Dalla rassegna stampa Personaggi

Il caso Gullotta

«Il cabaret e Pirandello? Nulla di strano In un’Italia malaticcia viva i paradossi» … Lei è stato uno dei primi a fare outing dichiarando la propria omosessualità. «È stato normale, non deve sbalordire, e la Chiesa invece di dirottare la comunicazione sui matrimoni fra gay si dovrebbe …

Il «caso» Gullotta è quello di un attore che può indossare i panni «en travesti» della signora Leonida in tv accanto a «quelli» del Bagaglino, e quelli di Angelo Baldovino ne «Il piacere dell’onestà» che con la regia di Fabio Grossi si replica fino a domenica al Teatro Eliseo. Ha 64 anni, debuttò che ne aveva 14 e dunque sono 50 anni tondi di carriera.

Gullotta, nato in un popolare quartiere di Catania, come molti siciliani ha il gusto del paradosso. Il padre di Mahler aveva una taverna e quattordici figli, Gustav nelle sue Sinfonie combinava danze popolari e marce belliche cercando armonie ardite. Il padre di Leo era pasticciere e mise al mondo sei figli, anche Leo nella sua alternanza di cabaret e teatro di parola è alla ricerca di una dissonanza.

Il «caso» Gullotta è quello di un uomo che parla di valori antichi, libertà e rigore, e magari un giorno torneranno di moda: «Mio padre contribuì a portare la Cgil a Catania, nel ’68 ad Avola partecipò allo sciopero per l’eliminazione del caporalato, visse l’eccidio dei braccianti, gli scontri con le forze dell’ordine. Papà ci insegnò la dignità, il rispetto verso gli altri, il saper ascoltare». Come arrivò a recitare? «Ero un ragazzo curioso per natura, non avevo il sacro fuoco. Mi ritrovai al Centro universitario teatrale. I corsi, il saggio. Serviva un ragazzino di 14 anni per “Morti senza tomba” di Sartre. Io, ex insegnante di disegno di Storia dell’arte ma senza mai aver professato, per dieci anni ho fatto parte degli spettacoli allo Stabile di Catania, dove si rappresentavano dieci commedie l’anno e ho conosciuto uomini straordinari».
Leonardo Sciascia: «Non sapevo chi fosse. Alle prove della trasposizione de “Il giorno della civetta”, era una persona discreta in fondo alla sala, le dita ingiallite dalle sigarette, gli occhi come due scintille». Turi Ferro: «Mi ha insegnato la disciplina». Salvo Randone: «Diceva che sul palco bisogna togliere e non mettere». Pippo Fava: «La poesia, la brillantezza. La mafia lo fece fuori proprio davanti allo Stabile di Catania». Dice che ha imparato da tutti qualcosa: «Anche dalla passione del siparista del teatro».

E poi? «Dopo quei dieci anni mi trasferii a Roma, nella piccola pensione in via Panisperna in cui avevano dimorato Fermi eMajorana. Ero entrato in crisi, a Catania ero troppo chiuso “nel camerino”, non vedevo la realtà al di fuori, che ti fa vivere con gli altri. Ero come i politici di oggi, rinchiusi nelle stanze del potere con l’aria condizionata tanto da perdere il contatto coi cittadini. Nel frattempo, era la metà degli anni ’70, cominciavano a farsi strada altri linguaggi: il teatro leggero, il cabaret che non è la barzelletta di oggi. Diventai un clown. Senza che suoni come un paragone, quando vediamo Jack Lemmon che dopo le commedie fa “Missing” sui desaparecidos nessuno si turba. Invece nel nostro paese c’è lo snobismo, la timbratura italiana. E la confusione dei talenti, dove la tv ci ha messo il suo». Lavorare al Bagaglino le ha alienato delle simpatie? «Intanto lì si scriveva tutto, c’era un’alta professionalità, a cominciare dall’eleganza e la discrezione di Oreste Lionello. Dieci anni con la Rai, il resto a Mediaset».

Comicità populista. Record di ascolti. Poi la formula si è esaurita: perché? «Perché i politici sono diventati più comici degli attori». Difficile conciliare Leonida e Pirandello. «Quando sento dirmi: peccato che ha fatto il varietà…Possibile che non si esca da questa logica? Questo Pirandello che dato il tema sembra scritto ieri, “Le allegre comari di Windsor” di Shakespeare con cui debutto in estate a Verona sulla cattiveria degli scherzi verso le diversità non le considero parentesi di lusso. Come far conoscere le foibe in una fiction, il Vajont o raccontare Enzo Tortora al suo processo». Lei è stato uno dei primi a fare outing dichiarando la propria omosessualità. «È stato normale, non deve sbalordire, e la Chiesa invece di dirottare la comunicazione sui matrimoni fra gay si dovrebbe semmai battere con vigore contro imafiosi. Ma vedi, l’Italia è un paese malaticcio che agisce per tribù e corporazioni, le persone pensanti disturbano, le mine vaganti fanno paura, vanno avanti i servili e gli ipocriti. C’è una frase molto bella di Pippo Fava che dice: Se non si è disposti a lottare, a che serve essere vivi?».

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