Dalla rassegna stampa Cinema

Intervista a Cosimo Terlizzi

Artista audiovisivo, producer, performer, fotografo, l’eclettico Cosimo Terlizzi, classe 1973, è questo e molto altro ancora. Per flashvideo si concede in veste di regista e ci parla del suo ultimo film Folder…

Artista audiovisivo, producer, performer, fotografo, l’eclettico Cosimo Terlizzi, classe 1973, è questo e molto altro ancora. Per flashvideo si concede in veste di regista e ci parla del suo ultimo film Folder, archivio in cui l’artista inserisce i ricordi personali nell’arco di un anno tra viaggi, festival e vita privata ma anche ricerca estetica sulle nuove forme di riproduzione digitale (webcam, cellulare, handycam).

La stagione festivaliera appena trascorsa di cui sei stato ospite ma anche diretto operatore (ricordiamo il doppio ruolo di responsabile di sala e regista con un’opera in concorso al Biografilm Festival 2010) ha risposto al tuo appello “più riconoscimenti, più visioni e meno targhe”?

Dopo aver partecipato a qualche centinaio di festival in un anno e aver ricevuto dozzine di targhe, ho capito che ricevere una targa è una provocazione più che un vero e proprio riconoscimento. Io preferisco un attestato cartaceo e poi ben vengano i premi in denaro e i cesti di cibo autoctono, ma è ora di smetterla con queste “patacche” di ferro e plastica. I tempi sono cambiati, questi premi sembrano prenderci in giro piuttosto che sostenere davvero il nostro lavoro. Credo che Biografilm sia sulla giusta strada, le targhe sono state date con una certa insofferenza, si riconosceva nel chi li dava e nel chi li riceveva una certa assuefazione.

Il pubblico del Festival ha accolto in maniera estremamente positiva ed entusiasta il tuo Folder. Cosa ti ha spinto a realizzare un’opera così intimista? Quali sono state le tue intenzioni iniziali? La tragica vicenda di Fabiana né è stata la causa o è accaduto in corso d’opera?

Ho pensato a Folder qualche mese prima del tragico epilogo. Pensavo a come un artista, un regista contemporaneo, potesse filtrare questo nostro tempo, un po’ come i nostri registi neorealisti hanno espresso il loro, ma oggi i media sono cambiati e ci sono altre complicazioni.
Ho pensato a come avrebbero realizzato un film oggi Fellini, Pasolini, e cosa avrebbe scritto Rimbaud. Poi ho cominciato ad archiviare alcune immagini fotografiche e video private come se stessi scrivendo un diario. Dunque la vicenda di Fabiana si è trovata nel bel mezzo del mio lavoro, che significa nel bel mezzo della mia vita.
A quel punto ho capito che direzione prendere, cosa registrare e cosa no, perché la questione è diventata vitale e non di ricerca puramente estetica o per forza avvincente. Folder si inserisce in un periodo storico questo, ricco di paradossi legati allo spazio tempo, a noi lontani ma vicini, alla nostra immagine privata resa pubblica, alla nostra identità e al voyeurismo. In tutto questo si inseriscono la religione, la politica, che sembrano fare fatica a reggere questo vivace movimento d’animo e fisico.

Cosa ne sarà del tuo lavoro? procederai per i canali classici (e impervi) della distribuzione indipendente attraverso i festival o diverrà una videoinstallazione, magari come chiosa in una tua personale d’arte?

Come tutte le mie precedenti opere, che ancora oggi sono richieste nei festival e negli eventi culturali che riguardano l’arte audiovisiva, Folder procederà con caparbietà nel tessuto culturale indipendente, certo l’obiettivo è sempre alto, ed io sono sicuro di stringere il coltello dal manico, anche se i colpi spesso vanno a vuoto. Le sorprese sono dietro l’angolo. Ci sono vecchi miei lavori come Ritratto di famiglia (2001) e Fratelli Fava (2007) che ancor oggi sono richiesti. Gli eventi sono i più disparati, mostre, festival, rassegne e lezioni universitarie.

