Dalla rassegna stampa Cinema

Tra big e proteste - La mostra del Lido è rosso shocking

… Lo stilista Tom Ford debutta nel cinema con la malinconica storia gay A Single Man. …

MOSTRI A VENEZIA. Ieri registi e attori hanno contestato «futuristicamente» i tagli, nonostante le promesse di Berlusconi. Molti gli italiani in gara e non (22 titoli), da Tornatore alla Comencini. Tra gli stranieri Herzog rivisita “Il cattivo tenente” di Abel Ferrara e c’è la prima volta di Michael Moore, con un documentario sulla crisi. In concorso, “Survival of the Dead” di Romero, che guida il plotone dei film horror-splatter.

Avreste dovuto vedere le facce di Paolo Baratta e Marco Müller ieri mattina nel salone dell’Excelsior, inutilmente presidiato all’esterno da poliziotti e carabinieri chiamati dal direttore dell’hotel. Due facce rassegnate, tra lo spazientito e l’insofferente, per la serie: ci tocca anche questa, speriamo finisca presto. C’era da presentare in pompa magna la 66esima Mostra del cinema, programma e annessi, ma la scena se la sono presa d’impeto i cineasti, gli attori, gli sceneggiatori venuti a protestare contro i tagli al Fus. Vero che Berlusconi in extremis, mercoledì sera, facendo fiorire un sorriso sul viso dell’afflitto Bondi, aveva promesso di reintegrare 60 di quei milioni segati, ma sempre «elemosina» è. Pure tempi e modi non sono chiari. Così Centoautori, Anac, MoVem09 e le altre associazioni hanno deciso di farsi sentire lo stesso, scegliendo la ribalta più mediatizzata, appunto la conferenza stampa di Venezia 2009.
«L’Italia ha destinato quest’anno all’attività cinematografica (in verità alla produzione, ndr) soltanto 11 milioni e 446 mila euro. L’equivalente del costo medio di due film francesi», ha denunciato Sergio Castellitto, leggendo, dal tavolo della presidenza, un lungo volantino «in difesa dei diritti del pubblico». Clima concitato, ma non aggressivo, anche divertente, da mobilitazione generale d’altri tempi. In sala decine di big del cinema, attrici come Sabrina Ferilli, Paola Cortellesi, Claudia Pandolfi, Sabrina Impacciatore, attori come Carlo Verdone, Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, registi come Daniele Luchetti, i fratelli Taviani, Maurizio Sciarra, Ugo Gregoretti, ovviamente Citto Maselli (pure a Venezia fuori concorso con il suo Le ombre rosse).
A un certo punto, Castellitto annuncia: «Facciamo un gesto futurista!», e straccia il pugnace proclama tenuto in mano. Applausi. Che si raddoppiano quando Andrea Purgatori legge la finta lettera del ministro Bondi scritta collettivamente (c’è lo zampino di Cristina Comencini), Verdone invita a non dimenticare le sorti di tante sale cittadine a un passo dalla chiusura e Gregoretti ricorda che 60 milioni sono pochi, ne servirebbero 200.
I capi della Biennale, passato il quarto d’ora accademico, vorrebbero riprendersi il palcoscenico, ma non c’è nulla da fare. Ormai i contestatori ci hanno preso gusto: dalla platea partono fischi e «buu!», qualcuno grida in romanesco «A Müller, se c’hai le palle chiudi la Mostra», un altro «Siete tristi!». Al che il sobrio presidente Baratta, ormai scocciato dalla piega degli eventi, replica: «La tristezza è l’atteggiamento più rivoluzionario che si possa avere». I vecchi sessantottini godono (anche quelli un po’ pentiti come Carlo Rossella, oggi presidente di Medusa), i giornalisti ridacchiano, il fotografo di Dagospia Umberto Pizzi pregusta il suo cine-Cafonal. Finalmente l’happening contestatore si spegne, i big sfollano, e la coppia Baratta-Müller (il secondo con pashmina al collo, in stile Rondi) si riappropria della sala. Solo che a quel punto, dopo l’innocente caciara dei cinematografari, tutto il resto è noia.
Mesto Baratta nel ringraziare gli sponsor, nell’offrire ragguagli in merito alle novità logistiche connesse ai lavori per la costruzione del nuovo Palazzo, nello spiegare le iniziative prese per «agevolare il soggiorno del pubblico e degli accreditati» (cioè ristoranti aperti più a lungo). Immaginifico, come sempre, Müller, per il quale «nei film che amiamo la consapevolezza di obiettivi e doveri coincide con il metodo più adatto per utilizzare, spremere sino all’ultimo centesimo, i poteri (politici ed industriali) del cinema». Che vorrà dire? Risulta più chiaro il direttore sinologo quando, lodando la sua Mostra perfetta «che assolve a tutti i compiti», si toglie un sassolino dalla scarpa a proposito di presunte assenze: «Qui ci sono i film che abbiamo voluto fortemente. Altri festival avranno film che non abbiamo voluto fortemente». Cioè Toronto, San Sebastiano e Roma.
Quanto alla 66esima Mostra, si direbbe – parafrasando il titolo italiano di un vecchio film di Nicolas Roeg – che ci aspetti «un settembre rosso shocking». Sangue, orrore, fenomeni paranormali, buchi che ingoiano, zombie all’attacco, killer feroci, sopravvissuti all’ecatombe nucleare: ce n’è per tutti i gusti tra i 75 film spalmati nelle quattro sezioni, 71 dei quali in prima mondiale e 4 internazionale. Non per nulla, con sottile provocazione cinefila, il direttore s’è divertito a piazzare in concorso quel Survival of the Dead di George Romero, ennesima variazione sul tema della Notte dei morti viventi.
Confermate tutte – ma proprio tutte – le indiscrezioni della vigilia. Ci saranno quattro film italiani in gara, Baarìa di Giuseppe Tornatore, Il grande sogno di Michele Placido, La doppia ora dell’esordiente Giuseppe Capotondi, Lo spazio bianco di Francesca Comencini. Michael Moore sbarca per la prima volta al Lido col suo documentario dal titolo ironico (ma il tema è serissimo: la crisi economica americana e il salvataggio di Wall Street) Capitalism: a Love Story. Lo stilista Tom Ford debutta nel cinema con la malinconica storia gay A Single Man. Il tedesco Werner Herzog reinventa in libertà Il cattivo tenente di Abel Ferrara, ambientandolo a New Orleans, starring Nicolas Cage. Solo per dirne alcune. Sul fronte delle star, attesi George Clooney, di casa ormai in Italia, con la commedia spionistica The Men Who Stare at Goats, Matt Damon con The Informant! di Soderbergh, Viggo Mortensen e Charlize Theron con The Road dall’apocalittico romanzo di Cormac McCarthy; e ancora Julianne Moore, Eva Mendes, Robert Duvall, Jeff Bridges, Richard Gere, eccetera.
In tutto 22 i titoli italiani, tra concorso, fuori concorso, orizzonti e Controcampo, segue a ruota la pattuglia americana con 17; la Francia si ferma a 4 (ma tutti in gara) mentre dall’amata Cina, salvo sorprese dei prossimi giorni, arrivano in 5. Escluso un “black carpet” al posto del tappeto rosso, come richiesto dai contestatori del Fus. «Poiché sono previsti molti attori napoletani sarebbe impraticabile», ha tentato la battuta Baratta, ma nessuno ha capito il riferimento alla superstizione.

