Dalla rassegna stampa Cinema

PAURA DI ESSERE FELICI

CINEMA – “HAPPY FAMILY”, IL NUOVO FILM DI GABRIELE SALVATORES – Due famiglie milanesi, diversissime tra loro, si incontrano e si scontrano. E i loro componenti vanno in crisi. Salutare.

Dev’essere stato il passaparola. Normale infatti che la nuova stagione del cinema italiano si sia aperta con le belle commedie dal sapore familiare di Carlo Verdone (Io Loro & Lara), di Paolo Virzì (La prima cosa bella), di Pupi Avati (Il figlio più piccolo) e con quella un po’ più fracassona di Giovanni Veronesi (Genitori & figli: agitare bene prima dell’uso). È invece insolito che abbiano adottato toni da commedia perfino autori come Ferzan Ozpetek (Mine vaganti) e ora Gabriele Salvatores il cui nuovo film, Happy Family, esce questo fine settimana in 300 sale.

È come se, di fronte alle miserie della cronaca quotidiana, i più sensibili abbiano sentito il bisogno di reagire allo scoramento recuperando il sorriso, la leggerezza delle cose, la forza primordiale dei sentimenti più veri, quelli familiari. Certo, la famiglia non è più quella di una volta. Ma che sia tradizionale o allargata, messa alla frusta da traversie economiche o squassata da difficili verità, resta sempre il punto di riferimento.

«Era difatti al centro pure dei miei precedenti film: Io non ho paura, Quo vadis baby?, Come Dio comanda. Solo che là le trame erano tra il thriller e il dramma psicologico», spiega Salvatores, 59 anni, origini napoletane ma milanese da una vita. «Happy Family invece è una pellicola che cerca di guardare la vita col sorriso e gli altri, ossia i nostri compagni di viaggio, con un po’ di tenerezza».

Come mai questo titolo all’inglese?
«È per intendere la famiglia in senso di community: tutti noi che proprio ora stiamo facendo insieme il viaggio, su questo pianeta. La felicità è una cosa a cui avremmo diritto, prevista perfino dalla costituzione di alcuni Paesi. Eppure, spesso siamo noi stessi a negarcela».

A che cosa si riferisce?
«Mi ha sempre colpito una frase di Groucho Marx: “Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere”, diceva, “perché nella vita non c’è una trama!”. Perfetta per il mio film in cui tutti i personaggi sono preda di paure: degli altri, di soffrire, d’innamorarsi, di credere in qualcosa, perfino di essere felici».

La storia (tratta da un testo teatrale di Alessandro Genovesi) è centrata su due famiglie milanesi che non potrebbero essere più diverse per ceto e abitudini. A costringerle a mescolarsi sono i rispettivi figli che, non ancora sedicenni, minacciano di… sposarsi. Situazione paradossale che spingerà ciascun adulto a fare i conti con gli altri e con sé stesso, portando a galla nevrosi e insicurezze.

Caratteri e situazioni creano cocktail gustosi ben serviti da attori del calibro di Diego Abatantuono, Margherita Buy, Fabrizio Bentivoglio, Carla Signoris. In più c’è Fabio De Luigi, da comico Tv trasformatosi in attore vero. Qui veste i panni di Ezio, 38 anni, sceneggiatore dalla barba incolta seduto perennemente davanti al computer nel tentativo di concludere il copione di un film: Happy Family appunto. Dopo un po’, infatti, lo spettatore scoprirà che tutti i protagonisti sono frutto delle fantasie di Ezio che, appena mollato dalla fidanzata, piuttosto che vivere una nuova storia d’amore preferisce scriverla. Il guaio è che i personaggi usciranno dal computer per affollare il suo loft, non accontentandosi di far scrivere a lui i loro destini ma pretendendo di tirare in ballo il loro creatore. Una commedia corale alla Robert Altman, per sorridere e far pensare.

«Non si tratta della solita commedia all’italiana, pur con tutto l’amore che nutro per essa», sottolinea Salvatores. «È più mediata. Mostro qualcosa pensato da una persona all’interno di una stanza: non c’è realismo, ma credibilità. E lo spettatore lo avverte dalle inquadrature più distanti, oggettive, senza camera a mano e dai colori delle scene».

Tanta fatica per dire?
«Che è facile narrare storie restandone fuori, molto più arduo è vivere l’esistenza reale, dove al massimo puoi fare l’attore ma non il regista. Perché, appunto, una trama preordinata non c’è».

Era tempo che non chiudeva una pellicola col lieto fine come stavolta…
«Avevo voglia di commuovere e di far ridere. Soprattutto di esortare a non prendere la vita a muso duro: invece di sforzi inutili, meglio lasciarsi andare».

Come fa, lei che una famiglia non ce l’ha, a descrivere così bene i nuclei?
«Be’, ho una grande famiglia teatrale e cinematografica: penso a Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Gigio Alberti e a tutti gli attori del Teatro dell’Elfo. Provengo poi da una classica famiglia napoletana. Mio padre lavorava e io crescevo circondato da donne: mia madre, due sorelle, due zie, due nonne, una tata. Qualcosa avrò imparato».

Perché la colonna sonora è fatta solo con canzoni di Simon & Garfunkel?
«Ezio ascolta in continuazione un disco in vinile, il solo lasciatogli dalla ragazza che l’ha mollato. Ho parlato al telefono con Paul Simon spiegando il film e lui a un certo punto mi ha detto: “Scusa se ti domando tante cose, ma questa è solo la nostra seconda colonna sonora dopo Il laureato”. Mi sono spiegato?».

23 anni dopo Kamikazen, film che l’ha lanciata, torna a filmare Milano…
«Rispetto agli anni ’80, Milano ha perso il senso di metropoli. Un tempo di sera vedevi la gente per strada, oggi pare che la città chiuda con uffici e negozi. Ma ho filmato Milano con lo stesso affetto di Woody Allen per Manhattan».

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