Dalla rassegna stampa Personaggi

Le lucciole di Pasolini non sono scomparse

Nel 1975 lo scrittore italiano utilizzò l´immagine della loro scomparsa come simbolo dell´omologazione culturale della modernità. Ma lo storico dell´arte le ha ritrovate. E la loro luce resiste

Molti autori, anche in Francia, hanno approvato e rincarato questa visione da incubo

GEORGES DIDI-HUBERMAN

Il primo febbraio 1975 Pasolini pubblicava sul Corriere della Sera un articolo sulla situazione politica dell´epoca. Il testo si intitolava “Il vuoto del potere in Italia”, ma verrà ripreso in Scritti corsari con il titolo, ormai famoso, de “L´articolo delle lucciole”. Ma sarebbe meglio definirlo “articulo mortis delle lucciole”. Si tratta di un lamento funebre sul momento in cui, in Italia, scomparirono le lucciole, quei segnali umani dell´innocenza annientati dalla notte – o dalla luce “feroce” dei riflettori – del fascismo trionfante.
La tesi è questa: si crede a torto che il fascismo degli anni Trenta e Quaranta sia stato sconfitto. Certo, Mussolini fu giustiziato e appeso per i piedi a piazzale Loreto, a Milano, in una messinscena “infamante” tipica delle più antiche usanze politiche italiane. Ma sulle rovine di quel fascismo è rinato il fascismo stesso, un nuovo terrore ancora più profondo, ancora più devastante agli occhi di Pasolini. Questa seconda fase è cominciata, secondo Pasolini, nel momento stesso in cui «gli intellettuali anche più avanzati e critici non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”».
Filosofo e storico dell´arte, il francese Georges Didi-Huberman insegna all´École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Ha soggiornato a Roma, all´Accademia di Francia, e a Firenze. Tra i suoi libri: “Ninfa moderna” (Il Saggiatore) e “La somiglianza per contatto” (appena uscito per Bollati Boringhieri)
elle parole scritte all´epoca da Pasolini c´è tutta la violenza del polemista – ossia del provocatore, come viene definito abitualmente – associata, montata con tutta la dolcezza del poeta. Il polemista non esita a parlare di “genocidio”, avvalendosi per l´occasione di un riferimento a Carlo Marx sull´annientamento del proletariato per mano della borghesia. Quanto al poeta, lui utilizza l´immagine antica, lirica e delicata – perfino autobiografica – delle lucciole. «Nei primi anni sessanta, a causa dell´inquinamento dell´aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell´inquinamento dell´acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c´erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato…)».
Bisogna quindi capire che l´improbabile e tenue splendore delle lucciole, agli occhi di Pasolini – quegli occhi che tanto bene sapevano contemplare un viso o lasciar dispiegare un gesto nel corpo dei suoi amici, dei suoi attori – metaforizza nient´altro che l´umanità per eccellenza, l´umanità ridotta alla sua potenza più semplice di farci segno nella notte. Pasolini vede dunque il suo ambiente contemporaneo come una notte destinata definitivamente a divorare, asservire o ridurre le differenze che formano, nell´oscurità, gli sbalzi luminosi delle lucciole in cerca d´amore? Nemmeno quest´ultima immagine secondo me è ancora quella corretta. Perché le lucciole sono scomparse soprattutto nell´accecante chiarore dei “feroci” riflettori: i riflettori delle torrette d´osservazione, degli spettacoli politici, degli stadi di calcio, delle platee televisive.
