Dalla rassegna stampa Cinema

Dopo mezzo secolo "La Dolce Vita" fa ancora scandalo

Esattamente cinquant´anni fa usciva il film capolavoro che costò a Fellini sputi, insulti e perfino una scomunica vaticana Un´opera preveggente che battezzò con parole e immagini i nostri anni Sessanta e che già rispecchiava la fine di ogni certezza e speranza, quell´inarrestabile declino che …

Nel linguaggio universale da allora sono entrati i termini italiani “dolce vita” e soprattutto “paparazzi”: vita dorata eppure disprezzabile, fotografi avventurosi eppure temibili Ma oggi il loro senso è cambiato

Sembrava ieri la carica di sputi sullo smoking di Federico Fellini da parte dei borghesoni milanesi indignati, all´anteprima della sua Dolce vita: non più, oggi l´indignazione è un sentimento sepolto e lo sputo non è più un´emozione ma il mezzo per liberarsi dai chewing-gum che poi imbrattano a pois indelebili i marciapiedi. Sembrava ieri che le sciure impellicciate simulassero svenimenti per le scene dell´orgia, mentre oggi per tenere insieme il matrimonio si adattano anche contente a frequentarne qualcuna in coppia col marito. Sembrava ieri la scomunica del Vaticano a Federico Fellini per quel film, seguita dagli incitamenti ai fedeli a pregare per la sua anima, e adesso invece si mormora che da certe stanze particolarmente pie partano trame, calunnie e rivelazioni di tipo sessuale, che distruggono reputazioni e vite e non basterebbero milioni di preghiere a salvare né i calunniatori né i calunniati.
Cinquant´anni fa: La Dolce Vita era un film bellissimo, rivoluzionario e scandaloso. Oggi: La Dolce Vita è forse più bello di allora, con quell´indimenticabile e dimenticato lucore del bianco-nero, tanto più misterioso, emozionante e carnale del colore e ovviamente anche dell´infantile 3D; tuttora rivoluzionario perché ricorda come il talento felliniano, onirico e preveggente, abbia inventato immagini di un costume di vita e di una decadenza sociale che sono diventate per la storia la realtà dei nostri anni Sessanta; tuttora scandaloso, perché già specchiava, persino negli orrori degli abiti, del trucco, dei gesti, dei discorsi scemi, in quel vagare notturno senza scopo e senza cuore, nella nullità di certi intellettuali forse già in cerca di padrone, la fine di troppe cose, il precipitare di ogni certezza e speranza. E non è un caso che qualche anno dopo Carlo Lizzani girasse La vita agra, dal bel romanzo di Luciano Bianciardi, su al Nord, lontano dalla morbida spensieratezza romana, a Milano, la città del lavoro grigio, della quotidianità difficile, degli amori spenti, del disagio di una generazione che rinunciava a ogni slancio ideale ipnotizzata dal denaro.
Ma intanto La Dolce Vita con le sue tre ore di grande cinema, aveva già reso famoso in tutto il mondo il cinema italiano e non c´è regista anche celebre, anche del paese più esotico, che non ricordi sempre, con brividi di incanto e riconoscenza, il posto che quel Fellini ha avuto nelle sue scelte professionali e nella sua arte. Nel linguaggio universale entrarono i termini italiani lanciati dal film, “dolce vita” e soprattutto “paparazzi”: vita dorata eppure disprezzabile, fotografi avventurosi eppure temibili. Sono termini legati a un´epoca diventati eterni, anche se la dolce vita attuale non ha niente a che fare con quella di ieri e i paparazzi di oggi fanno un lavoro diverso da quello di ieri.
Cinquant´anni fa, e la storia pare invece scritta oggi, solo che forse oggi nessun regista saprebbe o vorrebbe renderla così crudele, preferendo magari, dato il soggetto, una allegra vanzinata, certo più consona all´attualità. Uno scrittore mancato lavora per un giornale scandalistico e gira la notte con il suo paparazzo in cerca di scoop. Vaga tra appartamenti e ville lussuose, tra ricevimenti festosi, intasati e volgari, tra strade disabitate, silenziose e magiche, incontra aristocratici annoiati, divi stralunati, intellettuali depressi.
Fellini escludeva che il suo film fosse il documento di un´epoca, di una città, di una classe, anche se ammetteva che qualche brandello di realtà lo avesse ispirato, come le storie raccontate dal celebre fotografo d´assalto Tazio Secchiaroli, ispiratore del personaggio del paparazzo, che aveva immortalato anni prima un evento passato alla storia della ancora innocente decadenza romana, lo spogliarello della ballerina Aichè Nana al ristorante Rugantino. Poi c´è la Roma invasa dai divi americani che sul Tevere hanno trovato una Hollywood più a buon mercato e i mitici esotismi italiani, l´amore, gli spaghetti, l´alta moda; e ancora le notti perdute di via Veneto, e tutti quei personaggi di una vita creduta dolce che lo sguardo implacabile di Fellini trasforma in simulacri tragici o grotteschi.
Dolce vita di ieri e vita dolce di oggi? Intanto, allora il cacciatore di gossip era il meraviglioso, malinconico, nobile Marcello Mastroianni; e oggi chi potrebbe essere, il furbo, servizievole, allegrissimo Alfonso Signorini? E il geniale paparazzo Secchiaroli, oggi sarebbe rappresentato dal tatuato, spietato, incriminato Fabrizio Corona? I personaggi da gossip non sono più i divi celebri o gli aristocratici o addirittura i reali, ma modelli, calciatori, show girl, grandi fratelli, famosi da isola, fanciulle che mostrando il sedere o porgendo cose al presentatore in tivu diventano onorevoli molto graziosi, visto che ormai è più facile entrare in parlamento che imparare a recitare o cantare o ballare. Politici, criminali o devianti sono i divi dei nuovi paparazzi e di quei superpaparazzi che sono gli intrattenitori televisivi. Come allora, si concordano i servizi fotografici con i fotografati, ma Enrico Lucherini ha smesso di inventare eventi intelligenti trascinanti, oggi basta un bacio ripreso con finto offuscamento per avere quattro pagine sui settimanali specializzati. Come allora, si riprende chi non vorrebbe esserlo in situazioni di massimo imbarazzo, oggi soprattutto con viados, creature forse esistenti anche negli anni Sessanta ma non così alla moda e indispensabili alla sessualità maschile, ai servizi fotografici e ai talk show.
Differenze? Non è stato ancora documentato se pure ai tempi magici di Secchiaroli le immagini rubate servissero per ricattare a caro prezzo. Similitudini? La dolce vita oggi come allora è troppo spesso amara.

