Dalla rassegna stampa Libri

Strega a Pennacchi, poker Mondadori

Avallone seconda per 4 voti. Seguono Sorrentino, Nucci, Pavolini – Testa a testa fino all’ultimo. Il premio per la quarta volta di seguito al gruppo di Segrate

Ha vinto lo strapotere nostalgico. Il colosso Mondadori-Einaudi si è bevuto il premio Strega per il quarto anno consecutivo, organizzando per Antonio Pennacchi e il suo Canale Mussolini un pacchetto di 133 voti, che ha superato Silvia Avallone e il suo Acciaio per sole 4 schede. E mettendolo in bacheca accanto ad Niccolò Ammaniti vincitore nel 2007, Paolo Giordano nel 2008 e Tiziano Scarpa l’anno scorso. Solo una volta nel triennio 1985, 1986 e 1987 un’altra Mondadori aveva inanellato tre vittorie consecutive: ma la vittoria del 1986 andò a Maria Bellonci — la fondatrice del Premio — che era scomparsa da pochi mesi e può essere considerata una edizione «fuori quota». Non era mai successo che un gruppo editoriale prendesse possesso del premio. Nemmeno 2009 aveva dovuto sudare fino all’ultimo e singolo voto per prevalere su uno sconsolato Antonio Scurati, quest’anno c’è stata la stessa palpitazione, con i due finalisti a contendersi la singola scheda. Distanziati gli altri della cinquina: Paolo Sorrentino ha raccolto 59 voti, Matteo Nucci 38 e Lorenzo Pavolini 32. Ma non sono sembrati sorpresi.
Pennacchi si è aggirato per il Ninfeo con l’aria del predestinato. La sua biografia è già un manifesto: sessant’anni, originario di Latina, operaio in fabbrica fino a dieci anni fa, è dotato di uno straordinario tempismo. Nel 2003 indovinò un gran titolo con Il fasciocomunista. Serie coltivata poi con Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni e soprattutto con Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce. Mancava il nome Mussolini nel titolo e ha colmato l’assenza con questa epopea di una famiglia contadina, i Peruzzi, sradicata dalla bassa padana per andare a bonificare l’agro pontino. «Io il lavoro che dovevo fare l’ho fatto. Desidererei essere premiato per il libro e non per chi lo ha pubblicato», ripeteva Pennacchi, aggiungendo: «Io sono convinto che il mio libro sia il migliore, se poi perdo vuol dire che i giochi editoriali allora esistono». Antonio Franchini, responsabile della narrativa italiana di Mondadori, ha difeso la battaglia del voto: «Lo Strega fin dal principio è nato con dei votanti che facevano campagna per il loro libro preferito. Moravia stesso li fermava per strada. È la regola del gioco dello Strega, cambiare questa caratteristica significa snaturarlo». E la giornata di proteste per la cultura italiana, tra la manifestazione contro la legge bavaglio e lo sciopero dell’Opera di Roma, si è affacciata anche al Ninfeo di Villa Giulia. Due dei finalisti, Matteo Nucci e Lorenzo Pavolini, hanno addirittura passato il pomeriggio alla manifestazione di piazza Navona. Sapevano di avere opportunità più deboli: Matteo Nucci, il primo, emozionatissimo, ad arrivare al Ninfeo, confuso dietro i suoi orecchini, ha raccolto grandi consensi col suo libro Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie) e si guardava intorno per capire quanti si sarebbero trasformati in voti. Più o meno lo stato d’animo di Lorenzo Pavolini, forte di aver portato per la prima volta con Accanto alla tigre, la Fandango ad una finale di questo livello. Più esperto, o forse più distaccato Paolo Sorrentino, partito con grandi favori all’inizio della lunga corsa dello Strega 2010 con Hanno tutti ragione (Feltrinelli) e forse preoccupato proprio da questo. Sigaro in bocca, si aggirava tra i tavoli citando prima il «maestro Andreotti»: «Mi hanno assicurato che per questa sera posso stare tranquillo, non ci saranno premi per me». E aggiungendo poi: «Mi avevano detto che sarebbe stato un testa a testa tra Pennacchi e la Avallone. Prendo atto che è proprio così».

Poca politica nella mondanità della serata: un ex sindaco quasi candidato come Walter Veltroni, contento di non essere sulla lavagna, l’assessore capitolino alla cultura Umberto Croppi, la coppia Francesco Rutelli, Barbara Palombelli e una pattuglia di ex ministri, accolti da Tullio De Mauro, pacato padrone di casa. Moltissimi gli scrittori, divisi un po’ per scuderie, qualcuno troppo anziano, troppo casual e coi capelli un po’ troppo tinti, molti rigorosi in una serata che da tradizione consente il libero sfogo soprattutto alle toilette femminili. In un trionfo di saluti più o meno sinceri, le trattative e le richieste di voto sono andate avanti fin sui tavoli del buffet. Il sindaco Gianni Alemanno, la cui giunta quest’anno è entrata nel Cda del premio, ha rivendicato l’impegno: «È proprio della cultura l’alternarsi di momenti gioiosi e tensioni, è la sua capacità di dare profondità alle due dimensioni, siamo molto contenti di essere entrati in questo che è uno dei premi più significanti d’Europa. L’esperienza ci dimostra che queste occasioni fanno nascere nuovi talenti e punti di riferimento».

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