Dalla rassegna stampa Teatro

Mammamia Macadamia!

Dopo la tappa milanese al PIM e le trasferte a Londra e nell’Est Europa, arriva al Piccolo Eliseo di Roma dal 18 al 31 maggio, “Macadamia Nut Brittle” di Stefano Ricci e Gianni Forte: un gelato al sapore di un contemporaneo liquido, provvisorio, pralinato con taglienti scaglie di pensiero, in cui i …

La scritta nera LOVE si asciuga pian piano, e dissolve su sfondo nero. Un tono su tono che ricorda i bei lavori di Oscar Munoz alla Biennale di tre anni fa, con i volti dei desaparecidos realizzati ad acqua sul muro, e che pian piano asciugano senza lasciare traccia.
E’ l’amore, il sentimento, a svanire nel Macadamia di Ricci/Forte, promessa d’eternità fatta fuori tempo massimo. D’altronde la trasposizione del testo di Dannis Cooper, a cui lo spettacolo si ispira, fulmina lo spettatore con una serie di impulsi elettrici, parole taglienti come quel “Nessuno mantiene ciò che promette di essere” simulacro di gelato sciolto, macchia indelebile su cellophane del nostro vivere asettico e pronto per il congelamento.

E’ dimensione di una società che non si rassegna a leggere il reale, impaurita e votata all’autodistruzione, anche perché il reale nel frattempo non è più lo stesso e quello di prima è sparito senza lasciare traccia. Freud ha affrontato direttamente l’enigma delle paure in apparenza ingiustificate e ha suggerito che la soluzione andrebbe cercata nell’ostinata diffidenza della psiche umana verso l'”arida logica dei fatti”.

La sofferenza umana, e anche la paura di soffrire, sua esemplificazione più fastidiosa e probabilmente più irritante, nasce dalla forza soverchiante della natura, dalla fragilità del nostro corpo e dalla inadeguatezza delle istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società, come sostiene anche Bauman nel suo lucidissimo “Modus vivendi”.

Da questa semplice considerazione sul nostro tempo, l’assioma principale che deriva, assunta l’impossibilità di combattere contro la natura e il tempo, è che se non possiamo eliminare tutte le sofferenze, possiamo eliminarne alcune e attenuarne altre. Ma è proprio la sicurezza, la pelle da metterci addosso per coprire dal freddo dell’anima lasciata sola, quello a cui lo spettatore di questo lavoro deve rinunciare.

L’acuta e inguaribile esperienza dell’insicurezza è un effetto collaterale della convinzione che la sicurezza assoluta sia raggiungibile, con le giuste capacità e con uno sforzo adeguato. E così, se viene fuori che non ce la si è fatta, l’insuccesso si può spiegare soltanto con un atto malvagio e malintenzionato. In questo dramma un cattivo ci dev’essere. E spesso è in se stessi, quell’inconscio che ti riempie di fango e sangue, mentre il tuo ego prova una danza sguaiata e omosex su scarpe di plastica alte dieci centimetri, o mentre cerchi felicità in una strada di periferia per un appuntamento triste, che finisce in lacrime, mentre gridi al mondo “Sono anch’io una persona”.

Il quartetto formato da Anna Gualdo, casalinga e masochista wonder woman di borgata, e il trio di stewart su questo volo a planare senza pista d’atterraggio, ossia Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori e Mario Toccafondi, lavora solo in apparenza sulla ricerca dell’empatia. Il loro è un lavoro che cerca e trova avvicinamenti e distanze, che attrae e repelle, che dice di volerti scaldare l’anima e poi te la butta nel forno a microonde chiedendoti che tipo di animale sei, per spingere il tasto giusto sul display.

Ti raccontano storie sconce di meet up al buio, di incontri con l’incoscienza, di sesso volgare, ma te le raccontano sfoderando un complice sguardo manga, mentre succhiano con avidità il cucchiaino intinto nel gelato, prima di affannarsi in orge dove per la parola non c’è più spazio.

I movimenti scenici talvolta calibrati al rallentatore talvolta sguaiati sono il necessario cottrappunto per quella ricerca di style che è nel melt fra pop e fanatica moda di cui Simone Valsecchi è sempre audace suggeritore per il duo.
Questo di Ricci/Forte sarebbe erroneo pensare sia solo il lavoro di due ottimi professionisti della parola e di un nuovo immaginario scenico, che da anni lavorano con drammaturgie di ogni genere, e che da un biennio calcano con costanza la scena europea, come poche altre realtà italiane. E’ invece l’esito di un’emozione collettiva, di un gruppo di professionisti, artisti e finanche spettatori, coagulati dal brillante duo attorno al loro progetto artistico ed estetico, persone che credono in una forma teatrale in cui, ad esempio, il pubblico arriva ad essere parte della volontà di azionare il pulsante della centrifuga, perché ha bisogno di riscontro di un vivere liquido, senza più certezze, che non può ritrovare nella rassicurante organicità di una drammaturgia con un inizio e una fine.
Il teatro, come la vita dell’uomo contemporaneo, è fatto di incontri, scontri e riscontri, di maschere infantili calate mentre si cerca rifugio nella stanzetta dei giochi quando arriva la notte: peccato si abbiano ancora le mani sporche di sangue; ferite masochistiche o colpi della sorte, mentre il coniglietto dei sogni viene scuoiato, il muffin per la profumata colazione in famiglia sbriciolato a pugni e la promessa d’amore presa in bocca da un trucido scippatore di sentimenti, che ti chiede poi via sms se sei venuto.

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