Dalla rassegna stampa Cinema

Un cuore solista senza confini

È morto Corso Salani. Cineasta, attore, è stato uno dei migliori talenti nelle nuove generazioni italiane. Dagli esordi con «Voci d’Europa» ha continuato a tracciare la sua cartografia emozionale della realtà attraverso meravigliosi personaggi di ragazze. Lavorando da indipendente, che sta in …

La prima volta era Riminicinema, quello strano film non somigliava a nulla almeno del cinema italiano di allora. Tre storie, tre amori, un ragazzo e una ragazza che vagano a est, nell’Ungheria dove si respira ancora il Muro, che si sono lasciati a Gibilterra, quasi stupefatti di fronte alla fine del loro amore, che forse si innamoreranno in un paesino della Spagna senza riuscire a credere che possa davvero accadere. Gli attori erano sconosciuti, avevano anche scritto la sceneggiatura, e il ragazzo taciturno, un po’ ossessivo, che sullo schermo si scontrava con l’evidenza a volte ruvida del sentimento era il regista. Voci d’Europa è stato il primo film, nell’89, di Corso Salani, un preludio al suo cinema che negli anni resterà indipendente, solitario, fatto di budget minimi e pochissime persone. Spesso amici – Voci d’Europa lo aveva scritto insieme a Monica Rametta sua complice in diversi altri film – perché come diceva lavorare con le stesse persone permette di «capirsi al volo». Condizione indispensabile quando si hanno pochi soldi ma non si vuole rinunciare al fare-cinema in prima persona seguendo cioè i propri desideri e le storie che si hanno dentro.
Il ragazzo, accento toscano, allora i trentenne (era nato nel ‘961) aveva lavorato con Carlo Mazzacurati (Notte italiana), frequentato l’istituto cinematografico di Firenze – «pessimo ma è lì che ho conosciuto le persone con cui poi ho fatto i miei film»- , perso un po’ di tempo a Roma, diventato attore per caso conquistando Nanni Moretti sponsor con la Sacher film di quel suo esordio.
Due anni dopo eccolo di nuovo, stavolta solo attore, l’impermeabile stropicciato e la testardaggine di chi non si dà per vinto in Muro di gomma, il film di Marco Risi che racconta la strage di Ustica. Salani è Rocco F., il giornalista (ispirato alla figura di Andrea Purgatori, all’epoca al Corriere della sera) che non accetta la verità dello stato , e con le famiglie di chi è morto in mare lotta contro l’omertà per ottenere giustizia.
L’ostinazione per Salani era quasi uno strumento poetico. Non si arrendeva a nulla, meno che mai al «budget». Viaggiatore infaticabile percorreva chilometri nel mondo con la macchina da presa scovando luoghi quasi segreti sulle cartine della geografia. In quegli orizzonti, tra Argentina, Polonia, Israele, Finlandia trovava il senso profondo e meno evidente delle sue storie, racchiuso in un gesto, nel primo piano di una lacrima, in una frase irriverente, sui volti di ragazze che si inseguivano nei suoi film. Storie di vite complicate, in fuga, segnate da guerre, dolori, ricerca di sé sul filo del « vero» e della «finzione». Di fronte alle quali c’era sempre lui, il regista, l’uomo innamorato, ferito, perso nei suoi fantasmi (amorosi?) che in quello spazio si mette in gioco.
Corso Salani se ne è andato l’altra sera all’improvviso, passeggiando con la moglie Margherita sul lungomare di Ostia. Stava finendo un nuovo film, I casi della vita, una serie di storie che parlano dei morti sul lavoro, e aveva già in mente un altro progetto, le riprese sarebbero iniziate a fine estate, avrebbe girato tra Trieste e la Slovenia, l’est che gli è stato sempre nel cuore. L’est di Ewa, la ragazza polacca con Gli occhi stanchi che accetta di tornare nel suo paese con una piccola troupe cinematografica, e nel pullmino durante il viaggio ricorda in primo piano la sua vita di prostituzione e violenza. Sul suo corpo, e nei suoi occhi che si posano con distacco sul mondo, c’è scritta la legge della globalizzazione e del nuovo mercato in cui uomini e cose hanno lo stesso prezzo.
Salani si chiama Alberto, è l’alter ego dei suoi film, qualche volta lo chiamano Corso, Gli occhi stanchi è un mockumentary, un doc di finzione, Ewa è un’attrice molto brava scelta all’Accademia di Varsavia. Anche il cinema di Salani era in continuo movimento, in Italia è stato il primo a mescolare con delicatezza mai programmatica i piani del racconto. Senza imbrogliare, al contrario con la verità che la messinscena permette. Infatti la sua chiave d’accesso al mondo passa sempre per i personaggi femminili, lui li accosta con pudore, gentile e autoironico, non è un occhio autoritario il suo, non impone una visione, non definisce ma sceglie il confronto.
«Lasciarti è la cosa migliore che ho fatto nella mia vita» dice senza imbarazzi a lui, guardando diritto in macchina la protagonista di Imatra, uno degli episodi più belli nella serie dei Confini d’Europa. La ragazza è andata lontano per sfuggirgli e ora eccolo lì. Un’altra storia d’amore sbagliata e insieme di contrasti globali, da una parte del confine l’economia postsovietica di inquinamento e corruzione, dall’altra l’impeccabile organizzazione finlandese ecosostenibile, ma il fiume cristallino in cui ci si bagna a quale delle due appartiene?
Documentario/finzione, poesia, diario intimo, definire il cinema di Corso Salani è impossibile. È come le sue parole urlate in flusso senza pudore e senza esibizionismo, lui così riservato e sempre elegantissimo, in Il peggio di noi, ancora la rabbia di un amore incompreso, che è anche un film preso male, con le immagini che mischiano ciak e vita, tenerezza e lacerazioni dell’anima.
L’indipendenza per Salani è dunque soprattutto una dimensione poetica, e politica, perché lì si prende tutte le possibilità di inventare, di mettere insieme i molti registri dei suoi film accomunati da un segno riconoscibile, ma anche tutti diversi, espressione di uno sguardo e di uno stare al mondo respirandone il battito del tempo.

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