Molti sono gli autori, in Italia come in Francia, che hanno approvato, prolungato, rincarato questa visione da incubo. L´apocalisse procede senza intoppi. Il nostro attuale “disagio nella cultura” gira in questo senso, a quanto sembra, ed è così che il più delle volte lo viviamo. Ma un conto è additare la macchina totalitaria, un altro conto è accordarle tanto in fretta una vittoria definitiva e assoluta. Il mondo è davvero così totalmente asservito come l´hanno sognato i nostri attuali “perfidi consiglieri”, che lo progettano, lo programmano e ce lo vogliono imporre? Ipotizzare una cosa del genere è appunto dare credito a quello che la loro macchina ci vuole far credere. È vedere soltanto la notte nera o la luce accecante dei riflettori. È agire da sconfitti: è essere convinti che la macchina svolge il suo compito senza tregua né resistenza. È vedere solo il tutto. È non vedere quindi lo spazio – non importa se interstiziale, intermittente, nomade, situato in modo improbabile – delle aperture, dei possibili, dei chiarori, dei malgrado tutto.
Io stesso ho vissuto a Roma, una decina d´anni dopo la morte di Pasolini. C´era un posto ben preciso, sulla collina del Pincio – un posto chiamato il “bosco dei bambù” – una vera e propria comunità di lucciole che con i loro bagliori e i loro movimenti sensuali, con quella lentezza che insiste a manifestare il suo desiderio, affascinavano tutti quelli che passavano di là. Dunque le lucciole non erano scomparse tra il 1984 e il 1986, nemmeno a Roma, nemmeno nel cuore urbano del potere centralizzato. Sopravvivevano ancora senza problemi all´inizio degli anni Novanta. Più recentemente ho scoperto, con tristezza, che il “bosco dei bambù” del Pincio era stato raso al suolo. Dunque le lucciole erano nuovamente scomparse? Ma no: a quanto sembra hanno di nuovo traslocato e ora danzano nel vialetto di aranci di Villa Medici…
Ovviamente non mancano i motivi per essere pessimisti sulle lucciole romane. Nel momento stesso in cui scrivo queste righe, Silvio Berlusconi continua a pavoneggiarsi sotto i riflettori, la Lega Nord agisce con efficacia e i Rom vengono schedati, un buon mezzo per cacciarli via. Ci sono tutti i motivi per essere pessimisti, ma tanto più è necessario aprire gli occhi nella notte, spostarsi senza posa, rimettersi in cerca delle lucciole, vederle nel presente della loro sopravvivenza: bisogna vederle danzare vive nel cuore della notte, anche se quella notte viene spazzata da riflettori feroci. E anche se è per poco tempo. E anche se c´è poco da vedere: ci vogliono circa cinquemila lucciole per produrre una luce equivalente a quella di un´unica candela. Così come c´è una letteratura minore – come hanno ben dimostrato Gilles Deleuze e Félix Guattari a proposito di Kafka – ci sarebbe una luce minore dotata delle stesse caratteristiche filosofiche: «un forte coefficiente di deterritorializzazione»; «tutto in essa è politico»; «tutto prende un valore collettivo», e dunque che tutto in essa parla del popolo e delle «condizioni rivoluzionarie» immanenti alla sua stessa marginalizzazione.
Ciò che il cineasta era riuscito tanto magistralmente a vedere nel presente degli anni Cinquanta e Sessanta – la sopravvivenza all´opera e le gesta di resistenza del sottoproletariato in Racconti e cronache romane, in Accattone o in Mamma Roma – lo perse di vista nel presente degli anni Settanta. Da quel momento non riusciva più a vedere dove e come l´Anticamente viene a percuotere l´Adesso producendo il piccolo bagliore e la costellazione delle lucciole (per parlare un po´ come Walter Benjamin). Ciò facendo, Pasolini non fece altro che smarrire in ultimo il gioco dialettico dello sguardo e dell´immaginazione. A essere scomparsa in lui non era la capacità di vedere – nella notte come sotto la luce feroce dei riflettori – ciò che non è completamente scomparso, e soprattutto ciò che appare malgrado tutto come novità reminiscente, come novità “innocente”, nel presente di questa storia detestabile da cui ormai non riusciva più ad allontanarsi, nemmeno dall´interno. Il compito che incombe su di noi oggi sarebbe dunque questo: rifuggire la luce dei riflettori per andare a cercare, nella notte, dove ancora sopravvivono – e si amano – le lucciole.
(Traduzione
di Fabio Galimberti)

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