Dalla rassegna stampa Cinema

«Brüno»,Sacha Baron Cohen spina nel fianco della moda

CINEMA. Da venerdì nelle sale il nuovo film del comico inglese, autore di «Borat» – Stavolta è un reporter di moda austriaco omosessuale, vanitoso e sfacciato. Una candid camera ai confini della realtà …81 minuti di risate politicamente scorrette ma illuminanti sulla natura umana…

Sacha Baron Cohen, dopo il successo dell’irriverente «Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan», torna sui nostri schermi, venerdì 23, con un nuovo personaggio e una vecchia missione: scioccare e provocare il pubblico attraverso una serie di grottesche candid camera.
«Brüno» è il titolo, sobrissimo, del film, che in fase di produzione era stato pubblicizzato su internet come: «Brüno: viaggi deliziosi in America con l’intento di rendere maschi eterosessuali visibilmente imbarazzati alla presenza di uno straniero gay». La pellicola arriva in Italia dopo aver incassato oltre 136 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte di un budget di 40 milioni. Critica divisa e pubblico entusiasta: Baron Cohen si conferma personaggio comico di prima qualità (eccellenti le sue partecipazioni più convenzionali a «Talladega Nights» e «Sweeney Todd») e imperterrito seminatore di zizzania.
Borat era un giornalista kazako omofobo, antisemita, sessuomane, ignorante e volgarissimo. Brüno è un reporter di moda austriaco omosessuale, vanitoso e sfacciato.
La sua più grande aspirazione? «Diventare la superstar austriaca più famosa dopo Adolf Hitler». Eccolo quindi partire dalla madrepatria, dopo essere stato licenziato e lasciato dal fidanzato, per cercare gloria negli USA. La causa del licenziamento? Si è infiltrato sulla passerella di Prada, durante la settimana della moda milanese, distruggendo il backstage con un abito di velcro. Operazione terminata con l’arresto di Baron Cohen, subito rilasciato dalla questura di Milano.
Nel tentativo di sbattere in faccia ai puritani i loro limiti Cohen ha dovuto giocare al rilancio, aumentando il numero di scene “coreografate” con la complicità dei partecipanti: ormai è troppo famoso per passare inosservato. È riuscito, comunque, a mettere a segno qualche buon colpo, aggiungendo tra l’altro una parvenza di “trama” alla serie di incursioni.
Eccolo quindi scambiare l’aspirante presidente degli USA Ron Paul con la drag queen RuPaul e improvvisare uno spogliarello davanti all’atterrito politico. Viaggia in Palestina dove intervista l’ex agente del Mossad Yossi Alpher (davanti al quale confonde l’hummus con Hamas) e Ayman Abu Aita, presentato come: leader terrorista delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. A questi dice che Bin Laden assomiglia a un Babbo Natale senzatetto. Adotta un bambino di colore e lo presenta in tivù: «il suo nome è O. J. l’ho preso in Africa in cambio di un iPod». La folla, inferocita, composta in gran parte da donne, ha cercato di linciarlo.
La provocazione era troppo forte: O.J. sta per O.J, Simpson, ex stella del football e della tv, scampato all’ergastolo per l’omicidio della moglie e ora in galera per rapina. Cerca di diventare etero, consultando prima una chiesa evangelica e poi la Guardia Nazionale dell’Alabama.
81 minuti di risate politicamente scorrette ma illuminanti sulla natura umana.

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Finto kazako «da panico» in America

Inglese, classe 1971, Sacha Baron Cohen è diventato, grazie a, Ali G, Borat e Brüno, uno dei comici più discussi e apprezzati. La sua tecnica pesca dalle vecchie candid camera, portate su territori estremi. Nipote di una sopravvissuta all’Olocausto si è specializzato in provocazioni su ebraismo e omosessualità, argomenti sui quali la sensibilità americana è divisa. Denunciato da un villaggio di zingari in Romania (dove ha girato alcune sequenze di “Borat”), bandito dal Kazakistan (anche se molti intellettuali kazaki hanno amato il film che, semmai, è antiamericano), arrestato a Milano, minacciato di morte dai terroristi islamici (ha detto che Bin Laden assomiglia a uno dei maghi di Harry Potter, solo molto sporco) Cohen è l’attore più querelato di Hollywood. Milioni di dollari in cause di diffamazione, spesso perse, pagati dalla 20th Century Fox a fronte dei guadagni stellari dei suoi film.A.DA.

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