Dalla rassegna stampa

SINDROME IPAZIA PER LA CHIESA DEL XXI SECOLO

Ora pure monsignor Ravasi scrive di multi-gender e di differenza sessuale, Un motivo in più per tornare alla filosofa d’Alessandria:né angelo del focolare né promiscua, non rientra negli schemi rigidi della Chiesa

Mentre sto leggendo per diletto e con interesse You’ve Changed: Sex Reassignment and Personal Identity, curato da Laurie J. Shrage (Oxford University Press, 2009, pp. 220) in cui undici autori discutono, tra l’altro, di abolizione del concetto di gender, ambiguità sessuali, artificialità, aspirazioni a mutare le proprie esistenze, autenticità, autonomia, autorità di prima persona, chirurgia, auto-conoscenza, costrizioni, etiche della trasformazione di sé, femminismi, genetica, genitalità, identità contestuali, nontransessualismo, normalità, preferenze sessuali, privacy, queer, schematicità, sesso, soggettività, stabilità, transessualità, transgender, transidentità, transizioni sesso/genere, ricado inaspettatamente su una cultura nostrana e qualcosa stona.
Già, mi sarei attesa che Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, motivasse quella sua infausta dichiarazione, stando a cui la recente vicenda «pedofilia » sarebbe stata trasformata in un vessillo polemico contro la Chiesa cattolica. Invece no, l’arcivescovo si picca di scrivere di «teoria del gender », dimentico che di teorie ve ne sono più d’una, in un articolo intitolato «Il riduzionismo punisce il corpo » (“Domenica”, Sole 24 Ore, 18 aprile): articolo-minestrone in cui tutto si trova un po’ confuso con tutto, citando qualche testo qui e là, per volgarizzare il concetto di genere, far emergere l’usuale granitica fede nella differenza sessuale, contrabbandandola per dato di fatto naturale, terminare col biasimare l’aborto. Consiglierei di cominciare col documentarsi, se nonsubito con You’ve Changed, perlomeno con dueautorevoli voci della Stanford Encyclopedia of Philosophy, una sul riduzionismo in biologia (http://plato.stanford. edu/entries/reduction-biology/), l’altra sulle prospettive femministe a riguardo di sesso e genere (http:// plato.stanford.edu/entries/feminism- gender/). Banalmente, non fa comunque male rammentare che la natura è cosa ben più seria, al pari della biologia, di quanto l’arcivescovo ci inciti a immaginare: del resto, spetta alle scienze, non alle religioni, la descrizione di cos’è la natura, o cosa sono le nature, quelle sessuali incluse.
A turbarmi non è tanto il concetto in sé di appartenenza di genere (criticato da parecchie parti, l’arcivescovo dovrebbe saperlo, in quanto concetto normativo, che però farebbe gioco alla normatività clericale più di quel che si lasci trapelare), né il concetto di appartenenza sessuale (ripartirci assolutamente e mediocremente in femmine e maschi, punto e basta, risale ad «Adamoe Eva»), bensì quanto questi concetti (scientificamente da investigare) dominino oggi, senza riflessione, la cultura «popular», che da quella clericale pare attingere volentieri. Qualche riga, tratta a caso dall’articolo, per dare un’idea del tono: «Il delta a cui si è approdati, coi multi- gender, post-gender, trans-gender e così via, rivela soprattutto una meta verso la quale si voleva tendere: superare la natura, ritenutaunfittizio stampo rigido e frigido».
No, non mi pare che si tratti di un delta, semmai di una fluidità; sarà addiritturaun precetto clericale l’identificazione della natura con lamadre (madre natura), mentre quello della scienza col maschio (scienza maschia) non sempre è convenuto e conviene; a ogni buon conto, che sgraziato quel termine «frigido», tanto associato a una qualche «insensibilità » delle femmine nel rapporto sessuale coi maschi! Ma chissà che non venga utile per difendere quella differenza sessuale, inesauribile fonte di deleteri dualismi, sempre a danno delle donne: mascolino/femmineo, razionale/irrazionale, attivo/ passivo, culturale/naturale, oggettivo/ soggettivo, e via dicendo. Perché questo costante incaponirsi sulla differenza sessuale? Come ho avuto modo di sostenere (Donna m’apparve, Codice Edizioni, 2009, p. 146), «è forse proprio il fine di circoscrivere il desiderio sessuale al rapporto eterosessuale che rende la differenza sessuale necessaria al desiderio sessuale, a partire dal presupposto che il rapporto sessuale deve essere finalizzato alla riproduzione, piuttosto che all’amore e alle varie rappresentazioni vissute che dell’amore si possono offrire».