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Anouk Aimée

Federico, Marcello e una Cadillac la mia folle avventura romana

SILVIA LUPERINI

«chiama per i cinquant´anni della Dolce Vita? All´epoca ero una bambina, piccola». Anouk Aimée, al telefono da Parigi, ride vezzosa. La sua vocina infantile è inaspettata in una signora di settantotto anni. Nel film era il contraltare di Anita Ekberg, la biondona dall´erotismo burroso. Sofisticata e disinibita, l´attrice francese invece diventa il prototipo della donna moderna, sofferta e filiforme. Anouk Aimée ci racconta il primo incontro con il Maestro.
«Sapevo che Fellini stava cercando ovunque il personaggio di Maddalena. Mi vide tra altre attrici e volle incontrarmi nello studio parigino del mio agente. Ricordo che aspettandolo mi ero convinta fosse un macho solo perché era un regista italiano. Poi mi ha guardata e quegli occhi mi hanno attraversata. Non ho fatto un provino, mi ha chiesto solo se volevo interpretare Maddalena. Dissi di sì, ma non ci credevo perché tante attrici volevano quella parte. Un mese dopo arriva il telegramma. Sono partita sapendo solo che avrei recitato con Mastroianni».
Il primo giorno avete girato la famosa scena della macchina in via Veneto.
«Un disastro. Non conoscevo Roma e distinguevo a malapena la frizione dal freno. Appena arrivo, Federico mi piazza su una Cadillac in mezzo a via Veneto e mi dice: “Guida”. E poi: “Anuchina, guarda là, sorridi, gira, vai, vai”. Mastroianni seduto al mio fianco era bianco dalla paura. La sera stessa Federico mi riporta sul set e continua a non spiegarmi niente. Mi guarda e sta zitto. Ma quando proviamo la seconda scena capisco da sola cosa devo fare».
Si comportava così anche con gli altri attori?
«No. Si adattava al carattere di ciascuno. Ad Anita diceva tutto in inglese, con qualcuno si arrabbiava e con altri aveva una gran pazienza. Con Marcello bastava uno sguardo».
Le diede qualche indicazione per Maddalena?
«La voleva sensuale. Per Federico i gesti erano più importanti della psicologia. Si concentrava sui movimenti. Per avermi sinuosa come un gatto mi fece camminare a piedi scalzi. Desiderava che fumassi dolce, morbida».
Che atmosfera c´era sul set?
«Ci volevamo bene, eravamo tanti e uniti. Lavorare con Federico era più di una gioia. Era un modo di vivere. Certo non immaginavamo che da quell´esperienza sarebbe nato un capolavoro».

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Quell´”Urka!” di Celentano ballando con la Ekberg

CLAUDIA MORI

adriano aveva diciotto anni quando un giorno il grande Fellini lo convocò a Roma per incontrarlo. Stava preparando La Dolce Vita, quando su L´Europeo vide due pagine con delle foto di un giovane cantante, sfrenato e dinoccolato, che si esibiva allo Smeraldo di Milano scatenando un putiferio tra la folla di giovani che era andata ad ascoltarlo, spaccando sedie, sfasciando automobili e bloccando il traffico. Il suo nome era Adriano Celentano. Fellini rimase così colpito da quello strano ragazzo sconosciuto che disse a qualcuno dei suoi direttori di produzione di cercarlo: lo voleva incontrare subito a Roma. Aveva deciso di scrivere per lui una scena de La Dolce Vita.
Adriano prese la “valigetta” e partì per Roma. Quando incontrò Fellini rimase, per la prima e forse unica volta della sua vita, senza parole. Sapeva chi era Fellini e, proprio per questo, restò muto davanti a lui. Federico, con la sua dolce voce così particolare, lo mise subito a suo agio, spiegandogli e mimandogli la scena che avrebbe voluto che lui interpretasse nel film. Adriano ascoltava attento e quando Fellini gli disse che ci sarebbe stata anche Anita Ekberg, che avrebbe ballato e dialogato con lui, Adriano riuscì a dire solo una parola: «Urka!».
La scena si girò a Caracalla. Adriano era su un palco allestito dallo scenografo del film, in mezzo ad una folla urlante di ragazzi, cantando Ready Teddy. Il complesso che lo accompagnava non era il suo ma quello scritturato dal film: I Campanino. Ad un certo punto Anita Ekberg, dopo l´esibizione canora di Adriano, gli va incontro e lo trascina con lei in un ballo. Adriano era evidentemente intimidito dalla bellissima Ekberg ma soprattutto dalla consapevolezza di essere parte di un film del grande Federico Fellini.
Fellini volle quel ragazzo, “Celentano”, così diverso, uguale a nessun altro, forse perché intuì che lui era la rappresentazione di quanto la società stesse mutando. La sua Dolce Vita ci segnalò in quale società stessimo vivendo: ma la speranza di come dovesse cambiare rimase nei giovani.

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