Dalla rassegna stampa Cinema

Whatever works - Woody Allen il misantropo scopre anche un po’ di felicità

Sugli schermi Il ritorno del regista a New York con una commedia acida … e per tutti la vita, e il film, riserveranno inaspettate sorprese, dispiegando un ventaglio di soddisfazioni sessuali che pochi si sarebbero potuti aspettare dal «timorato» Woody Allen…

È fin commovente il modo in cui Woody Allen gira intorno ai soliti temi e ripropone sempre lo stesso «stile», a cominciare da quei titoli di testa bianchi su fondo nero, con gli attori in rigoroso ordine alfabetico. È come se volesse subito mettere le mani avanti: lui sa fare «solo» quelle cose e lo spettatore che entra in sala per vedere un suo film sa benissimo che cosa può aspettarsi, soprattutto adesso che è tornato a girare a New York dopo le avventure (non sempre esaltanti) in Europa. Che sia in scena oppure no, come appunto non c’è in questo Basta che funzioni , che per esplicito desiderio del suo autore manterrà anche in italiano il titolo originale, Whatever works.

Comunque, anche se non si vede sullo schermo (come avviene ormai da cinque film a questa parte, da Melinda e Melinda del 2004) l’identificazione tra Allen e l’attore scelto per interpretare il misantropo Boris Yellnikoff, cioè l’attore e autore Larry David, è spontanea e immediata, tanto le devastanti battute e l’acido pessimismo del protagonista rimandano al personalissimo universo di Allen.

A farne le spese, all’inizio del film, sono gli amici con cui si vede al bar e che subissa del suo apocalittico e cosmico pessimismo. Professore in pensione con un passato di brillante fisico alla Columbia University, sposato con una donna ricca e attraente che gli permette di vivere nei quartieri alti, Boris è divorato da un pessimismo e da un’angoscia così devastanti da immaginare sempre il peggio. Anzi, da cercarlo, visto che nelle primissime scene scopriamo che proprio durante una crisi di panico notturno, forse per non fare i conti con la realtà, ha tentato il suicidio gettandosi dalla finestra. Il tentativo è fallito (è caduto su un ombrellone) ma in compenso ha perso la moglie, la casa e l’agiatezza. È così che lo conosciamo: con una gamba che zoppica, con un pessimismo ancora più devastante e con un lavoro precario da insegnante di scacchi ai ragazzi del quartiere (che regolarmente maltratta e insulta per la loro poca intelligenza). Ed è così che lo incontra, una sera, la sperduta Melody St. Ann Celestine (Evan Rachel Wood), fuggita dal natio Mississippi e approdata senza soldi proprio davanti alla casa di Boris. Che nonostante le sue paure e le sue fobie, accetterà di sfamarla e di ospitarla.

Temporaneamente, pensa lui, e invece la gentilezza della ragazza— e la sua sconfinata ingenuità — finiscono per conquistare l’iroso misantropo newyorkese che prima accetta di tenersela in casa e poi finisce anche per sposarsela. Pur non smettendo mai di insultarla, di sottolinearne la scarsa cultura e di disprezzarne la disponibilità alla vita. Anche se poi Woody Allen si incarica di smontare questa specie di amara «lezione di vita», dimostrando ad ogni colpo di scena che il caso (e la fortuna: Boris tenta un secondo suicidio, sempre buttandosi da una finestra, e anche questa volta gli va male) si incaricano di cambiare le carte in tavola.

E nei 92 minuti di film le carte che distribuisce Allen sono davvero tante, perché Melody sarà raggiunta a New York prima dalla madre Marietta (una esilarante Patricia Clarkson) e poi dal padre John (Ed Beagly jr.) e per tutti la vita, e il film, riserveranno inaspettate sorprese, dispiegando un ventaglio di soddisfazioni sessuali che pochi si sarebbero potuti aspettare dal «timorato» Woody Allen. Così, la «solita» commedia acida e divertente insieme (come ci si aspetta da Allen) diventa qualche cosa di diverso e di sorprendente, dove il pessimismo e la misantropia si colorano di una più saggia condiscendenza alle complessità della vita e le catastrofiche certezze sbandierate dal protagonista finiscono per scolorare in un più accomodante buon senso, dove Dio continua a essere definito un «arredatore di interni» (lo ripete dai tempi di Prendi i soldi e scappa ) ma l’uomo trova, anche contro le sue più nere previsioni, la possibilità di godere di un po’ di felicità. Nonostante sia circondato da «vermetti» e da imberbi e irritanti aspiranti scacchisti.

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