Dalla rassegna stampa Televisione

L’INTERVISTA LANDO BUZZANCA

…La vicenda privata di questo maturo commissario di polizia, che scopre il dramma dell’omosessualità del figlio, poliziotto anch’egli, aveva avvinto i telespettatori. Stavolta accantoniamo gli slanci e le paure attraverso cui il commissario cerca di esprimere il proprio amore per il ragazzo e, …

Una volta, quando passeggiava per la strada, i mariti facevano passare le mogli sul marciapiede opposto. Oggi quegli stessi mariti lo fermano per chiedergli l’autografo.
«La popolarità cambia. Come cambia l’attore che se l’è guadagnata – osserva Lando Buzzanca -. Quand’ero il “merlo maschio” giravo cinque film all’anno, ma non sempre facevo quel che amavo. Oggi che sono il commissario Vivaldi, tempo due settimane la gente quasi non mi riconosce. Ma come attore sono duecento volte più bravo».
Di certo il pubblico televisivo riconoscerà Lando Buzzanca lunedì mattina. E cioè dopo la prima delle sei puntate della nuova serie di Io e mio figlio: il poliziesco dai contenuti umani che (per la regia di Luciano Odorisio, e l’interpretazione di Caterina Vertova e Sergio Sivori) vedrà su Raiuno il popolare attore ancora nei panni del poliziotto costretto a dibattersi fra drammi professionali e dilemmi familiari.
«La prima edizione ebbe un gran successo. Ma credo che questa sia ancora migliore – prevede Buzzanca -. La vicenda privata di questo maturo commissario di polizia, che scopre il dramma dell’omosessualità del figlio, poliziotto anch’egli, aveva avvinto i telespettatori. Stavolta accantoniamo gli slanci e le paure attraverso cui il commissario cerca di esprimere il proprio amore per il ragazzo e, contemporaneamente, di farsi una ragione della sua condizione. Il tutto espresso come un thriller. A sua volta intrecciato con altri due thriller».
In che senso?
«Nel senso che la vicenda umana dei protagonisti ha tutte le cadenze e le tensioni emotive di un poliziesco. Come lo hanno gli altri due drammi che – a metà tra professione e vita privata – travolgono il povero Vivaldi: l’inattesa crisi coniugale con la moglie, e il coinvolgimento del suo miglior amico in un’inchiesta. Amore, amicizia, sospetto, gelosia, raccontati come un giallo».
Il tema dell’omosessualità affrontato con delicatezza e rispetto.
«Sì: anche questo, credo, ha contribuito all’accoglienza che il pubblico ci ha reso la prima volta. Non è un problema di facile soluzione; specialmente per un uomo dell’età e della condizione sociale di Vivaldi. Ma quest’uomo è soprattutto un brav’uomo: oltre al cervello sa usare anche il cuore».
La prima serie di «Io e mio figlio» ha segnato anche il suo ritorno in grande stile in una tv che trent’anni fa, con «Signore e signora», al fianco di Delia Scala, l’aveva reso popolarissimo.
«Era la mia stagione d’oro. Quando cominciai non l’avrei mai immaginato. Ricordo ancora il primissimo lavoro: era il 1960, avevo solo vent’anni. Mi presero come comparsa in uno sceneggiato televisivo che andava in diretta, e del quale ora non ricordo neppure il titolo, per una scena soltanto, seduto a un tavolo da poker fra Massimo Girotti e Giorgio Gora. Non avevo neppure una battuta. Ma prima di andare in onda avevo avvertito amici e parenti, sapevo che erano tutti lì, eccitatissimi, davanti al video, e non seppi resistere. Mi misi a dire: “chip”, “duemila”, “rilancio: a improvvisare, insomma. Mentre gli altri due – cui interrompevo le battute ma che non potevano far nulla per fermarmi – mi guardavano con odio».
Poi venne Pietro Germi con «Divorzio all’italiana» e, pochissimi anni dopo, una fulminante carriera da «merlo maschio».
«Arrivai a girare cinque film in un anno. La formula era abbinare l’erotismo, un erotismo più allusivo che altro, alla commedia, una commedia però di classe. Risultato: credo di essere stato l’unico attore italiano ad avere tre sue pellicole contemporaneamente nelle sale. Accadde nel ’75, con Il merlo maschio, Homo eroticus e Il vichingo venuto dal sud». Alberto Lattuada, che si trovava in una città dove c’erano solo quattro sale, mi telefonò per dirmi: “Qui o vedono te o non vanno al cinema! Ma come ci sei riuscito?”».
E oggi? quant’è cambiata, oggi, la popolarità?
«Oggi va tutto di corsa, e dunque anche la popolarità per un attore – specialmente in televisione – può durare lo spazio di qualche settimana. E anche i suoi guadagni. Col cinema, trent’anni fa, mi feci l’attico e superattico. Colla tv, oggi, devo combattere ogni giorno con le banche».
Però oggi affronta ruoli e storie che si distinguono, rispetto ai prodotti ammiccanti e talvolta grossolani che la resero un divo.
«Oggi faccio cose di livello, e soprattutto cose che mi piacciono. Anche se non sempre me lo riconoscono: quale critico ricorda i miei ultimi film? Senza contare il fatto che credo d’essere maturato molto come interprete, e di saper dare, di voler dare, oggi, quel che una volta semplicemente non avevo. Esempio: sono stato costretto a girare Capri per la Rai, in un ruolo brillante che non volevo fare. Perché? Perché non era “vero”, era “costruito”. Insomma: oggi io voglio recitare solo la verità. Che sia drammatica o comica. Ma verità».

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