Dalla rassegna stampa Cinema

ISRAELE GAY SHOCK - PAURA A TEL AVIV CITTÀ PERFETTA PER GLI OMOSEX

la definizione più realistica e obiettiva di Tel Aviv è «the bubble», la bolla. La bolla è anche il titolo dell’ultimo film del regista omosessuale israeliano Eytan Fox che racconta la storia d’amore tra un ragazzo palestinese e uno israeliano.

Due morti, Nir Katz, 26 anni, e Liz Troubishi, 17, e una dozzina di feriti. Questo il bilancio dell’attentato del 1 agosto a Tel Aviv, quando un uomo dal volto coperto ha fatto irruzione nel locale dell’associazione Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), Aguda, e ha iniziato a sparare sui presenti. Aguda, fondata nel 1975, è stata la prima associazione Lgbt in Israele e il suo attuale presidente, Mike Hamel, non sa spiegarsi come un attacco così violento sia potuto accadere proprio a loro. L’evento sconvolge non solo perché l’assassino è ancora in fuga; non solo perché ancora non si comprendono le ragioni del gesto, ma soprattutto perché Tel Aviv è senza dubbio la città più gay friendly di Israele.
La Gay pride parade del 12 giugno scorso ha visto la partecipazione di oltre 30mila persone che per strada e sui carri hanno danzato per la vie della città. Un evento straordinario (se si pensa alla repressione perpetrata in molti paesi del Medioriente contro gli omosessuali) che oggi , in seguito a questo attacco, getta la comunità gay nella paura e nella disperazione. Fra i manifestanti intervistati, nessuno o nessuna ha mai criticato la vita arcobaleno a Tel Aviv, che anzi è stata definita da tutti «la città perfetta in cui essere gay». Ma la definizione più realistica e obiettiva di Tel Aviv è «the bubble», la bolla. La bolla è anche il titolo dell’ultimo film del regista omosessuale israeliano Eytan Fox che racconta la storia d’amore tra un ragazzo palestinese e uno israeliano. La città e le relazioni tra persone, in questo caso omosessuali, sono aperte, vivaci e libere ma, proprio come in una bolla, i confini di questo paradiso sono fragili come un filo di sapone. Tel Aviv è lontana dalla guerra e dall’occupazione, dai muri e dai checkpoint, ma in un sabato sera tutto questo può svanire.
Yoni Arad, Maggiore dell’esercito israeliano, è apertamente gay e ha partecipato al Gay pride, in divisa e mano nella mano col suo compagno. «Non ho mai avuto problemi né con la mia famiglia né con i miei commilitoni. I soldati e i miei superiori hanno accettato le mie scelte e mi hanno anche permesso di fondare una rivista che parla dell’omosessualità all’interno dell’esercito». Allo stesso tempo, non può evitare di ammettere come questa apertura valga solo per Tel Aviv, o nel caso in cui si abbia la fortuna di trovare commilitoni altrettanto tolleranti. Yoni lavora anche in un’associazione che dà supporto psicologico ai soldati e alle soldatesse di stanza nelle zone più isolate del paese, non solo per aiutarli a fare outing ma anche per insegnare loro a gestire e convivere con le situazioni di stress derivanti da comportamenti omofobici.
Ma i limiti della bolla non finiscono qui. Se un palestinese riuscisse a ottenere i documenti israeliani, Tel Aviv sarebbe sicuramente il luogo migliore in cui liberarsi da bugie e repressione, se non fosse che nemmeno cambiare nome e fingersi di origine ebraica garantisce un’autentica libertà. Un palestinese resta comunque palestinese. Anche se omosessuale e anche se vivesse a Tel Aviv e avesse i documenti in regola. E la dimostrazione lampante di ciò è che, sia a Tel Aviv che a Gerusalemme (23 giugno scorso), i palestinesi che hanno partecipato al Gay pride potevano contarsi sulle dita di una mano. Forse eccedendo in ingenuità, l’illusione che i diritti Lgbt potessero essere un buon terreno comune su cui lavorare, israeliani e palestinesi insieme, si è infranta inesorabilmente a Gerusalemme.