I “personaggi” del tuo film sono i protagonisti della tua stessa vita. Ne sveli i più intimi segreti, ritrai le loro emozioni (apparentemente) senza maschere, indugi sulle loro contraddizioni… Durante le riprese hanno avuto fiducia nel lavoro che stavi facendo su di loro? Quali le loro reazioni a lavoro finito?

Non mi è stato difficile convincere alcuni di loro a far parte del mio Folder, anzi mi è sembrato che fosse lo sviluppo naturale di un amicizia ricca di sfaccettature. Spesso nelle mie opere i modelli/attori sono i miei amici e dato che molti di loro si occupano di varie forme d’arte, sono abituati a mettersi in gioco.
Il mio modo di ripresa è stato soft, spesso non se ne sono neppure accorti. Questo perché ho utilizzato piccole fotocamere. L’occasione di far vedere il mio film finito l’ho avuta al Biografilm, in una sala del Lumiére, dove ho potuto invitare i protagonisti e la maggior parte delle persone che ho frequentato in questi anni. Credo di aver colto in loro alla fine della proiezione un senso di appagamento… questo è meraviglioso!

A proposito dei tuoi lavori precedenti prendo spunto per chiederti qual è il rapporto con la tua terra d’origine, ispirazione onnipresente in molte tue opere.
Per quanto riguarda la produzione invece, credi che la neonata Apulia Film Commission possa realmente promuovere i giovani (e meno giovani) filmmakers pugliesi?

Sono molto legato alla mia terra d’origine, per molte ragioni, nel bene e nel male. Amo la composizione della terra, così fertile, e il contatto col mare e poi la cultura antica, ma ciò che ho vissuto da piccolo fino all’adolescenza è stata una vita dai toni amari e aspri, raramente dolci. Forse sono questi toni forti che mi hanno temprato.
Adesso le cose stanno cambiando, Vendola è la punta di un iceberg che si è formato lentamente negli anni. Grazie ad un esercito di persone che si sono distinte per un amore vero verso la propria terra e non privato, circoscritto al proprio possedimento.
Credo che l’Apulia Film Commission sia nata in questo orizzonte. Non è un caso se in questo periodo ci siamo accorti di quanto la Puglia sia giovane. Bisogna però fare la differenza, essere autentici e non cercare di far diventare la Puglia un set cinematografico per soap opera alle Cento Vetrine, o una meta turistica a tempo determinato come la riviera romagnola. Questa è la mia preoccupazione, turismo e successo si, ma senza vendersi e svendersi a tutti i costi.
In quest’ottica ho pensato al documentario girato in tre episodi dal 2004 al 2007, Murgia, in cui racconto il parco senza compiacimento e campanilismo, anzi con punte di autocritica. La Murgia non era molto amata dai pugliesi, perché considerata terra inutile, oggi avverto un rispetto maggiore, anche se il costruttore di eoliche è sempre dietro l’angolo.

Cosa puoi dire ai giovani filmmakers che stanno muovendo i primi passi?

Consiglio di guardare molti film, trascorrere lunghi periodi di visioni e letture di libri. Viaggiare tanto e osservare. Fare esperienze di lavoro che toccano i vari stadi della creazione di un film, compreso il catering. Detesto i registi despoti, quelli che credono di avere il potere solo perché dirigono. Credo che l’esperienza fatta nei diversi ruoli della lavorazione possa formare emotivamente, far abbassare la cresta a chi ce l’ha troppo alta.

A cosa stai lavorando attualmente?

In questo momento mi sto occupando della distribuzione di Folder e della realizzazione di una serie di scatti in interni in cui figure umane si confrontano in modo morboso con gli oggetti.

Una citazione che ti ispira, un motto in cui ti ritrovi in questo momento?

Ho letto sui muri di Bologna due frasi che mi hanno colpito e che ritengo rappresentative del nostro tempo “vi puniremo con la nostra fuga” e “vi ordino di riciclare”.

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