Dalla rassegna stampa Cinema

«Poeti», i due Virgili vaganti nella memoria del '68

Immerso nella materia di una città inafferrabile l’opera di Toni D’Angelo

VENEZIA
Le parole dei poeti si fanno largo, superano anche il caos della città e il silenzio del tempo: Toni D’Angelo nel suo bellissimo Poeti ci attornia di compagni di strada non ad alleviare la pesantezza dei tempi, ma a vigilare per non perderle quelle intuizioni e quei verbi, proprio come suggeriva Truffaut, ripeterli e conservarli. In qualche modo l’opera presentata nel giorno del Grande Sogno di Placido è il film che non si può non accostare alla versione in prosa degli eventi, è la trama su cui basare ricordi e analisi, senza la quale il complesso periodo che va dal ’68 alla morte di Pasolini non si può comprendere, quasi come le guerre di indipendenza senza l’arrivo dei poeti del nord Europa arrivati a morire per un ideale. Nella Roma inafferrabile (nella memoria galleggia Remo Remotti di «mamma Roma addio!, me ne andavo da quella Roma…). È il film della memoria di un ’68 (tanti tasselli a comporlo), dove rincontrare ancora una volta Victor Cavallo e Gregory Corso. «Mi sono reso conto che parlare di poesia nel 2009 era rivoluzionario» dice Toni D’Angelo che ha cominciato a girare con la telecamera accompagnato da Biagio Propato (il poeta lucano di Haiku imperfetti) e Salvatore Sansone (sceneggiatore e interprete di Una notte di D’Angelo e dei primi film di Garrone, come Estate romana). I due Virgili svelano il luogo dove riposa Dario Bellezza, incontrano le voci che si fanno largo oltre il frastuono incessante dello scorrimento veloce e degli ingorghi (Silvia Bove, Cony Ray, Lidia Riviello, Gabriele Peritore, Giovanni Minio, Domenico Alvino) e offrono il passato come un diamante sorprendente, danno la voce a quelli che dal sud hanno scelto Roma, come il calabrese Dante Maffia (Il romanzo di Tommaso Campanella), Vito Riviello (Assurdo e familiare), quelli che hanno ricevuto allori e che un tempo erano anche autorevoli presenze sullo schermo televisivo, come Luciano Luisi, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani o la brasiliana Marcia Teophilo, autorità da premio Nobel. Nei paesi latinoamericani i poeti sono nominati ambasciatori, in Italia vengono talvolta assassinati non certo misteriosamente e la ripresa dell’orazione di Moravia su Pasolini che in questi giorni abbiamo già visto nel film di Jalongo mette dei punti fermi nella nostra storia. O si lasciano morire abbandonati nelle loro stanze, come Sandro Penna che rivediamo dal film di Schifano. Sulle tracce degli inglesi, in bicicletta, al foro o in metropolitana, si finisce nel momento chiave delle notti di Castelporziano con le sue estasi e le cialtronerie, dove l’angelo Vitolo che si era guadagnato un soprannome di libertà (Cavallo) conduceva come un direttore d’orchestra gli eventi, in prima fila a portare lo striscione studentesco, vita vissuta senza reticenze, poesie scritte sul retro delle schedine, sui foglietti sparsi, sulla viva corteccia cerebrale dei suoi compagni di strada che restano.

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