Dalla rassegna stampa Cinema

LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA

Il giornalista e l’hacker. Un duetto senza paura nella socialdemocrazia

Nel 1987 Internazionale pubblicò una circostanziata controinchiesta sull’omicidio di Olof Palme, premier svedese di sinistra, chiamando in causa i servizi segreti deviati di Stoccolma e cellule naziste ben coccolate dagli apparati di stato, smentendo la solita versione ufficiale («sparò un folle»). Ci piace pensare che l’autore di quel reportage fosse il reporter trentenne trotzkista Stieg Larsson, che fonderà nel 1995 la rivista Expò dopo l’omicidio razzista di 5 ragazzi uccisi da un branco di nazi rilasciati dalla polizia. La stessa morte improvvisa di Larsson, a 44 anni, di infarto, in redazione, ci lascia ancora increduli (così come l’impugnazione del testamento, che impedì alla IV Internazionale di ereditare beni e diritti d’autore).
La pubblicazione postuma, tra il 2005 e il 2007, della sua trilogia romanzesca Millennium (Marsilio), 8 milioni di copie in Europa, ha svelato poi un grande talento, dato il via al noir svedese e lanciato un nuovo doppio mito, il giornalista investigativo&la sua hacker. Che hanno il fegato di mettere il becco nei grandi scandali sociali, politici e economici, senza guardare in faccia i pezzi grossi e rischiando carcere, pelle e manicomio, sempre. Questo duetto «Roberto Saviano» ancor più comunista è formato da Mikael Blomquist, svedese, 40 anni, soprannominato dai media per sfottò «Kallè», come l’investigatore-bambino di Astrid Lindrgen (Pippi Calzelunghe). Mikael lavora in team con una hacker ventenne, bella e introversa, dal passato dark, Lisabeth Selander, esperta in pirateria informatica, fisica, tatuaggi, piercing e algebra pura. Quando le loro ricerche si scontrano con i servizi segreti deviati, i manicomi, il Kgb, i giudici, i media e in qualche modo con ‘tutto il male”, quel buco nero dell’incoscio e del conscio collettivo giallo-blu che resta il caso Palme (l’ultimo politico di sinistra del continente), si capirà perché Mikael, Lisabeth (detta Sally, detta Wasp) e la rivista Millennium che non ha paura di scrivere la verità, hanno conquistato il mondo civile. Tanto che Johnny Depp, Brad Pitt e Carey Mulligan ora rigirano con David Fincher La ragazza che giocava con il fuoco, seguito di Uomini che odiano le donne e prequel dell’epilogo, La regina dei castelli di carta, diretto dal televisivo Daniel Alfredson (da ieri in in sala).
Ma siccome, come dice il critico Roger Ebert, «questo è un film su personaggi che hanno cose più importanti da fare che essere personaggi di un thriller d’azione», la versione europea, imprigionata da campi contro campi estenuanti, e con un finale processuale standard, ha però il merito magico di svelare l’ipocrisia malsana della socialdemocrazia nordica, e soprattutto la ferocia di istituzioni concentrazionarie che, mai messe in discussione neppure da Palme, svelano oggi tutta la loro micidiale potenza normativa e repressiva. Ps. Naomi Rapace (Sally) non è clonabile da Carey Mulligan.

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