Dalla rassegna stampa Cinema

Donen, lezione di musical

Il Festival del cinema ritrovato a Bologna ha ospitato sabato il maestro americano – Il regista di «Singin’ in the rain» parla dei suoi attori e di Hollywood

La star del primo giorno è stato lui, Stanley Donen, 86 anni, apparso con discreta eleganza nel suo completo color beige: l’incontro con il re del musical classico ha aperto sabato pomeriggio la 24° edizione del Cinema ritrovato (organizzato dalla Cineteca di Bologna) ed è stato condotto con sapienza e humour dal direttore del festival, Peter von Bagh. Donen, che si autodefinisce un «quick worker», ammette poco dopo che alla Mgm, dove lui era inizialmente sotto contratto, il clima di lavoro poteva essere anche piuttosto rilassato con qualche giorno di interruzione per prove o riassestamenti, ma i dieci minuti della brillante sequenza di Broadway in Singin’ in the rain erano stati fatti in due settimane. «Ho imparato molto tempo dopo che si potevano anche girare più ciak per avere più possibilità di scelta nel montaggio. Io preferivo girare per finire in fretta».
Peter von Bagh, affascinato e incuriosito, chiede al regista notizie sui rapporti che intercorrevano fra le diverse squadre nelle major a Hollywood, e Donen si limita a dire che era scarsa essendo stato lui assistente di molti di loro. Minnelli, poi, «era uno di poche parole». Così come il suo grande amico Nicholas Ray (di cui sabato era in proiezione Johnny Guitar prima del suo Due per la strada al cinema Arlecchino): «La battuta più frequente su di lui era: se il telefono suonava e nessuno rispondeva, di sicuro era Nick Ray!». E interrogato sulle differenze tra il loro cinema, risponde con un laconico: «Nei suoi film c’erano lotte e combattimenti, nei miei molti numeri di danza…». Molto più affettuosi i commenti di Donen sui suoi collaboratori, mentre ironizza sul concetto di co-regia («se la sostituiamo con la parola ‘battaglia’ va meglio»), Gene Kelly (il suo maestro) rimane sempre un «grande», così come Frank Sinatra era di grande talento e Cary Grant, con cui sarebbe nata una grande amicizia, «la star in assoluto del mondo del cinema».
Fra le altre star di Hollywood ricorda Fred Astaire e (inevitabile) Audrey Hepburn, con cui ha girato film memorabili come Funny Face o il già citato Due per strada, e per definirla cita Billy Wilder: «disse di lei che il suo essere attrice non si può insegnare né definire, è stata baciata da dio sulla guancia e – eccola!».
Sulle commedie hollywoodiane moderne glissa con ironia e malizia… «Sono sincero, le mie non erano tanto stupende. Però, vorrei narrarvi un interessante aneddoto che riguarda un film che ho diretto nel 1960, Staircase, e un titolo di qualche anno fa in cui Kevin Kline interpreta un gay (In&Out di Frank Oz, 1997ndr). Ebbene, a proposito di quest’ultimo il New York Times elogia quanto sono cambiati i tempi e che anche le grandi star non temono più i ruoli di personaggi omosessuali. Quest’affermazione mi stupì molto, perché Staircase parlava proprio di una coppia gay e i due attori che la interpretarono non erano due attori sconosciuti, ma Richard Burton e Rex Harrison! Così scrissi al giornale che io l’avevo già fatto molti anni prima, ma non ho mai avuto una risposta, segno che avevo ragione».
Dalla platea, formata da molti critici, fioccano domande; a chi gli chiede come ha fatto a lavorare in tv, afferma candido «non ci ho semplicemente pensato», a domande «tecniche» sulle differenze di On a town (il suo primo film, co-diretto con Gene Kelly) rispetto alla versione teatrale, risponde snocciolando altri gustosi aneddoti: «Devo proprio rispondere? È stato uno spettacolo stupendo a Broadway, ma la musica di Leonard Bernstein era troppo intelligente per chi aveva prodotto il film e quindi andavano scritte nuove canzoni. Mi è molto dispiaciuto, e mi spiace tuttora!».
Un paio d’ore dopo il pubblico del cinema Arlecchino lo accoglie con un lunghissimo applauso, poi racconta la genesi di Two for the road, capolavoro da cinema moderno girato nel 1967, un road movie sul matrimonio che rompe ogni codice tradizionale di cosa fosse allora un racconto cinematografico sequenziale, spaziale, temporale. «Avevo visto un film stupido scritto da un certo Frederic Raphael che non conoscevo. Mi piacque il suo approccio e lo contattai per chiedere di fare un film insieme, benché non sapessi né il tema né avessi i fondi. C’eravamo piaciuti subito e nel cercare il soggetto gli raccontai che stavo vivendo un periodo difficile nel mio matrimonio; tutt’altro che divertente visto che volevamo fare una commedia. Lui fu di opinione opposta, lo scritturai a mie spese e ci lavorammo spostando tutte le azioni fuori dal contesto domestico: un’idea brillante di sceneggiatura e per me una bella sfida a livello cinematografico». Purtroppo nessuno studio voleva farlo perché credevano che il pubblico non fosse abbastanza maturo per seguire la storia. L’asso nella manica fu Audrey Hepburn, con cui Donen aveva già lavorato e che ha amato da subito lo script. Alla fine, tutti consideravano meravigliosa quest’idea di «matrimonio out-door». Un film in cui ci sono tanti segni del free cinema, freschezza di dialoghi e di inquadrature, girato in cinemascope che dal maestro delle ampie sequenze di ballo non era particolarmente amato: «dipende cosa ci vuoi fare».

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