Dalla rassegna stampa Cinema

Le mie immagini sempre in viaggio

Sébastien Lifshitz parla di «Plein Sud» che ha aperto il festival milanese di cinema gay, lesbico e queerculture Mix. Una storia di traumi infantili, seduzioni, scoperte di vita nel paesaggio che muta di sensualità dal nord della Francia alla Spagna. «Mi piaceva pensare a un oggetto ibrido, tra …

Un ragazzo e una ragazza, fratello e sorella, strafottenti di adolescenza e bellezza. In fuga. Lei è incinta, le labbra imbronciate di Léa Seydoux, lui l’asseconda, i capelli arruffati di Théo Frilet. Insieme cercano di sedurre quello strano tipo che li ha caricati in macchina, destinazione sud, sguardo tagliente, un dolore che sembra soffocarlo da lontano. Sam si chiama (Yannick Renier), lei gli danza davanti, lui incrocia i suoi occhi. Poi c’è quell’altro ragazzo che lei rimorchia al supermercato … Plein Sud è il nuovo film di Sébastien Lifshitz, regista di speciale talento tra le nuove generazioni d’oltralpe, narratore di sentimenti stridenti, personaggi in movimento, universi che intrecciano passato e presente. Il festival Mix di Milano (fino al 29) lo ha voluto per la serata inaugurale – uscirà in Italia a fine anno per la neonata Atlantide Entertainment- una bella scelta perché Plein Sud è uno di quei film che cercano ancora il piacere del cinema contro l’etichetta del «genere». Al contrario il cinema di Lifshitz è fatto di immagini in cui si respira dolcezza e sensualità, e di orizzonti aperti.
Cosa racconta Plein Sud? Un trauma infantile, il suicidio del padre, l’odio per la madre, considerata per sempre la sola colpevole di quella morte. Quaasi un romanzo di formazione alla scoperta della vita nel calore dell’estate, con quel ragazzino con cui Sam farà l’amore sulla spiaggia…

«Plein Sud» si apre con la ragazza che scopre di essere incinta. Pian piano però sapremo che il protagonista è Sam.
In effetti il film doveva iniziare con la scena più traumatica, il suicidio del padre di Sam. Lui è un ragazzino e quell’immagine gli renderà impossibile liberarsi del passato. Ma non funzionava così lo abbiamo modificato disseminando una serie di false piste. All’inizio sembra la storia della ragazza, poi di un gruppo di giovani, infine si arriva a Sam. Questa struttura mi convinceva di più, il film è un viaggio e come i personaggi anche lo spettatore procede per tappe cambiando spesso destinazione, e con essa la sua lettura del film.

Ecco il viaggio. Il movimento è una caratteristica del suo cinema.
In questo caso è molto importante la geografia, si va dal nord della Francia al sud della Spagna, cambiano i colori, gli odori… Il viaggio è anche un modo per mescolare il passato al presente, esprime la ricerca di qualcosa, di una verità che esiste nella propria memoria o in un certo luogo.

La famiglia è una traccia comune a tutti i personaggi di «Plein Sud», in qualche modo condiziona qualsiasi loro relazione con la realtà.
Il personaggio di Sam come dicevo vive nel passato, è rimasto bambino e adolescente, per questo sente il bisogno di confrontarsi con la madre pensando anche a un gesto terribile, di morte contro di lei. Ma quando la vede capisce che ormai sono due estranei. Mi faccio spesso una domanda quando ascolto il modo romanzesco con cui tutti parlano delle loro storie familiari: se questa eredità è così complessa e dolorosa, come si fa a affrontare la vita quando il bagaglio che riguarda i nonni, i genitori che è già tanto difficile da sostenere?

Lei ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Stéphane Bouquet. Qual è il suo rapporto tra la scrittura e le immagini?
Girare è un po’ un’avventura, e un viaggio, lo so che suona come uno stereotipo ma per me è il solo modo per definire l’esperienza di vita comune sul set. Girare significa mettersi continuamente in discussione, si cambia, si scoprono nuovi personaggi che la storia non aveva previsto … Ci sono alcune idee che avevo chiare sin dall’inizio, come il fatto di evitare qualsiasi riferimento sociale. Nel cinema d’autore francese si sente sempre più il bisogno di collocare le storie in un realismo sociale, volevo allontanarmi da questo, pensavo a un oggetto ibrido, a un incrocio tra un film intimista e una sit-com. Volevo raccontare una gioventù sexy e anche piena di cliché procedendo da questa superficie all’interiorità di sentimenti più aspri. Mi piaceva ottenere una tensione di opposti continua che lasciasse spazio attivo allo spettatore. Non do mai molte informazioni sui personaggi, anzi stavolta rispetto altri miei film ce ne sono di più. Ma non mi piace la psicologia delle risposte, delle spiegazioni. A volte ho l’impressione che molto cinema consideri il pubblico come un insieme di idioti. Si deve dire tutto, riempire tutto … Trovo che ci sia più libertà di invenzione nelle serie tv americane che nel cinema. E questo vale anche per la critica, si fa fatica a accettare che un film sia un oggetto sperimentale, ci ho pensato leggendo le tante reazioni imbarazzate di fronte alla Palma d’oro a Weerasethakul a Cannes.

Gli attori funzionano in sintonia coi personaggi. Sembrerebbero quasi improvvisare… Quale tipo di rapporto costruisce con loro sul set?
Di solito mescolo attori e non professionisti, filmare qualcuno che non ha una tecnica dietro a cui nascondersi permette di arrivare a una verità magnifica. Si mescolano documentario e finzione… Qui sono tutti professionisti, quindi ho giocato su una dimensione romanzesca. È nuovo per me ma volevo arrivare con questo film a un pubblico più ampio.

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