Dalla rassegna stampa Cinema

LOCARNO 2009 - Filmare un'assenza raddoppiando il desiderio: «Mirna», di Corso Salani, il virtuoso del cinema d'amore in diretta.

…Un amore al primo incontro, Monica quando vede Mirna vuole subito baciarla. Un amore carnale, di sensualità e tenerezza. Le voci si confondono, diventano una sola, il racconto di una donna scivola in quello dell’altra…

francia nemica dell’africa nera
La commedia musicale e irriverente di Diana Gaye rilancia la grande scuola senegalese. Intanto servile campagna stampa del Foglio contro «Piombo fuso», con minacce a Raitre

LOCARNO
Ancora prima di essere proiettato (suono e formato sbagliati, mille scuse del festival, Stefano Savona giustamente distrutto) Piombo Fuso è finito nel mirino dei siti sionisti che lo accusano di mostrare cose false. Si unisce al coro Il Foglio (chiaramente senza avere visto il film) che invita a firmare una petizione contro la Rai (va in onda il 17 settembre su Raitre, nella versione corta di 52′: uno dei paradossi televisivi più assurdi questo dell’obbligo temporale). Per una volta siamo d’accordo: è giustissimo protestare, infatti la tv di stato aveva il compito di mandarle in onda subito quelle immagini, durante l’attacco israeliano contro Gaza a dicembre, ovvio poi che vale la regola del «meglio tardi che mai», almeno si ripara alla cattiva informazione fatta fin qui perché Piombo fuso è una testimonianza preziosa e unica. Infatti al pubblico del festival è piaciuto moltissimo – ieri una signora fermando Savona lo ha ringraziato – come piace moltissimo Pippo Delbono. Una star (e guarda caso, entrambi lavorano fuori dai contesti più istituzionali del cinema italiano): masterclass, dibattiti, incontri informali nell’evento speciale che gli è stato dedicato – coi suoi film e i film su di lui tra i quali Bisogna morire, la bella intervista di Luca Guadagnino che lo ha voluto in Io sono l’amore, negli Orizzonti veneziani – stasera in Piazza Delbono è ancora protagonista in Blue Sofa, esordio al cinema di Lara Fremden (regia insieme allo stesso Delbono e a Giuseppe Baresi) più conosciuta come sceneggiatrice, variazione di humor nero molto yiddish sulla morte.
Nei «Cineasti del Presente» una bella sopresa, Un trasport en commun (Saint Louis Blues), lo firma Dyana Gaye parigina – senegalese, diversi e molto premiati cortometraggi (Une femme pour Suleymane, Dewenett) prima di questo esordio nel lungo con un film eccentrico, che si diverte a giocare sul filo dei generi e delle contaminazioni di immaginari, cinema e musica, tradizione e rock, con l’intelligenza della leggerezza. Ci sono omaggi al più libero cinema africano della commedia irriverente e del musical (certo che poi si pensa anche a Jacques Demy), che questo è infatti Un trasport en commun, le canzoni le ha scritte tutte la regista (le suonano la Surnatural Orchestra, band di 19 elementi, e Les Cordes) e ci raccontano i pensieri più intimi dei protagonisti. Desideri, conflitti, angosce, e gli stati d’animo «comuni» tra persone molto diverse e estranee fra di loro.
L’occasione per ritovarsi insieme è data dal viaggio sul taxi che va da Dakar a Saint Louis, alla stazione di Pompiers il taxi brousse aspetta di completare il numero dei passeggeri, dovevano essere sette (compreso l’autista) però ce ne sono solo sei, una giovane donna che va al funerale del padre, un ragazzo che pensa di emigrare in Italia, Madame Barry, proprietaria di un salone di parrucchiere molto esclusivo che rivede i figli dopo molto tempo, due ragazze francesi alla fine delle vacanze. Il settimo, un giovane musicologo francese, Antoine, arriva tardi e perde il passaggio. Da qui cominciano a intrecciarsi molte storie, equivoci, forse un amore, incidenti di percorso, il tragitto è avventuroso e sembra interminabile, entrano in scena altri personaggi come Dorine, assistente di Madame Barry che fugge di corsa inseguendo il ragazzo francese, e un padre e un figlio che vanno a Saint Louis per una partita imperdibile. I passeggeri si conoscono un po’ tra loro, conversano mentre le canzoni ci rivelano, appunto, ci dicono dei loto progetti e dei loro rimpianti ma anche del paese, il Senegal, dei limiti di cui parla il tassista, che insomma basta dire che la Francia è amica dell’Africa perché è una grossa bugia, loro, gli africani tutti dovrebbero reagire un po’ di più invece di illudersi. Sappiamo che la ragazza sfida i divieti della famiglia per partecipare alla cerimonia in onore del padre che è andato via tanto tempo prima, il ragazzo è felice col suo sogno italiano, un altro invece si dispera di fronte a questo obbligo a emigrare. Il viaggio parla anche di identità, di rapporti personali, naturalmente della relazione tra Africa e Francia. Di musica, traffico, di un paesaggio caotico e vitalissimo, pieno di invenzione e ove la povertà è la più grande censura imposta da governanti e paesi stranieri, come il cinema africano ci ha spesso raccontato. La regista filma paesaggi, colori, atmosfere, vi si muove con naturalezza e lì porta quelle che sono le sue passioni. I piani narrativi si sovrappongono, realtà e dimensione intima scivolano l’uno nell’altra, liberamente, come le immagini della regista. Anche il suo è un bel viaggio che rivela talento e occhio di cinema.
Chi è Mirna, questa strana ragazza solitaria che vaga per le strade di Buenos Aires e poi per le Ande cercando un luogo che le corrisponda? La vediamo in diversi momenti della sua vita, una cronologia non consequenziale, mentre la voce fuori campo ci dice di un amore profondo, che ha mutato l’animo di Mirna come quello di Monica, la donna a cui questa voce narrante appartiene. Mirna scopriamo pian piano è una donna che sta cercando, se stessa, una dimensione per la sua vita, un posto nel mondo. In città aveva un lavoro qualsiasi, venditrice in un chiosco, una vita qualsiasi e questo amore unico, irruento come una tempesta. Un amore al primo incontro, Monica quando vede Mirna vuole subito baciarla. Un amore carnale, di sensualità e tenerezza. Le voci si confondono, diventano una sola, il racconto di una donna scivola in quello dell’altra. Monica che non vedremo mai e Mirna che si fa un tatuaggio nel rito del suo viaggio, Monica gelosissima anche se forse non si ritroveranno mai più. Mirna che parla in macchina, che dice le sue fantasie, le immagini di un posto nel quale una volta le è sembrato di sentirsi infine adeguata.
Mirna è il nuovo film di Corso Salani dopo la serie dei Confini di Europa. Un nuovo viaggio in Argentina, ove è spesso andato a filmare, basso budget, il sentimento dell’urgenza che è quello di fare cinema: è di questo che è fatto il lavoro di Salani, cineasta speciale nella sua intuizione, quasi magica, di mettere a fuoco il sentimento, la confusione dell’emozione, il monologo interiore di una vita. Le sue architetture sono impalpabili, e anche dolorose, ci parlano di fantasmi, proiezioni, fantasie che sono poi la materia del cinema. Qui il desiderio nell’assenza finisce col coincidere col gesto stesso del filmare, il regista «diviene» in qualche modo Monica, il suo modo di seguire Mirna coincide con lo sguardo impossibile del suo desiderio. Un’altalena di tenerezza e rimpianto che si fa luce, paesaggio, orizzonte infinito.

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