Dalla rassegna stampa Cinema

Riparte da Lecce la commedia sociale di Ozpetek

…In questi anni, il principale merito di Ozpetek è stato quello di aver portato le tematiche del cinema gay all’interno della commedia all’italiana, rendendole comuni. …La scena finale è davvero un momento di pura poesia, come nel miglior Ozpetek. Il corteo funebre che segue il feretro, in …

Per Ferzan Ozpetek il Salento è come l’Italia degli anni Settanta, un posto ancora caloroso, solare, tollerante, che preserva le relazioni umane e le difende dall’egoismo dilagante. Un posto diverso dal resto dell’Italia, un paese imbarbarito e regredito nell’ultimo decennio, e da Roma, la sua città d’adozione, in cui l’omofobia e il razzismo si respirano come l’aria e le aggressioni contro i «diversi» (tutte le forme della diversità) sono ormai diventate quotidiane. Sarà davvero così diverso il Salento?

A vedere il suo ultimo film girato a Lecce, Mine vaganti (nelle sale dal 12 marzo in 500 copie, e già venduto all’estero in 15 Paesi) si direbbe che se la Puglia è davvero migliore, se la Puglia è davvero più tollerante, il merito è soprattutto della rivoluzione culturale (fatta di piccoli gesti, di piccole resistenze, e di un costante cambiamento del luogo comune) messa in atto negli ultimi due decenni dalle donne, dai maschi non-eterosessuali e soprattutto dai giovani. Alla tradizionale tolleranza levantina si è aggiunta una nuova interazione tra minoranze (perché siamo tutti minoranze) o tra «mine vaganti» (come dice il film), voluta, elaborata nel concreto, ragionata e continuamente ripensata.

Mine vaganti (prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci in collaborazione con Rai Cinema e Apulia Film Commission) è forse meno bello di Le fate ignoranti, La finestra di fronte e Saturno contro. Ma al suo interno vi sono le stesse atmosfere ozpetekiane, e questa volta sono fuse a un Salento vivo, fatto di ulivi, tufo, mare, dolci, ma anche di modernità. Questa volta il protagonista collettivo non è una famiglia «per scelta», una comunità allargata di amici, ma una famiglia «di sangue», tradizionale, del Sud, in cui irrompe l’omosessualità dei figli. Dei due figli maschi: Tommaso (Riccardo Scamarcio) e Antonio (Alessandro Preziosi). La famiglia è la famiglia Catone, proprietaria di un grande pastificio. Il padre, il capofamiglia, è Vincenzo (Ennio Fantastichini), uno che per intenderci a un certo punto dice, per mettere le cose in chiaro: «Quello è ricchione, non è omosessuale, non lo giustificare!» e quando caccia di casa il più grande dei figli gli viene un infarto.

Ma la coralità si nutre anche di forti personaggi femminili. La madre (Lunetta Savino), la sorella (Bianca Nappi), la zia (Elena Sofia Ricci), l’amica di famiglia che diventa amica intima di Tommaso (Nicole Grimaudo) e soprattutto la nonna (una splendida Ilaria Occhini), che è il vero perno di svolta del film. È lei la principale «mina vagante», la variabile irregolare che fa saltare l’ordine delle cose, perché possano ritrovare un loro nuovo posto, più armonioso. È lei che incarna la tolleranza tradizionale («Normalità, che brutta parola!», dice a un certo punto), così come Scamarcio e Grimaudo incarnano la nuova interazione. Il film di Ozpetek racconta proprio questo: l’esplodere di una famiglia simile a tante altre di fronte alla difficoltà di accettare l’omosessualità (non tanto per il fatto in sé, quanto per il sempiterno: cosa dirà la gente?), e il suo acquietarsi in nuove forme di fronte al dramma finale, la morte della nonna.
La scena finale è davvero un momento di pura poesia, come nel miglior Ozpetek. Il corteo funebre che segue il feretro, in cui vi si ritrovano tutti i personaggi e sono tutti vestiti di nero, si trasforma, con un tocco di surrealismo, nella festa nuziale della nonna da giovane (Carolina Crescentini), una donna che per tutta la vita, come si scoprirà, ha amato il fratello più piccolo dell’uomo che avrebbe sposato. Così, il nero del funerale si trasforma nel bianco assolato di una terrazza degli anni Quaranta. Un sogno in cui la Storia si ferma, in cui tutto diventa possibile. Gli stessi personaggi di prima ora ballano a coppie, sotto lo sguardo di Tommaso: vivi e morti, uomini e donne, uomini e uomini, donne e donne.

Come si sarà capito Mine vaganti ha un gran cast. Ma ha anche una gran colonna sonora. Dall’inedita Patty Pravo del brano finale Sogno alla Nina Zilli di Cinquantamila lacrime, che pare rievocare la musica di un tempo, le canzoni di Mina o Nada, e mescolarla con venature ska.

In questi anni, il principale merito di Ozpetek è stato quello di aver portato le tematiche del cinema gay all’interno della commedia all’italiana, rendendole comuni. Ozpetek sembra quasi dirci che le preferenze sessuali, oltre a essere molteplici e del tutto «normali», non possono essere isolate come un argomento a sé stante (e quindi edulcorate o ridicolizzate) per fare della commedia. Valgono tanto quanto i temi di fondo, i temi di sempre, che casomai vanno ripensati all’interno di quella stessa molteplicità e non più «a senso unico»: la solitudine, il rapporto tra generazioni, i conflitti con il contesto che ci circonda, gli odi, i sogni, gli amori, gli equivoci, le catarsi… Ma allo stesso tempo la commedia all’italiana, se fatta bene (e c’è una ricca tradizione a cui guardare, da Germi e Monicelli), può diventare un’eccezionale spazio di critica del luogo comune. Uno spazio in cui raccontare o prefigurare una nuova Italia, e mostrarla al grande pubblico.

Mine vaganti narra tutto questo a partire da Lecce: per una volta, non dal centro o dalla periferia della metropoli romana, ma dal tacco orientale e la sua pienezza di vita.

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