Jerusalem open house (Joh), prima associazione Lgbt in Israele, alla sua fondazione, nel 1997, comprendeva sia israeliani che palestinesi. In seguito, nel 2001, è nata Al Qaws, l’Arcobaleno, dapprima come parte di Open house, dal 2007 indipendente e ufficialmente riconosciuta come prima associazione Lgbt palestinese. L’unico punto su cui questi due gruppi sono d’accordo è il luogo di ritrovo: condividono infatti lo stesso ufficio.
Amit Lev, portavoce di Joh, spiega cosa significhi essere omosessuale a Gerusalemme: «Penso che la sfida principale sia vivere la vita in pubblico. Non è frequente vedere due persone dello stesso sesso camminare mano nella mano. Gerusalemme non è Tel Aviv, e anche Tel Aviv non è New York o Londra o Amsterdam, ma stiamo lavorando per migliorare». Durante la marcia del 2005, tre persone sono state pugnalate da estremisti religiosi ultraortodossi e Amit racconta come, negli ultimi due anni, abbiano lavorato per trovare un accordo con i leader religiosi, «per essere certi che nessuno si faccia male. La città appartiene a loro ma anche a noi».
Questo accordo non ha comunque evitato né un’imbarazzante schieramento di soldati a difesa dei quasi seimila partecipanti, né la scorta armata ai membri di Joh dall’ufficio al luogo della manifestazione. La marcia, sebbene fra sigilli e transenne, non ha subito interruzioni da parte degli ultraortodossi che, dall’inizio di giugno a oggi hanno trovato una nuova missione: far chiudere un parcheggio a Gerusalemme, aperto anche il sabato, giorno di festa per gli ebrei osservanti a cui pertanto è vietato guidare. Riprendendo le parole di Mike Hamel «con la questione del parcheggio non siamo più sotto tiro. Forse hanno capito che è più facile spiegare ai loro figli che cosa sia un parcheggio che un omosessuale».
Gerusalemme però non è per tutti. Nessun palestinese ha partecipato ai preparativi del Gay pride. Haneen Maykley, presidentessa di Al Qaws, con poche parole, chiarifica ogni dubbio: «Prima di essere un’associazione che lotta per i diritti Lgbt, Al Qaws è un’associazione politica. Noi prima di lottare per la nostra identità sessuale dobbiamo lottare per affermare la nostra identità in quanto palestinesi. È per questo che è stato impossibile continuare a lavorare con Joh». Lottare per l’affermazione e il rispetto dell’identità di genere e confrontarsi con i membri di Open house ha messo all’angolo gli Lgbt palestinesi, che si sono trovati nella paradossale situazione di dover scegliere se lottare per la propria identità sessuale o per tutti gli altri diritti negati loro proprio dall’occupazione israeliana.
L’indipendenza di Al Qaws è stato un passo imprescindibile per la sopravvivenza dell’associazione stessa. Ed è difficile essere palestinese durante un Gay pride dove ogni dettaglio urla «Israele». Haneen aggiunge: «Non posso manifestare sotto la bandiera “amore senza confini”, perché quei confini esistono, e io personalmente li sento ogni volta che mi sposto da est a ovest, ogni volta che parlo con israeliani e palestinesi, ogni volta che attraverso il checkpoint di Kalandia per andare a trovare i miei amici a Ramallah».
Non bisogna comunque dimenticare il ruolo fondamentale della struttura sociale palestinese. La stessa Haneen riconosce quanto per loro, Lgbt palestinesi, sia difficile uscire allo scoperto e mostrare la propria faccia davanti a stampa e tv, mentre familiari, amici e vicini stanno a guardare. La lotta quindi è doppia, come le identità che vogliono affermarsi e come l’oppressione vissuta. Nemmeno alla fine del Gay pride, al momento dei grandi discorsi, un rappresentante Lgbt palestinese ha provato a spiegare come sia la vita per i «non israeliani». Il conflitto, i checkpoint e le vessazioni sono talmente profonde da non permettere alla rabbia di sciogliersi, nemmeno per un giorno. Nemmeno quando si sta lottando per l’affermazione degli stessi diritti.

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