Sempre bene esercitare il controllo sui desideri, sessuali e non: per esempio, sul desiderio di Ipazia di fare filosofia e scienza, la cui storia torna or ora in auge dopo secoli, in versione a sufficienza pop. Sebbene ne abbia scritto magistralmente su queste pagine Mariateresa Fumagalli il 13 aprile, mi piace ricordare che, per Giovanni Malala, Ipazia è «la celebre filosofa della quale si tramandano grandi cose» e che, seppur cancellata dalla storia (maschilista) della filosofia, un bel volumetto del 1690, Mulierum philosopharum historia, la celebra con la seguente descrizione di Niceforo: «Ipazia era disposta a offrire la sua conoscenza a tutti gli studiosi. Inoltre, quanti erano animati dall’amore per la filosofia si recavano da lei non soltanto per la sua onesta e profonda libertà nel parlare,maanche perché si rivolgeva agli uomini di potere in modo onesto e prudente: e non sembrava cosa indecorosa che lei si trovasse in mezzo a un’assemblea di uomini.
Tutti la trattavano rispettosamente per la sua straordinaria onestà di comportamento. Tutti provavano ammirazione nei suoi confronti, quando l’invidia si armò contro di lei». Invidia di che? Di una donna «contro natura», in quanto capace di mettere a tacere con onestà intellettuale ogni teoria della differenza sessuale e ogni nocivo dualismo cui la differenza si presta. Sarà magari stata uccisa da uomini il cui fanatismo si doveva all’ignoranza, ma il mandante pare fosse Cirillo, patriarca di Alessandria d’Egitto, che meriterà la santificazione – pure lui ignorante? Peraltro, contro Ipazia riescono a essere mosse le medesime (ingiuste) accuse rivolte a Socrate: corrompe le menti degli esseri umani con la sua razionalità, razionalità che mina l’ordine sociale, non crede nel giusto Dio e nella sacralità delle sue leggi – Dei nel caso di Socrate.
Sconosciuta ai più fino a poco fa, ora in molti parlano, sanno, scrivonodi Ipazia, spesso senza interrogarsi su quante Ipazia e quanti Socrate vengono ancor oggi condannati; per di più, altrettanto spesso, Ipazia viene usata, per rimbeccarsi l’un l’altro sui fondamentalismi, religiosi e non.
Lo scorso anno, invece, la Repubblica del 12 maggio, Natalia Aspesi, in uninciso sul Festival di Cannes, diceva: «Chissà cosa penseranno le filosofe femministe del ritratto di Ipazia interpretato da Rachel Weisz nel film di Amenabar Agora». Già, cosa ne pensano? Le filosofe della differenza sessuale non possono, per coerenza, che concordare con la Chiesa cattolica, mentre nel nostro paese le altre filosofe rappresentano una netta minoranza.
A PROPOSITO DI TEMPI BUI
Se è scontato che Gianfranco Ravasi, oltre a non trattare di pedofilia, eviti di nominare Ipazia, si rivela all’opposto curioso che nei giorni scorsi il Corriere della Sera abbia sollevato un dibattito sul femminismo in cui a Ipazia viene dedicato uno spazio in qualche senso indiretto, a partire proprio dall’articolo (del 17 aprile) di Susanna Tamaro, devota al mondo cattolico, che ci racconta di «tempi bui della repressione, della donna oggetto manipolata dai maschi e dai loro desideri, oppressa dal potere della Chiesa che, secondo gli slogan dell’epoca, vedeva in lei soltantoundocile strumento di riproduzione »; della «difesa della vita che sembra essere appannaggio, oggi come allora, solo della Chiesa, dei vescovi, di quella parte considerata più reazionaria e retriva della società». In sostanza: «Siamopassati… dalla falsa immagine della donna come angelo del focolare, che si realizza soltanto nella maternità, alla mistica della promiscuità ». Già, Ipazia non era né donnaoggetto, né docile strumento di riproduzione, mentre la sua vita (lasciamo in pace quella degli embrioni) non è stata difesa da alcun vescovo, bensì (probabilmente) soppressa dalla guardia armata diun patriarca, reazionario e retrivo, senz’altro nei confronti dell’onesta razionalità androgina della filosofa-scienziata.
Né angelo del focolare, né dedita alla promiscuità, Ipazia non rientrava negli schemi rigidi e «frigidi » della Chiesa che da sempre categorizza le donne in donne-madonne e donne-maddalene, incessantemente sorda nei confronti dei tanti femminismi – e il nostro presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, se ne deve aggettivare uno, menziona ovviamente quello radicale. C’è un’etica della convinzione e un’etica della convenienza: a quest’ultima si deve l’assassinio d’Ipazia e di quanto Ipazia continua a rappresentare.

NICLA VASSALLO
PROFESSORE DI FILOSOFIA TEORETICA

25/4/2010


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