Dalla rassegna stampa Personaggi

L'ultimo mistero di Pasolini

Così si riapre il caso Pasolini – Dai misteri dell´omicidio fino al capitolo “fantasma” del suo ultimo romanzo, Petrolio, la fine dello scrittore resta un giallo. Di cui oggi si torna a discutere con l´inchiesta che riparte. Un´indagine su 35 anni di segreti della storia italiana

Nella verità ufficiale così com´è stata sancita dai tribunali ci sono circostanze e dati di fatto che non tornano

Perché una verità ufficiale sulla morte di Pier Paolo Pasolini c´è. Il 2 novembre del 1975 Pasolini si apparta nella zona di Ostia con Pino Pelosi assoldato davanti alla stazione per un rapporto sessuale. Pelosi non vuole, Pasolini insiste, Pelosi reagisce e uccide Pasolini. Condanna di Pelosi passata in giudicato. Fine della storia.
Ci sono un po´ di cose che non tornano. È così che nascono i cosiddetti “misteri italiani”, quando una verità accettata non c´è o non convince. Se non convince sulla base di pregiudizi politici o emotivi allora è “dietrologia” o “voglia di giallo”, ed è inutile e dannosa. Se invece ci sono degli elementi concreti, allora è un´altra cosa.
Di elementi concreti per dubitare della verità ufficiale sulla morte di Pasolini ce ne sono molti. Intanto quelli “scientifici”. Il primo è rappresentato da Pasolini stesso, dal suo corpo. Come fece notare il professor Faustino Durante con la sua autopsia di parte, Pasolini non poteva essere stato ucciso soltanto da Pino Pelosi e nel modo in cui questo lo aveva descritto. Un uomo atletico ridotto ad un “grumo di sangue”, come lo descrisse la perizia, da un ragazzino come Pelosi, non per nulla soprannominato Pino La Rana, che compie quel massacro con due tavolette di legno e senza sporcarsi di sangue.
Poi la macchina di Pasolini, le tracce di sangue ritrovate sulla carrozzeria ed altri elementi al suo interno, la ricognizione del luogo del delitto fatta pochi giorni dopo da Sergio Citti e ripresa in un filmato, l´assurdità del giro compiuto da Pasolini quella notte che andrebbe fino a Ostia per appartarsi con un ragazzino, tutto concorre a ricostruire una diversa dinamica dell´omicidio.
Poi ci sono le testimonianze. Quelle raccolte a caldo sul luogo del delitto e in questura tra gli amici di Pino Pelosi che stavano con lui quel giorno, quelle fornite più tardi – e mai veramente verificate – di Sergio Citti e altri amici di Pasolini. Sono testimonianze che ribaltano l´immagine iniziale di questo brutto film noir che da allora ci proiettiamo nella testa, quello del predatore, che gira per la stazione come uno squalo in cerca di un ragazzino. Fanno pensare a Pasolini che va davanti alla stazione per un appuntamento preciso. Per incontrare qualcuno.
A quelle si aggiunge la testimonianza stessa di Pino Pelosi, che nel 2005 ritratta la sua confessione e fornisce della morte di Pasolini una versione molto più in linea con le risultanze scientifiche: Pier Paolo Pasolini è stato ucciso da più persone che gli avevano teso un agguato.
Nei cosiddetti misteri italiani in assenza di una verità accettata o accettabile la spiegazione che sembra più probabile sulla base di elementi concreti va in cima alla lista. Ho espresso quegli elementi in modo superficiale e tralasciando alcuni dettagli che ancora dovranno essere verificati – la possibilità che Pasolini già conoscesse Pino Pelosi, alcuni indizi che portano a nomi di esponenti della malavita romana di estrema destra di quegli anni – ma per me la versione più probabile della morte di Pier Paolo Pasolini è questa. E non sono il solo, a partire da Gianni Borgna -autore assieme a me di un piccolo saggio apparso su MicroMega che presto diventerà un libro molto più ricco e completo – per finire con Walter Veltroni, Carla Benedetti e Gianni D´Elia, solo per citarne qualcuno.
A questo punto, seguendo il nostro ragionamento, ci dovremmo chiedere perché un gruppo di picchiatori della malavita romana uccide un poeta. Allo stato dei fatti ci sono due ipotesi ritenute tra le più fondate.
