Dalla rassegna stampa Personaggi

Wainwright, l´icona gay che ama Verdi e canta Lulu

L´artista canadese in Conserva-torio col nuovo disco dedicato a Louise Brooks – Uno voce eccezionale al servizio di un mix musicale tra pop e classica …Gay dichiarato, al punto che sta cercando di sposare il suo compagno da cinque anni, Jorn Weisbrodt, nonché icona del movimento (uno dei suoi …

«Sono fiero di suonare qui perché in questo Conservatorio ha studiato un grande compositore come Giuseppe Verdi». Così aveva salutato il pubblico milanese l´ultima volta che era passato in città. Era il 2007 e Rufus Wainwright aveva appena pubblicato Release the Stars. Domani sera il cantautore canadese ritorna per un concerto in cui, solo sul palco con il suo pianoforte, presenterà l´ultimo disco, All Days Are Nights: Songs For Lulu, ispirato a Louise Brooks.
Artista unico sulla scena musicale contemporanea, Wainwright è un artista assolutamente fuori dal tempo, capace di mescolare classica e pop, kitsch e barocco, citare il Bolero di Ravel e il Macbeth di Verdi, scrivere un´opera (Prima Donna, il suo debutto, ha esordito l´anno scorso a Manchester) e poi collaborare con Neil Tennant dei Pet Shop Boys, corteggiare l´ambito più conservatore della musica e poi vestirsi da donna sul palco con tanto di tacchi a spillo.
Gay dichiarato, al punto che sta cercando di sposare il suo compagno da cinque anni, Jorn Weisbrodt, nonché icona del movimento (uno dei suoi brani, Gay Messiah, ne è una bandiera a tutti gli effetti), Wainwright, trentasette anni, figlio d´arte della cantante folk Kate McGarrigle (scomparsa di recente) e del cantautore Loudon Wainwright III, in poco più di dieci anni di carriera è riuscito dove in molti avevano fallito: proporre una sintesi quasi perfetta tra due culture musicali lontanissime come quella colta e quella leggera. Innamoratosi di Giuseppe Verdi ascoltando il suo Requiem a quattordici anni, Wainwright è cresciuto con le mani su un pianoforte e le orecchie alla radio, in un corto circuito che gli ha fatto incontrare tanto Kurt Weill quanto Leonard Cohen. Una volta scoperta la sua voce, estensione di tre ottave, ha iniziato a comporre e non si è più fermato scrivendo testi con decise vocazioni letterarie in cui riesce a mescolare la Venezia di Thomas Mann e la California di Joni Mitchell, la decadenza di Hollywood e la Parigi della Traviata (ancora Verdi, non a caso).
Per il suo ultimo disco è andato a ripescare addirittura Louise Brooks, la diva del cinema muto degli anni Trenta, celebre per il suo caschetto corvino: «La Lulù del titolo è lei, quella del Vaso di Pandora, che a fine carriera aveva anche scritto Lulù a Hollywood (in Italia edito da Ubulibri), simbolo di una donna che amo, ma che al contempo temo. Ma il mio album è pieno di donne, da mia madre a mia sorella Martha fino a Lhasa, una cantante che adoravo e che è scomparsa da poco».
Per la scaletta di domani sera, costruita per metà sul nuovo album (contenente i pezzi più difficili mai scritti da lui per piano) Rufus ha preparato venticinque pezzi con apertura su Who are you New York?, So sad with what I have e Give me what I want, poi spazio a vecchi brani come Grey gardens e Matinee (dedicata al compianto River Phoenix) e chiusura con quelli che sono ormai classici come Cigarettes and Chocolate Milk, Poses e Going To A Town. Potrebbe essere il miglior concerto che vedrete quest´anno.

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