Dalla rassegna stampa Libri

Erano più liberi i gay dell’800

Edmund White a Palermo per ricevere il premio Mondello: “Riguardo a certe cose proibite ma taciute c’erano meno pregiudizi” … incoronata icona gay che non può fare a meno di dichiarare la propria appartenenza, di ascriversi a una minoranza…

PALERMO – Edmund White scrive per amore. Da americano innamorato della cultura europea. Da autore erotico e intellettuale, coltissimo e sensuale. Da appassionato lettore di Proust, Genet, Barthes, Foucault e del giovanissimo enfant prodige cui è ispirata La doppia vita di Rimbaud (ed. Minimum fax) che ha ricevuto ieri il premio Mondello destinato al migliore scrittore straniero. Ormai settantenne, scrive da amante malato: impegnato a cercare, per i propri sensi e sentimenti, una schietta e autentica espressione letteraria. «Scrivo sempre ciò che ho voglia di scrivere: quello in cui credo», racconta con serenità, incurante del fatto che, arrivando a Palermo per ricevere il premio, ha perso il bagaglio con tutti i medicinali a cui, sieropositivo, non può assolutamente rinunciare. Chi scrive per amore lo fa da sempre per una segreta punta di dolore. Per White è così dai timidi inizi adolescenziali – quando cercava miti, modelli, fratelli in arte, alter ego con cui identificarsi – all’odierna maturità di incoronata icona gay che non può fare a meno di dichiarare la propria appartenenza, di ascriversi a una minoranza.
Prosatore raffinato, romanziere dal passo ottocentesco, finissimo lettore e sottilissimo umorista, essere presentato come autore omosessuale non le pare riduttivo?
«In Europa sembra più riduttivo che negli Usa. Vede, io ho vissuto in Francia sedici anni e mi sono reso conto che nel Vecchio Continente si è meno inclini a pensare per categorie di questo tipo. Vent’anni fa in Francia una letteratura gay non esisteva. In America invece non c’è scrittore che non appartenga a un gruppo minoritario: ci sono autori neri, cino-americani, ebrei, omosessuali… Da noi è una politica editoriale: è più facile farsi pubblicare se si sa sin dall’inizio con chiarezza in che scaffale sistemare il libro in libreria. Io che, soprattutto agli inizi, avevo il problema di trovare un editore, ho dovuto adeguarmi: per sopravvivere. Ma è vero che in passato la contrapposizione autore omo/etero era molto più accesa».
Lei ha scritto tante biografie: di Proust e Jean Genet (Ladro di stile, Il Saggiatore), di Rimbaud e Stephen Crane (Hotel de Dream, Playground): sempre con una motivazione autobiografica. Perché tante autobiografie? E la sola vera si intitola al plurale My lives…
«Per stringere sin dall’inizio con il lettore un esplicito patto di verità. Chi scrive un romanzo, o una biografia romanzata, può inventare ciò che gli pare. Io per cercare la mia verità, attraverso il confronto – personale certo – con i “miei” autori, li ho studiati sul serio e molto da vicino. Per scrivere di Genet ho svolto ricerche per sette anni, ho fatto settecento interviste, ho estratto da tutte le informazioni recuperate su di lui – tra l’altro gli scritti di Sartre, che lo frequentava ogni giorno e non fu in grado di offrirci alcuna testimonianza attendibile – un ritratto veritiero e oggettivo».
Oggettivo anche il libro su Rimbaud? Non era un pretesto per parlare di sé? Al contrario di Proust e Genet la sua omosessualità non era poi conclamata: non ha forzato la mano?
«Ha ragione. Definire l’identità sessuale di un autore allora non era importante come oggi. Oggi il concetto di gay è, ahimè, molto rigido: chi è molto motivato sente il bisogno di fare coming out. Nel XIX secolo, prima del processo a Wilde, era un’identità molto più fluida. Pensi a Verlaine: sposato, con un figlio, dopo la storia con Rimbaud ebbe molti ragazzi e ragazze e alla fine mantenne due amanti sempre in lite tra loro. Uno spartiacque è certo segnato da Freud che ha inventato le parole per dire la sessualità. Prima della psicoanalisi il lessico gay era molto più vario e creativo. Per esempio c’è un saggetto proustiano di cinque pagine in cui l’autore della Recherche usava per “omosessualità” cinque parole diverse: e descriveva cinque tipologie umane irriducibili tra loro!».
L’assenza di parole per dirlo significava meno interdizioni? Il XIX secolo era più permissivo del nostro?
«Suona paradossale, ma è un po’ così. Tutto ruotava su un non-dit e riguardo a cose proibite ma taciute c’erano meno pregiudizi e più libertà».
E la politica di Obama verso i gay? Che significano le sue «aperture», oggi che tutte le libertà sono state rivendicate e conquistate?
«Obama è un animale politico. Deve fare i conti con la comunità nera, la base più solida del suo elettorato, che è in larga parte omofoba. Per motivi religiosi. Va anche detto che la Chiesa evangelica negli Usa è molto potente. C’è un buon terzo di americani che parla quotidianamente e direttamente con Dio, senza intermediari. Tenendo conto di ciò, il presidente non si azzarda ad ammettere i matrimoni gay o il reclutamento di omosessuali nell’esercito. Ma forse anche voi in Italia, con il potere del Vaticano, avete un problema analogo».

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Gli altri vincitori

A Michela Murgia il superpremio

È Michela Murgia con Accabadora (Einaudi) la vincitrice del Super Mondello 2010, grazie ai voti congiunti degli studenti delle dieci scuole superiori palermitane e della giuria dei critici presieduta da Gianni Puglisi. A Edmund White va invece il premio riservato all’autore straniero per La doppia vita di Rimbaud (minimum fax). Tra gli altri vincitori Antonio Riccardi per Aquarama e altre poesie d’amore (Garzanti), Gabriele Pedullà per Lo spagnolo senza sforzo (Einaudi), Evgenij Solonovic per la traduzione in russo di Farfalla di Dinard di Eugenio Montale, Marzio Barbagli per Congedarsi dal mondo, il suicidio in Oriente e Occidente (il Mulino), Gian Luigi Beccaria per Misticanze (Garzanti), Francesco Forgione per Mafia Export (Baldini Castoldi Dalai). Ieri a Palermo la premiazione.

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