, ci si abitua. Anche ai temi introdotti da Psyco, anche al suo scabro bianco e nero in un´epoca in cui solo Bergman, Welles, qualche giapponese, i ragazzi della Nouvelle Vague e i grandi italiani rinunciavano, per ragioni diverse, alla seduzione del colore. Hitchcock ci rinunciò perché stava facendo un film a basso costo. E anche perché va bene far morire in un bagno di sangue una delle attrici più amate e meglio pagate da Hollywood. Ma un conto è farlo vedere con l´effetto, brutale, del colore. Un conto è sublimarlo nell´astrazione del bianco e nero.
Da allora Psyco è entrato a far parte di quella cosa che chiamiamo pigramente l´immaginario collettivo. Non ne ho le prove. Ma sono sicura che anche i certamente molti che non hanno mai visto Psyco conoscono a menadito la scena della doccia. Quella di cui Hitch, molto fiero, raccontava di averla girata in sette giorni e settanta posizioni di macchina per quarantacinque secondi di film. Una sequenza «tutta fatta col montaggio», come raccontava a Truffaut. Una sequenza così realistica e terrificante che ogni volta che vediamo sullo schermo una tenda per la doccia, sappiamo che gatta ci cova.
Ma non è solo la scena madre a essere rimasta con noi. È anche l´idea di film povero, o almeno a basso costo, e di come la “povertà” possa diventare stile. Psyco come capostipite del cinema sperimentale? Be´, in un certo senso. Non è un caso se il set del film è stato a lungo un luogo di culto degli Studi Universal. Perché lo spettatore dell´epoca e quello di poi, di epoche più cinefile e avvertite, ha capito subito che quell´ambientazione fisica – il motel, la casa alta sulla collina – era una coprotagonista, un elemento portante del film. E peggio per Gus Van Sant che nel suo infelice rifacimento del 1998 ha scelto di ricostruire il set.
È rimasto con noi anche il diktat hithcockiano (inusuale per i nascenti anni Sessanta): proibito entrare a spettacolo iniziato. Ve lo immaginate un poveretto che entra a un terzo dall´inizio, subito dopo la morte di Janet Leigh, e non capisce cosa combini Anthony Perkins/Norman Bates mentre cerca di far sparire la macchina nella palude? Non solo: Hitchcock, con quelle coltellate, ha aperto al gusto dell´orrore e del sangue i film di serie A, da Gangster Story a Shining. E ha, consapevolmente, offerto materiali preziosi ai cinepsicoanalisti. Chi sarebbe andato a studiare con la stessa acribia di Theodore Price (Hitchcock e l´omosessualità) il romanzo dello sconosciuto Robert Bloch a cui si è ispirato il film, scomodando i rapporti edipici (corretti) tra Hitchcock e sua figlia Pat, che compare marginalmente nel film, alla luce della grande tragedia edipica di Psyco?
Grazie, intramontabile Hitch. E visto che nella scena iniziale del suo film compare una data – Venerdì, 11 dicembre – il club non tanto segreto dei suoi ammiratori potrebbe farlo diventare d´ora innanzi il giorno di Psyco. Che cada di venerdì o no.

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l codice della paura e l´esercito dei cloni

Il 10 agosto 1960 usciva nelle sale d´America il capolavoro di Hitchcock. L´attrice protagonista moriva pugnalata sotto una doccia. Una sequenza sorprendente e terrificante che cambierà per sempre il genere thriller. Da quel momento tutti furono costretti a citare e copiare i meccanismi che il regista aveva messo in campo Ed ecco perché ancora oggi non possiamo lasciarci alle spalle il Bates Motel

