Dalla rassegna stampa Libri

Premio Strega 2010 e Silvia Avallone: recensione del finalista: “Acciaio” .

…In questo contesto di degrado e difficoltà, in cui il senso di vuoto sembra attanagliare tutti i protagonisti, si sviluppa l’amicizia tra due belle ragazze che sembra lambire i confini dell’amore omosessuale…

“Acciaio”- da molti ritenuto uno dei più probabili vincitori del Premio Strega 2010 (il cui esito si saprà domani) – è il romanzo d’esordio di Silvia Avallone.
Un romanzo di formazione che racconta l’amicizia tra due adolescenti, Anna e Francesca e la loro “alleanza”
resa necessaria quando si vive in una quartiere di periferia di Piombino e della provincia italiana; un insieme di “casermoni popolari” abitati dagli operai di una industria siderurgica, ma anche da ladri, drogati, studenti. Gente “ingaggiata in una lotta darwiniana per la sopravvivenza”- come scrive l’autrice; persone che sembrano rassegnate alla loro dura vita di fabbrica, priva di svaghi e velata di vuoto, dove l’unica speranza sembra essere la fuga, rappresentata dall’isola d’Elba che posta di fronte al quartiere operaio viene vista dai suoi abitanti come una sorta di meta da sognare, perché nella vita reale lì “ci vanno i turisti”.
Lo scenario principale
Via Stalingardo – nome inventato che rappresenta un luogo reale – vede avvicendarsi personaggi che lottano all’interno di famiglie violente, o per sopportare il lavoro in acciaieria dove il rischio di incidenti è alto, e la quotidianità difficile.
In questo contesto di degrado e difficoltà, in cui il senso di vuoto sembra attanagliare tutti i protagonisti, si sviluppa l’amicizia tra due belle ragazze che sembra lambire i confini dell’amore omosessuale. Purtroppo, però, ben presto le adolescenti si allontaneranno ponendo fine alla loro complicità, seguendo strade differenti.

Lo stile di scrittura
Il libro è scritto in modo semplice e scorrevole, ma è capace di rendere quasi visibile agli occhi del lettore lo scorcio del reale che si è proposto di descrivere: il mondo del sottoproletariato.
Il bersaglio dell’autrice, però, non è il solo quartiere operaio piombinese, quanto l’intera provincia industriale italiana. Mondo, spesso “trascurato”al quale la scrittrice vuole dare voce. E ci riesce bene proprio perché non la studia attraverso modelli scientifici, ma dall’interno, narrando le storie che le sono state raccontate dagli stessi operai che ella ha conosciuto.
La scrittura così diventa un modo per raccontare gli altri, piuttosto che un espediente per parlare di sé.

Un romanzo che si legge in un fiato, che fa riflettere su una realtà difficile che esiste ancora, nonostante si dica che “la classe operaia non esiste più”!

CorriereInformazione.it

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