Dalla rassegna stampa Personaggi

Werner Schroeter «Creare una realtà sensuale». Questo è il cinema

Abbiamo incontrato Werner Schroeter nel 2008, quando a Venezia fu premiato per Nuit de chien

Cristiano, non cattolico, tedesco (ma preferiva vivere altrove), regista complesso di cinema – al fianco della «nuova onda» – e di teatro (73 regie), da sempre legato all’opera e a una serie di grandi attrici, dalla musa Magdalena Montezuma (morta nel 1984) a Ingrid Caven, Isabelle Huppert, Bulle Ogier, Pina Bausch, Ida Di Benedetto. Abbiamo incontrato Werner Schroeter nel 2008, quando a Venezia fu premiato per Nuit de chien, da Para esta noche (’42) dell’uruguaiano Onetti, riletto come viaggio nell’Europa corrotta dalla politica…
Cosa rimane oggi della nouvelle vague tedesca anni settanta?
Un anno con tredici lune, capolavoro di estrema sensibilità, il miglior Fassbinder. Querelle lo trovai di plastica. Il film chiave lo vidi a 18 anni, sul canale 1 della tv tedesca, in prima serata: La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer.
«Nuit de chien» sembra fuoriuscire da un altro mondo…
Per me la sensualità del cinema è la cosa più importante. Ci sono dei rischi nel cinema moderno nel rendere le cose più secche. Io invece punto al corpo fisico del cinema. È questo che mi fa piacere. Pensiamo alle ultime sequenze di Accattone di Pasolini, alle prime di Senso di Visconti, ai Vitelloni di Fellini. Mi regalano emozioni, una sensualità, qualcosa che mi coinvolge con il cuore, l’anima, la sofferenza. Accattone è la creazione di una realtà, non l’imitazione di una realtà come in Sirk.
Qual è il quadro che appare nei titoli di testa del film?
Un Tiziano dell’ultimo periodo, quando il suo stile è ormai molto cambiato. È quasi un Francis Bacon. È un’allegoria. Dopo Tiziano, ho messo la frase del Giulio Cesare di Shakespeare: quello che non riesco a capire sono le persone che hanno paura della morte, perché la morte arriva in ogni caso e viene quando vuol venire. Questa è la più grande liberazione per l’uomo. La stessa frase la ripeto alla fine del film.
La malattia, la carne, la musica sono elementi costanti del film, come la morte…
Sono anche elementi vitali. Già l’atto di fare qualcosa, l’azione in sé, è molto vitale. Tutto lo è, il colore, il suono, il voler sapere dove siamo oggi, l’hic et nunc. Sami Frey, che interpreta il presidente Barcalà, dice una cosa vera: «Io sono sempre stato un uomo onesto». Ma qualche settimana prima rispetto al momento in cui si svolge l’azione del film tutti erano onesti. È un po’ ciò che accadde nella Repubblica di Weimar quando tutti si sentivano onesti e poi è arrivato il 3° Reich. O nella Russia di oggi, nell’Italia attuale che sta così cambiando. L’Italia di allora era una cosa pazzesca. C’era davvero un’altra qualità del vivere. Liebesqualitie. Qualcosa che adesso si sta perdendo. Una situazione che crea tristezza perché questa qualità, il sentirsi bene con i miei amici italiani, non voglio perderla… Vediamo gli intellettuali italiani rassegnati e tutti si sentono ancora onesti anche se c’è una situazione collettiva assurda, di violenza e di potere. Quando qualcuno tratta il potere come arma personale diventa feroce. Altra cosa è il potere gentile nella democrazia. Io penso che l’angoscia della morte spinga proprio a andare incontro al potere, illudendosi in questo modo di potersi prolungare l’esistenza e puntare all’eternità.

