Dalla rassegna stampa Cinema

Stephen Frears "perché Il cinismo uccide i film"

Il regista racconta come è cambiato il cinema di questi anni – “Non ho difficoltà ad ammettere che la mia esperienza a Hollywood è stata un fallimento”

“Non si fanno più commedie per mancanza di cultura teatrale”
“La vera scommessa è quella di riuscire a divertire in modo intelligente”

LONDRA
L´appuntamento è da Raoul, un coffee shop di Notting Hill che sta giusto di fronte a un negozio su cui spicca vistosa un´insegna, My Beautiful Laundrette. E cioè il titolo del film che ha dato la fama a uno dei registi cinematografici più originali di oggi: l´inglese Stephen Frears, il protagonista dell´ultima puntata di questa serie su “lo stato dell´arte”.
Arriva puntualissimo. Quasi si fosse catapultato un attimo prima dal letto: capelli ritti in testa, barba lunga, sandali slacciati. E io non gli do il tempo di sedersi e subito lo assalgo con la mia curiosità: ma quel negozio c´era già prima del film? Frears, grande e grosso, il maglione stazzonato e un paio di braghe larghe e penzoloni, strabuzza gli occhi azzurro artico e balbetta: «No è stato un omaggio. Dubito però che i proprietari della lavanderia abbiano visto il film».
In questa semplice risposta c´è tutto il personaggio che scoprirò nel corso della conversazione: dotato di un´autoironia che sfiora l´autolesionismo, colmo di un´intelligenza vivacissima e mai saccente, protetto da una sana diffidenza verso inutili intellettualismi, accompagnata a un pragmatismo estremo. Insomma, lo spirito british al suo meglio. E tanto per evitare aspettative sbagliate, vi invito a non attendervi riflessioni pensose e a tutto campo, scenari epocali, affermazioni apodittiche. Piuttosto risposte smozzicate e perplesse, detours mentali continui, uno spirito smagato e tagliente.
Signor Frears, comincio dalla stessa domanda che ho rivolto a chi l´ha preceduta. Quali sono oggi i problemi, le chances, del cinema?
«Cosa vuole che le dica? Credo che il vero strappo sia avvenuto con il trionfo del pop anche in ambito cinematografico, il che ha sovvertito la scala di valori e attese dello spettatore. Quando da ragazzo andavo al cinema, io chiedevo la luna, volevo essere trasportato in un altro mondo. Oggi si chiede molto meno. Mi stupisce sempre questa soglia bassa di attese. Fosse per me, brucerei le sale in cui viene offerto un film che non mi procura alcuna eccitazione mentale. Sembra che il cinema più in voga ecciti soprattutto per la musica».
Veniamo al ruolo della televisione. In Italia svolge il ruolo di principale killer del cinema, sottraendogli spettatori e abbassando il gusto medio. La sua storia e quella di tanti altri uomini di cinema e teatro inglesi dimostra il contrario. Gran parte delle sue pellicole, in fondo, erano nate per la televisione, vero e proprio motore della sperimentazione.
«Era vero un tempo, oggi molto meno. Perché anche alla BBC sono vittime della stessa ossessione economica, dei profitti, dei grandi numeri. All´inizio del disastro c´è Mrs Thatcher, la quale peraltro non sempre ha ottenuto quello che voleva. Lo dico per esperienza diretta. My Beautiful Laundrette fu un successo, e così un durissimo attacco al thatcherismo si rovesciò per ironia nel prototipo del perfetto prodotto televisivo, che deve fare soldi e dare lavoro a un sacco di persone. E senza nessun merito e senza nessuna predisposizione, io e i miei collaboratori ci ritrovammo nella parte dei perfetti businessmen».
Nel corso della sua vita professionale lei ha lavorato anche a Hollywood. Perché? Coincidenza? Curiosità? O strategia?
«Curiosità, direi. Volevo capire come era fatto quel mondo. Ci sono andato come un turista e non mi lamento affatto di quell´esperienza. Ma di fatto ho fallito. Per fortuna non avevo perso i legami con il mio mondo di film a basso costo e cinema indipendente e sono potuto tornare. Comunque l´avventura americana è servita: solo quando sono arrivato negli studios americani, ho capito quanto fossi indipendente. Molto più di quanto io stesso pensassi. No, non sono proprio capace di obbedire a quei valori; neanche volendo, sarei in grado di compiacere un´audience di massa legata a investimenti colossali. Bene per chi riesce, sia chiaro, ma non sono io la persona giusta per farlo».