La prima è che Pier Paolo Pasolini sia morto così perché è così che si moriva allora. Quelli sono gli anni ´70, che sono anche gli anni di piombo e gli anni della “violenza diffusa”. Sono gli anni in cui si ammazza le gente per quello che è, perché è diversa, politicamente e culturalmente. Ci sta che un gruppo di persone, spontaneamente o spinte da qualcuno che sta più in alto e coltiva una sua relativa “strategia della tensione”, si organizzi per dare una lezione a quel “frocio comunista” – come Pino Pelosi adesso racconta di aver sentito durante il massacro – di Pasolini. E dare una lezione può anche essere sinonimo di ammazzare, come era successo soltanto pochi mesi prima a Sergio Ramelli, militante dell´Msi ucciso da estremisti di sinistra a Roma, o ad Alberto Brasili, simpatizzante di sinistra ucciso da estremisti di destra a Milano, e come sarebbe successo anche dopo quel 2 novembre.
La seconda, invece, ha a che fare col lavoro di Pasolini, col suo essere lo scrittore di quel “Io so” – come diceva in un articolo intitolato “Il romanzo delle stragi” – che vuole raccontare la misteriosa, confusa e drammatica storia del nostro paese. Pier Paolo Pasolini lo sta facendo con un romanzo molto moderno, rimasto incompiuto, che si chiama Petrolio. In quel romanzo ci sarebbe un capitolo importante che parlerebbe dei risvolti politici e criminali che girerebbero attorno all´ENI, al suo direttore Eugenio Cefis e al suo predecessore Enrico Mattei, ucciso – come è stato in seguito provato. Da una bomba sul suo aereo.
Il condizionale è d´obbligo, oltre che per evitare querele, perché quel capitolo non c´è o non c´è più. Citato da Pasolini stesso nel suo libro, evocato da altri testimoni, ricostruito attraverso le sue fonti – alcuni pamphlet sull´argomento di cui Pasolini era venuto in possesso -, sbandierato e poi rinnegato da Marcello Dell´Utri nella sua veste di bibliofilo, quel capitolo viene ritenuto da molti come il possibile movente dell´omicidio. È credibile? Due considerazioni.
La prima è che quel momento che gira attorno alla morte di Enrico Mattei, è un momento cruciale per la storia della repubblica italiana, per la sua politica interna e per la sua collocazione sul piano internazionale, sia dal punto di vista economico che politico. Un momento che secondo le indagini di un magistrato di Pavia, Vincenzo Calia – e non soltanto le sue – chiama in causa importanti settori della Democrazia Cristiana e dell´economia, oltre che Cosa Nostra e servizi segreti nostrani ed esteri, legandosi alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Molti dei nomi citati dalle carte del magistrato, come Graziano Verzotto, sono gli stessi che appaiono nelle fonti del capitolo “scomparso”.
Si può ammazzare per questo? Sì, la morte di Enrico Mattei e di Mauro De Mauro ne è la prova. Va bene – e questa è la seconda considerazione – ma si può ammazzare uno scrittore per questo? Non lo so. In Italia gli scrittori non sono mai stati così potenti o pericolosi da preoccupare il potere. E i romanzi, purtroppo, non hanno mai cambiato il mondo.
Però so una cosa. Che in Italia, in questa nostra strana Italia, le domande hanno sempre fatto più paura delle risposte. Perché dopo la risposta magari le cose si rimettono a posto come è sempre successo, ma la domanda provoca un sisma che non si sa come andrà a finire. Un movimento di cui tanti possono approfittare per cambiare i campi di forza o mandare segnali. E un omicidio, dalla nostre parti, è sempre stato un segnale molto usato.
Insomma, non so se Petrolio, con il suo capitolo scomparso, avrebbe rappresentato un pericolo mortale, ma solo il fatto di scriverlo, di ricevere informazioni da alcuni contro altri, di entrare involontariamente in una guerra segreta combattuta su altri fronti, già sarebbe un buon motivo per essere ammazzato.
Le indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini si sono riaperte. Succede periodicamente, ma questa volta sarebbe bene che lo restassero. Ci sono tanti elementi nuovi da vagliare fino in fondo senza pregiudizi che forse questa volta ci riusciamo a fare in modo che un mistero italiano diventi una verità accettabile e accettata.
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L’ultimo mistero di Pasolini