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Cristina Piccino

Un visionario della rivoluzione

È morto a 65 anni Werner Schroeter, uno dei protagonisti del Nuovo cinema tedesco degli anni ’70. Artista di confine, anche regista d’opera, mescola nelle sue immagini la musica, la lirica, le icone fuori dal tempo come Maria Callas o la sua adorata attrice Magdalena Montezuma. Tra i suoi film più conosciuti, «Palermo oder Wolfsburg», Orso d’oro a Berlino nell’80
A un certo punto era: Fassbinder o Wenders. Dicotomia insormontabile tra i cinefili che si erano innamorati del nuovo cinema tedesco un po’ come quella che opponeva Godard/Truffaut. Gli uni non concepivano gli altri, poi c’era qualche eccezione tipo gli estimatori di Werner Herzog o di Alexander Kluge ma erano storie diverse.
Lui invece, Werner Schroeter, rimaneva una figura misteriosa, più difficilmente avvicinabile, complessa. Leggiamo in Proiezioni private di Enzo Ungari (libro imperdibile, edito dal Castoro nel ’96): «Oggi non posso più parlare di Werner Schroeter come facevo una volta quando mi capitava di proiettare al Filmstudio di Roma una copia di Salomé o di Maria Malibran. A quel tempo lo avevo definito un po’ per pigrizia un po’ per provocazione il Carmelo Bene tedesco … Quando Nel regno di Napoli (1978) ci è piombato addosso alcuni di noi si sono sentiti atrocemente in ritardo …».
Il fatto è che Schroeter ha un po’ patito la definizione di «regista sperimentale». Non che non lo fosse, anzi ma il suo cinema nel corso di quarant’anni e di quaranta titoli, oltre a settantacinque regie d’opera, aveva continuamente messo in discussione se stesso. Una filmografia immensa, Maria Malibran, Willow Springs (il film preferito da Fassbinder) Salomé … I suoi film del periodo underground sono una scelta di vita: tra il ’68 e il ’78 dichiarano una estetica dell’isolamento che nell’immagine si traduceva in una forma di disgregazione lenta e raffinata: primi piani dei volti, separazione tra immagine e suono come nel cinema muto, arie d’opera unite a canzonette.
E questo rimane nel suo cinema successivo, quando proprio col Regno di Napoli passa al formato 35 millimetri iniettandovi un estremismo soggettivo e una base produttiva sempre leggera. Era lui a creare le scene, a cucire i costumi, non esistevano nel suo lavoro le separazioni «verticali» del cinema europeo. I primi film sono studi in 8 millimetri e in 16 millimetri, sono un corpo a corpo con la musica alla quale cerca di dare una visibilità. Si vede Schroeter che danza nudo, con un cappotto aperto, poi Carla Aulaulu arriva e balla Salomé. Ci sono le fotografie di Callas e di Valente che si fondono nel viso di Mona Lisa, Verdi e Strauss. La sfida di Schroeter sarà sempre rompere le gerarchie, la separazione del consumo, la barriera tra cultura alta e bassa sovvertendo l’opera borghese, le certezze delle canzonette piccolo borghesi, lui ama Genet e Cocteau, la carnalità del piacere e del gioco.
Parlando di lui R.W, Fassbinder diceva (Frankfurte Rundschau, 1979): «Werner Schroeter è stato per anni un regista underground e non lo hanno mai fatto uscire da questo ruolo. L’etichetta di underground rende i suoi film un flash in cui la bellezza diviene quasi esotica come una strana pianta… ». Underground dirà lo stesso Schroeter al festival di Venezia è una definizione da cui è difficile liberarsi. Certo che il suo cinema è underground, è cresciuto con le visioni di Markopoulos anche se non conosce subito Warhol o Jack Smith, ma Schroeter è soprattutto un artista di confine, tutto ciò che fa parte di sé entra con prepotenza nelle sue immagini dense, barocche, in cui il talento visionario diviene quasi un’utopia e la testimonianzia del contemporaneo. Quando filma Napoli cercando la bellezza, senza ideologia, nei panni sporchi, o Palermo raccontando la storia del giovane italiano disoccupato e costretto a emigrare in Germania cone tanti altri greci o turchi, maltrattati dal sistema tedesco, il suo cinema è documentario, impuro e eroico in questo scontro impossibile col mondo. I personaggi di Schroeter sono quasi sempre donne, irraggiungibili più se ne cerca l’intimità. E icone, come Maria Callas e Magdalena Montezuma, l’attrice adorata che sarà anche accanto a un altro «estremista» del cinema tedesco, Rosa Von Praunheim. Poi Isabelle Huppert …
Con Von Praunheim, conosciuto a venticinque anni, Schroeter condivide gli inizi nel cinema e l’irriverenza nei confronti delle regole manipolate per piegarle alla propria esigenze. Arte di vita la chiamano, appunto, e già alcuni anni prima spalancano la vertigine del Sessantotto che intreccia politica e vissuto, il cinema di Schroeter infatti è politico ma in senso obliquo, predilige il conflitto e l’ambiguità iniettati nel gioco di luci e ombre, in una mise en scene carnale e disperata. I suoi film non somigliano a niente, sono tenebrosi, insolenti, lirici e raffinati. Fino al suo ultimo Nuit de Chien (2008), magnifica ballata sulla libertà che rilegge un libro di Juan Carlos Onetti, Para esta notte, presentato al festival di Venezia due anni fa dove l’allora presidente di giuria Wenders decise di dare a Schroeter un premio all’opera.
Nato a Georgenthal, in Turingia, il 7 aprile del 1945, aveva da poco compiuto i sessantacinque anni, Schroeter è un figlio della guerra e della Germania nazista, la generazione che si ribellerà ai dettami sociali di un paese che a guerra finita, e con la smania di dimenticare il nazismo, aveva fatto un po’ troppi compromessi. L’infanzia la passa tra Bielfield e Heidelberg, la famiglia viaggia spesso e il piccolo Werner li segue frequentando le scuole tedesche in paesi diversi. Forse è per questo che i suoi film sceglieranno poi set in tutto il mondo, Napoli, la Sicilia, Parigi, Marsiglia, il Portogallo, il Libano, il Messico. L’università la lascia presto, lavora come giornalista freelance poi si iscrive alla scuola di cinema e televisione di Monaco dove resiste poche settimane. «Ho sempre detestato l’idea dell’accademia» diceva. E il suo cinema ne è il più bell’esempio.

Maria Callas, Pina Bausch e la Palermo che emigra

1967 – «Verona» (corto)
1968 – «Maria Callas Porträt» (corto) con Maria Callas; «Mona Lisa» (medio); «La morte di Isotta» (medio); «Grotesk -Burlesk – Pittoresk»
1969 – «Eika Katappa»; «Nicaragua»
1970 – «Der Bomberpilot»
1972 – «Der Tod der Maria Malibran»
1973 – «Willow Springs»
1978 – «Nel regno di Napoli»
1973 – «Der Schwarze Engel»
1980 – «Die Generalprobe» con Pina Bausch; «Palermo oder Wolfsburg» (Orso oro a Berlino)
1981 – «Tag der Idioten»: «Das Libeskonzil»
1983 – «Zum Beispiel Argentina»
1986 – «Der Rosenkönig»
1991 – «Malina»
1996 – «Poussières d’amour»
2000 – «Deux»; »Die Königin»
2008 – «Nuit de chien»

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