Per contro, lei ha più volte sostenuto che considera dei modelli quei registi, come Vincente Minnelli o John Ford, che furono capaci di fare film intelligenti e al contempo popolari.
«Certo, e lo ribadisco. Solo che non capisco quali siano oggi le regole per raggiungere quell´obiettivo. Evidentemente non sono abbastanza intelligente».
Beh, l´esito de Le relazioni pericolose dimostra che non è poi del tutto vero.
«Ma quello era un film troppo eccentrico, troppo particolare, per risultare significativo. E difatti, quando ci ho riprovato con Eroe per caso, al botteghino è stato un mezzo disastro».
Le ragioni?
«E chi lo sa? Di sicuro, se lei chiedesse ai produttori americani se Stephen Frears ha capito il mondo di Hollywood, le risponderebbero: “No, proprio no. Non ce la può fare, non sa di cosa si tratta”. Ed è vero. Prenda il rapporto con gli attori. Il protagonista di Eroe per caso era Dustin Hoffman, un ottimo attore. E come tale io l´ho considerato. Ma per il pubblico americano è molto, molto di più. E´ uno di famiglia: uno zio che circola per casa da decenni. Dunque va utilizzato come la carta principale, come il jolly che può cambiare l´esito della partita».
Altra peculiarità del suo tragitto artistico, il continuo cross-over tra generi diversi. Un film come Piccoli affari sporchi è anche un thriller di dura critica sociale sul traffico di organi nel mondo dell´immigrazione clandestina. Pensa che l´incrocio tra generi rappresenti una strada fruttuosa anche per altri?
«Mi auguro vivamente che chi pratica questa strada, lo faccia con un successo economico ben superiore al mio».
Alla fine si torna sempre lì: alla questione economica.
«Per forza. E difatti, quando insegno cinema, la prima cosa di cui parlo agli allievi sono i costi, i conti che devono tornare. E che non tornano mai. Così può succedere quanto è accaduto a me durante le riprese dell´ultimo film, Tamara Drewe, una specie di commedia pastorale. Mentre giravamo per la campagna inglese, abbiamo dovuto anticipare di tasca nostra i soldi per gli hotel».
A proposito di commedia: come spiega che questo genere sia quasi tramontato?
«Ottima domanda, ma non so se sono in grado di rispondere. Cominciamo col dire che è molto più difficile fare delle commedie che dei film seri. E poi, chi lo sa, forse c´entra il cinismo dilagante, la volgarità diffusa. Sì, è una domanda interessante, ci penserò. Prima o poi arriverò a una risposta sensata».
Eppure in teatro proprio voi inglesi avete commediografi formidabili. Un nome per tutti: Alan Bennet.
«Forse dipende dal fatto che il cinema è sempre più “realistico”, mentre la commedia, anche la sophisticated comedy a cui accennava lei, è “teatrale”. Viene, in fondo, dal teatro: da una situazione in qualche modo “astratta”, “formale”, frutto di tecniche particolari, dal dialogo al tipo di recitazione degli attori. Per fare una buona commedia bisognerebbe aver visto molto teatro, non molta televisione. Ma non mi pare che questa sia la condizione comune della maggior parte dei cineasti».
Un´ultima cosa. Se la sentirebbe di applicare alla sua idea di cinema quanto Auden sosteneva per la poesia? Ovvero che “il suo scopo consiste nel disintossicare, dicendo la verità”?
«L´idea mi piace. Di mio aggiungerei la voglia di interessare, di intrattenere, di divertire. Perché vede, questa è la vera scommessa del cinema. La stessa di Vincente Minnelli, Billy Wilder, Ernst Lubitsch. Come essere se stessi, raggiungendo però il grande pubblico e dunque i suoi gusti. Ma ripeto, bisogna essere molto intelligenti per riuscire in tale operazione. Bisogna sforzarsi di capire, oltre che sé stessi, gli altri… E non è affatto facile, mi creda».

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