CLAUDIA MORGOGLIONE

L a paura, su grande schermo, si divide in un “prima” e in un “dopo” Psyco. Non solo perché il cult firmato Alfred Hitchcock resta una delle opere più amate, clonate, citate e saccheggiate di sempre. Ma soprattutto perché ha stabilito, con una forza senza precedenti, le regole auree del terrore cinematografico. Imponendo su chi lo guarda un dominio emotivo che va avanti, incontrastato, da mezzo secolo: «Non ho mai tentato di dirigere tanto i pensieri dello spettatore come in questo film – confessò l´autore a Francois Truffaut, nel corso delle loro celebri conversazioni – è l´esperienza più appassionante che abbia fatto di gioco con il pubblico».
Un meccanismo a cui è quasi impossibile sottrarsi. E che dura esattamente da cinquant´anni, da quando, il 10 agosto 1960, la pellicola debuttò nelle sale americane. Da allora, quello che potremmo definire il “codice Psyco” – dispositivi interni, personaggi chiave, intere sequenze – ha agito profondamente sulla cultura popolare. Provocando, ad esempio, una proliferazione infinita di protagonisti serial killer. Dimostrando che un pugnale agitato nella penombra spaventa mille volte di più di una scarica di proiettili. Conquistando un posto fisso nei nostri incubi, col primo piano finale del suo antieroe psicopatico Norman Bates (Anthony Perkins). Impedendo a chiunque di farsi una doccia in un motel senza provare un brivido. Trasformandosi in icona pop, oggetto di consumo, marchio presente su gadget a lui ispirati. Comprese tende e vasche da bagno con finto sangue, in vendita sul Web.
Segnali di una popolarità senza tempo, che rende inutile soffermarsi troppo sulla trama del film: l´impiegata Marion Crane (la diva Janet Leigh) in fuga, la sosta al Bates Motel, la morte terribile, le indagini e la rivelazione sul legame tra l´assassino e sua madre. Meglio allora ricordare come Psyco (Psycho nel titolo originale, dal romanzo di Robert Bloch scritto sull´onda di un episodio reale) sia stato il più grande successo commerciale di Hitchcock: costato solo ottocentomila dollari, ne ha guadagnati quaranta milioni. Eppure, sul piano dei contenuti, l´opera rappresenta un clamoroso caso di (auto) infedeltà: un´infrazione alla famosa regola della suspence creata proprio dal re del brivido. Secondo questa teoria, suspence significa «far giocare lo spettatore a essere dio», sempre informato in anticipo su cosa accadrà al protagonista ignaro. Qui, invece, il meccanismo è inverso. Il povero pubblico viene depistato fin dall´inizio, poi sorpreso e scioccato con i quarantacinque secondi agghiaccianti dell´omicidio di Janet Leigh nella doccia: «La prima parte della storia serve a distogliere l´attenzione per rendere più forte la scena dell´assassinio – spiegò il regista – ho fatto uccidere la star del film per creare qualcosa di ancora più inatteso». Mai si era vista una protagonista morire al minuto trentanove del primo tempo. E non finisce qui: dopo il delitto arrivano nuovi colpi di scena, nuovi momenti di pura tensione.
Il risultato di questo susseguirsi di sequenze da antologia è un film tra i più citati da altri film. Imitatori, ladri, fratelli e figli più o meno legittimi dell´originale. Oltre a due sequel cinematografici diretti da altri registi, un prequel televisivo, una serie tv intitolata Bates Motel, una pellicola-clone diretta da Gus Van Sant nel 1998, non c´è horror o thriller che non gli abbia reso omaggio. In Carrie. Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, che ha una scena con la protagonista coperta di sangue sotto la doccia, la sua scuola è la Bates High School. In Halloween di John Carpenter lo psichiatra risponde al nome di Sam Loomis, come il fidanzato di Marion Crane. Nell´albo a fumetti numero venti di Dylan Dog, intitolato Dal profondo, i personaggi sono chiamati George Bates e Janet Crane. Poi ci sono i numerosi esempi di killer armati di coltello (Misery non deve morire, American Psycho), di bagni o docce come luoghi del delitto (Le verità nascoste), di edifici maledetti (La casa). Anche l´Italia ha dato il suo contributo: dalla parodia Totò Diabolicus a L´imbalsamatore di Matteo Garrone (dove ritornano l´uso morboso della tassidermia e l´auto fatta sparire nel lago), passando per il primo Dario Argento.
In questo oceano di citazioni, spiccano tre grandi. Il primo è Brian De Palma: «Per me Hitchcock è come una grammatica – ha dichiarato – quando prendo le tecniche di cui è stato maestro e le uso, non faccio altro che servirmi di un dizionario». Oltre che in Carrie, ci sono forti tracce di Psyco in Le due sorelle, Blow Out, Complesso di colpa; Vestito per uccidere ne è quasi una rivisitazione critica. Il secondo è Roman Polanski: il suo capolavoro del 1965 Repulsion fu definito da JG Ballard «un Kafka rifatto in stile Psyco». Il terzo è lo Staney Kubrick di Shining, col suo Overlook Hotel isolato dal mondo, e il ghigno psicotico del protagonista Jack Nicholson.
Allontanarsi dal mondo di Norman Bates, insomma, non si può. Siamo ancora tutti lì, inchiodati alla poltrona. E Hitchcock, in fondo, lo sapeva: «Sono sopravvissuto – disse quarantacinque anni fa, sottolineando l´eterna attualità del suo stile – al cinema muto, al sonoro, allo schermo piccolo, al grande, al cinema in tre dimensioni, al drive-in, ai film proiettati sugli aerei, alla televisione e ai popcorn senza burro…». Proprio come la sua pellicola più terrorizzante: perennemente giovane.

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