Dalla rassegna stampa Libri

Attimi di "Coming Out"

Vite sospese in un segreto – Con il suo primo romanzo, la scrittrice romana Pupa Pippia raccoglie le esperienze di chi ha deciso di uscire fuori dall’ombra e dal pregiudizio. Storie senza finali ma pronte a iniziare.

E’ UN CONFINE sottile quello che separa l’essere dal divenire. Un limite duro come cristallo, invisibile, tagliente. Superare quella barriera è un attimo e serve per cominciare a vivere appieno la propria vita. Viene chiamato ‘coming out’, significa uscire fuori. Forse non solo da un armadio, ma da un’ombra. Uscire fuori è come nascere una seconda volta. E se la prima è stata una scelta fatta da altri, la seconda volta resta una scelta personale.

E’ su questo breve e fondamentale momento che si fermano le pagine di Coming Out (ed. Nutrimenti, pp. 112, euro 12) di Pupa Pippia. Un libro che raccoglie venticinque esperienze di voci che hanno deciso di superare quella barriera, e uscire fuori. L’autrice, una romana di quarant’anni (“ben portati”, come specifica) nel blog millevocidentro 1 aveva già parlato in prima persona di quelle voci, e della vita che le scorreva intorno.

Poi ha deciso di mettere quelle stesse voci in un libro. Forse per questo in Coming Out, con cui esordisce, la scrittrice fa parlare gli altri. Fantasmi di storie che negli anni ha ascoltato da dietro il bancone del pub ‘gay friendly’ che gestiva al centro di Roma, pezzi di vite cadute dai satelliti per arrivare in un cellulare. Racconti sezionati in mille messaggi. Vita comune, vita vissuta, avvitamenti.

Potrebbe sembrare più facile oggi parlare con gli altri, uscire allo scoperto. Perché questa è l’epoca dei grandi network senza tabù, della moda e dell’orgoglio gay. Sembra sia il tempo di parate dove i carri e la libertà sfilano fieri e colorati. Nei film e in televisione coppie omosessuali si baciano in prima serata, adottano figli e si sposano. Oggi nessuno si sorprende

“Cosa fare? Respiro a fondo, non ho ancora messo il bricco del tè sul fuoco. Ecco cosa posso fare: un tè caldo. Posso cominciare con un tè. Un buon tè caldo per Vanessa, e uno per me”più della doppia identità di un politico. E’ l’epoca della frase “ognuno faccia un po’ come vuole”, degli spazi, delle scelte, della spiagge libere. Ma non lo è sempre e non lo è per tutti.

Ogni casa vive il suo tempo e gira la sua clessidra. Ci sono i piccoli paesi italiani, ci sono le caserme, i quartieri, un certo tipo di borghesia mentale. Ci sono i pregiudizi. “Abitavo in un piccolo paese cullato tra due montagne, dove tra zanzare, pecore, galline, parenti e il prete eravamo circa sessanta anime. Lì da me (…) non rimaneva che fidanzarsi con mio cugino di secondo grado (…), o con la figlia di Fosca, Nereide, detta Ida. Io optai per Ida”, si legge in Faceboom, uno dei racconti del libro.

Ci sono posti dove la diversità è ancora indicata da dita che coprono la bocca. Ci sono i genitori che “non avrei mai pensato sarebbe capitato a me”. E ci sono quelli che chiedono “ma si può curare?”. Accettare di essere gay o accettare chi è gay resta cosa ben diversa. Tirare fuori la propria realtà è diverso da sfogarsi. Il libro riassume in storie di poche pagine vite che basterebbero a riempire romanzi. La sintesi resta nella consapevolezza di aver superato la barriera. E il racconto si svolge in un momento. Il momento è quello del coming out.

Il libro non si intreccia e non intreccia storie. Le mette in fila come ballerini di ‘Chorus Line’, lontano dal voler essere un confessionale. Non dimostra che uscire fuori si può, racconta chi l’ha fatto. E ogni volta lascia un finale aperto, un sorriso di soddisfazione e un sospiro di sollievo. Il punto di partenza è comune. Tirare fuori, tirare (la verità) in faccia, tirare (la confessione) per sbaglio, tirare (il segreto) con gentilezza, con speranza, con menefreghismo, con finto menefreghismo, con disperazione. Tirare fuori dall’armadio non è abbastanza, non c’è naftalina in grado di non farsi divorare da un segreto importante come la propria natura. Sarebbe meglio usare espressioni come tirare fuori dalla pancia, dai muscoli di uno stomaco stretto per amore non corrisposto con la stessa onestà.

Le storie che Pippia racconta sono semplici e normali, senza le pailletes di Priscilla. Senza ammiccamenti. Non sono bizzarre, non sono surreali. Sono quelle del vostro vicino di casa. Per questo hanno senso. L’autrice cambia personalità in ognuno dei 25 racconti come se a parlare e a scrivere fossero veramente fantasmi di altri. Alla fine resta tra le mani la sensazione che i pregiudizi siano pericolosamente vivi e reali, inculcati dentro senza aver chiesto il permesso. Per i protagonisti dei racconti tirare fuori significa fare i conti con quei pregiudizi, con la vergogna che la diversità, ogni diversità, rischia di portarsi dietro. Fosse anche per semplice timidezza. Perché la diversità si nota per definizione.

L’esistenza di un individuo parte subito dopo il ‘coming out’ e i racconti continuano in privato. La scrittrice non si avventura in quello che avverrà, si concentra su un unico momento. Quello della madre che scopre un sms della figlia alla sua fidanzata; quello del padre preso in giro dai colleghi finiti sul profilo Facebook della sua ‘bambina’ e si rende conto, di colpo, di non aver mai voluto sapere; quello del figlio che cede all’impulso irresistibile di un incontro al bagno con un invitato al matrimonio della cugina, per uscire sorridente davanti ai due genitori che se lo lanciano come fosse una palla di fuoco (“E’ tutta colpa tua. Nella mia famiglia sono tutti normali, tutti sani! Da chi ha preso?”).

Alcuni sostengono che distinguersi sia un bene. Anzi, che sia un dovere, sicuramente un’occasione. Alcuni salgono al sicuro su un carro del Pride senza neanche ricordarsi il proprio ‘coming out’. Ma sono altre storie e sono storie più rare. Ci sono nascite e rinascite, ci sono parti cesarei, parti in acqua, parti senza anestesia. Resta il fatto che leggere le storie di chi ha deciso di uscire allo scoperto lascia comunque un segno. Il libro non parla della vita di un omosessuale. Non è più quell’epoca. Parla di un attimo. Di un segreto rivelato.

Lo fa senza alcuna presunzione di sapere. Racconta esempi, lascia al lettore i puntini da unire. Certo mostra la sofferenza che uscire allo scoperto può creare. Lo scompiglio. L’inutile scompiglio. E lascia la possibilità di essere d’esempio a chi il segreto se lo tiene ancora nella pancia. A chi la forza ancora non l’ha trovata, nascosto dietro uno “sto bene così”. Comin Out cerca di raccontare la forza e le coincidenze di una natura che prevale, perché non ha altra scelta. Perché non sa essere un’ombra. Né un segreto. E a quelli che rendono uscire fuori difficile, impossibile o doloroso, il libro sembra solo ricordare che i segreti li tengono gli angeli.

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