Dalla rassegna stampa Cinema

Locarno vieta gli zombie gay ma è scandalo

… Pieno di perversità sado-maso (Village nuovayorkese anni 70) che neppure il proustiano barone di Charlus avrebbe immaginato, il film è un eccesso che non spaventa né eccita, accolto dalla stampa con risate. A chi si rivolge? «Non bado al pubblico, il film li faccio per me, sono un guerriero …

LOCARNO — Ai festival non ci sono più i Bergman di una volta, ma sarà difficile superare le nefandezze di LA. Zombie, a meno di non fare un’edizione in odorama. Lo zombie, l’attore porno François Sagat, si aggira a Los Angeles con occhi iridescenti, voglie di sesso, cranio rasato e bocca sanguigna: rianima i cadaveri, dal surfer morto in sorpasso ai criminali per bene, dalle vittime di overdose a un gruppo di pornostar in slip: prima una strage e poi un’orgia. Il suo metodo è infallibile, ma ve ne risparmiamo la descrizione. Vediamo sodomizzazioni cardiache e gastriche ma poi il vampiro, sempre «a fin di bene», preferisce orientarsi su pratiche (omo)sesssuali più tradizionali. Pieno di perversità sado-maso (Village nuovayorkese anni 70) che neppure il proustiano barone di Charlus avrebbe immaginato, il film è un eccesso che non spaventa né eccita, accolto dalla stampa con risate. A chi si rivolge? «Non bado al pubblico, il film li faccio per me, sono un guerriero che non si imbarazza» dice Bruce La Bruce regista gay già cantore di una sordida relazione tra uno skinhead muto e un parrucchiere. «Comunque parlo della solitudine di un profeta schizoide e romantico in una Los Angeles sempre più invasa dai senzatetto». Vietato ai minori alla proiezione notturna, con avvertenza al pubblico sensibile di tenersi a debita distanza, il film è stato difeso dal direttore Père dopo alcuni mugugni: «La censura a Melbourne mi ha scioccato — dice il regista — non parliamo di cose così vecchie: ogni divisione è artificiale, la pornografia è arte e stiamo finendo una versione anche più hard; e poi girare con meno di 100 mila dollari in 8 giorni inseguiti dalla polizia è stata una avventura». Bisogna forse vedere questa stravaganza di 63 minuti non come uno spot per la diffusione dell’Aids né come un memento di morte (lo zombie infine si scava la fossa), ma come un’ironica esercitazione di stile destinata ai circuiti alla rete, a sex shop, tv e dvd gay. Tecnicamente il taglio dell’immagine, la ricerca degli oggetti, la luminosità e il rimando colto (vetrina cinemascopica di bar notturno alla Hopper) sono di qualità. Il divo a luci rosse François Sagat, muscoli e tatuaggi in 3D, ci riporta in terra: «E’ stata dura: senza dialoghi, con ore di make up e la libertà di esprimere tutta questa gran solitudine».

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