CARLO BONINI

Agli atti di una verità processuale (e non solo) ancora monca, non mancherebbe soltanto il capitolo di un libro (Petrolio). Mancano anche trenta minuti di pellicola a “futura memoria” che nell´autunno del 2005 vennero girati in una casa di Fiumicino, accanto al letto di morte in cui si stava lentamente spegnendo Sergio Citti, l´attore e il regista che con Pier Paolo Pasolini aveva condiviso una vita. Dietro la macchina da presa, il regista Mario Martone. A porre le domande, l´avvocato Guido Calvi, legale della famiglia Pasolini. Che oggi ricorda: «Avevo saputo che la prima settimana del novembre ´75, pochi giorni dopo la morte di Pier Paolo, Citti con la sua cinepresa in superotto era andato all´Idroscalo di Ostia per fissare la scena del crimine. Era una pellicola muta e nondimeno un documento eccezionale».

La testimonianza raccolta nel 2005 sarà presto consegnata alla Procura di Roma

Un video con le parole di Citti è la nuova carta della famiglia

«Perché restava e resta – continua l´avvocato Calvi – la sola ricognizione visiva di un luogo cui, diciamo per imperizia, polizia e carabinieri, la mattina del 2 novembre ´75, diedero libero accesso, lasciando che venissero cancellate tracce verosimilmente utili alle indagini. Ebbene, Citti era l´unica persona in grado di commentare quelle immagini mute. E così, decisi di fargliele spiegare di fronte a una telecamera. Ricordo che con Martone ci sistemammo nel salone della sua casa di Fiumicino. Avviammo la proiezione del superotto su un grande schermo e Citti cominciò il suo racconto».
A differenza delle pagine asseritamente scomparse di Petrolio, la testimonianza di Citti sarà presto consegnata da Calvi alla Procura di Roma che ha per la terza volta riaperto l´indagine sull´omicidio. Anche perché in quelle immagini si documenta come, per quanto compromessa, la scena del crimine fosse ancora in grado di “parlare”. Di confermare quello che Pino Pelosi avrebbe ammesso solo con il tempo (nel 2005). Che ad uccidere Pasolini, la notte tra l´1 e il 2 novembre del ´75, furono più uomini. Una verità, questa, per altro già testimoniata 35 anni fa dalle tracce biologiche presenti sulla macchina di Pasolini (una macchia di sangue sul lato del passeggero che non apparteneva né al regista né a Pelosi), da ciò che venne ritrovato al suo interno (un maglione e un plantare di scarpa, anche questi di ignoto proprietario), dall´assenza di qualsiasi traccia di colluttazione sul corpo e sugli abiti di Pelosi al momento del suo arresto, poco dopo l´omicidio. E tuttavia mai esplorata fino in fondo. Se non con due indagini riaperte e quindi archiviate in questi ultimi anni dalla Procura di Roma.
Ricorda ancora Calvi: «Citti era convinto, e la sua testimonianza video ne dà conto, che Pasolini venne attirato in una trappola. A suo dire, erano state rubate alcune pizze di Salò e Pelosi fu l´esca che lo convinse quella notte che era possibile recuperarle e che dunque lo spinse a raggiungere Ostia». Gli assassini forse lo seguirono. Forse lo aspettarono all´Idroscalo. È certo che il regista, prima di essere sopraffatto, lottò con i suoi assassini. Il suo sangue, le ciocche dei suoi capelli vennero repertate in un raggio di settanta metri. Una mattanza di cui Pelosi fu testimone, verosimilmente senza mai scendere dalla macchina.
Su un punto, del resto, Calvi è propenso a ritenere più che attendibile la ricostruzione di Citti. «Quell´ultima notte, Pasolini cenò due volte. E per due volte raggiunse la stazione Termini. Soprattutto, percorse 150 chilometri per raggiungere l´Idroscalo di Ostia dal quartiere di san Lorenzo, poco più di 30 chilometri in linea d´aria. Una distanza dunque incompatibile per chi cercava semplicemente un luogo in cui appartarsi per un rapporto sessuale».

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