Dalla rassegna stampa Cinema

L’impossibilità di amare negli incubi di Chéreau

Uno sconosciuto nel letto, la rottura con la fidanzata nel dramma contemporaneo che scuote la Mostra

DAL NOSTRO INVIATO

VENEZIA — Una sera Daniel torna a casa e trova nel suo letto un uomo nudo. Uno mai visto prima, anzi sì, uno che l’aveva fermato nel metro per chiedergli di accendergli la sigaretta. Daniel si spaventa, gli grida di uscire, lo minaccia. Ma l’altro non si smuove, tenta di abbracciarlo, dice che lo ama, che lo amerà sempre.

Daniel lo butta fuori. Ma l’uomo esce dalla porta e rientra dalla finestra. Se lo ritroverà sotto casa, sul lavoro, per strada. Sempre lì, alle costole, ad attenderlo. Ti amerò tutta la vita, gli ripete. Una promessa che suona come una minaccia.

Persécution di Patrice Chéreau, ieri in concorso, è una discesa agli inferi della passione senza rete, la legge del desiderio che scavalca ogni altra legge, sfida la patologia, i confini dell’incubo.

«Una storia che mi riguarda molto da vicino. Mi è successa tale e quale», confessa Chéreau, regista straordinario quanto versatile al cinema come al teatro e alla lirica. «Mi sono trovato nel letto un tizio che non conoscevo e che diceva d’amarmi. Sulle prime pensavo si trattasse di un folle da liquidare con qualche minaccia. Non era così. La persecuzione è durata quattro anni. Giorno dopo giorno, notte dopo notte. Ho avuto una grande paura. Sono andato alla polizia, ho denunciato la vicenda. Mi hanno chiesto: le ha rubato qualcosa? No. Ha sfasciato qualcosa? No. L’ha picchiata? No. Allora, hanno concluso, non possiamo intervenire».

Per porre fine all’incubo ha dovuto ricorrere ad avvocati e magistrati e alla fine è riuscito a ottenere una diffida che impedisce a quell’inopportuno spasimante di avvicinarsi alla sua abitazione. «Ciò nonostante ogni tanto lo vedo ancora gironzolare nei paraggi. Un’esperienza molto angosciosa, mi sono sentito indifeso, in balia di un’ossessione non controllabile. Di qualcuno che non mi avrebbe mai più mollato».

Girare Persécution è stato per lui anche un modo per cercare di sbarazzarsene. Anche se, vista sullo schermo, la vicenda del suo alter ego, Daniel, il bel tenebroso Roman Duris, e dello sconosciuto che lo assedia, Jean-Hugues Anglade, detto «il lunatico» nel senso del fuori di testa, si complica di più ambigue sfumature. Perché Daniel è sì perseguitato ma a sua volta è anche persecutore. Geloso e paranoico, tormenta senza tregua con musi e litigi Sonia, la fidanzata, Charlotte Gainsbourg (che, dall’Australia, dove sta girando un nuovo film, ha telefonato durante l’incontro stampa per salutare). «L’assilla con richieste di continue prove d’amore. In realtà si comporta così perché non si considera alla sua altezza, ha paura di perderla, di vederla sparire come ha visto sparire tutti i suoi affetti più cari, la madre suicida, il padre che si è recluso in una casa di riposo, trovando nella preghiera la stampella per arrancare nell’ultimo pezzo di vita».

Cose mai dette, segreti taciuti. Con la sua ragazza Daniel parla d’altro. «Le persone parlano spesso proprio per non dire, per celare la verità — assicura Chéreau —. Talleyrand sosteneva che Dio ha dato la parola all’uomo perché nasconda il suo pensiero ». Quello che ha nel cuore lo confesserà solo allo sconosciuto, forse perché quell’amore incondizionato lo fa sentire libero, forse perché alla fine è come parlare con se stesso.

Lo sfondo dove questo devastante amore a tre si dipana è quello dei cantieri (Daniel è un bravo artigiano). Macerie e chiavi sono gli oggetti del suo quotidiano. «Lui stesso è un uomo cantiere, con lavori sempre in corso. Ma più che costruire è bravo a distruggere. Amare per lui è una malattia. Vuol dire soffrire, aver paura, vivere in perenne angoscia».

Un inferno. Sonia se ne va. L’addio tra i due è il momento più tenero e maturo della loro storia turbolenta: lei lo lascia «in pace», abbracciandolo con tutto il suo amore. «Ho detestato quella scena, avrei preferito una separazione dolorosa, violenta. Così che Daniel, che poi è il mio punto di vista, potesse sentirsi almeno vittima. Invece no. Il tanto temuto distacco avviene nel modo più armonioso. Penso che Daniel alla fine starà meglio. Almeno fino alla prossima volta. Perché, conosco bene il suo male, sono certo che ci sarà una ricaduta».

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