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Centoautori, nella finta lettera di Bondi cine-annessione dell’Italia alla Francia

di Luca Mastrantonio

Non abbiamo venduto Alitalia ad Air France, ma per gli aiuti di stato per il cinema si può benissimo annettere l’Italia alla Francia, visti i soldi che i cugini d’oltralpe destinano alla settima arte. Così da essere liberi di indirizzare le poche briciole rimaste alle produzioni nordiche, dialettalmente corrette. Questi i due punti principali della finta lettera di Sandro Bondi che i Centoautori hanno scritto per satireggiare il ministro dei Beni culturali, stretto tra l’incudine tremontiana e il martello berlusconiano. Da una parte il mondo dello spettacolo che chiede, compattamente, dai registi ai produttori, di ripristinare gli aiuti di stato per non far piombare il cinema in una crisi nera. Dall’altra Tremonti e i conti che non tornano, se non fosse che Berlusconi, scavalcando a sinistra Bondi, ha assicurato che invece i soldi si troveranno, per reintegrare tutto il fondo. Mentre Bondi, al solito, iporealista, ha detto che basterebbe anche solo un reintegro minimo, sindacale. Com’è umano lei, Cavaliere!
Berlusconi ha dunque dato una grossa mano a Bondi. Ma non ha fermato la gioiosa macchina da guerra del mondo del cinema, che ha fatto irruzione ieri alla conferenza stampa della Mostra, dove non mancheranno le polemiche, visto che prima di settembre sarà difficile correggere il dl anticrisi. Anzi. Se i soldi alla fine non ci saranno, la colpa sembrerà solo di Bondi che non ha fatto valere gli impegni di Berlusconi.
“Il Riformista” ha ricevuto il testo similbondiano da leggersi, suggeriscono gli autori, con tono contrito, come Bondi quando prega o Adriano Galliani quando il Milan perde: «Carissimi cineasti italiani, prima di parlarvi della prestigiosa manifestazione che proprio oggi s’annuncia nello splendore della sua sessantaseiesima edizione, permettetemi di dirvi alcune cose a proposito dell’atteggiamento dell’esecutivo e mio personale in merito al futuro del cinema italiano». Per lo pseudoBondi, «l’opposizione delle chiacchiere afferma con aria di scherno che il reintegro completo si potrà realizzare sì, ma nel mondo dei sogni. E cosa sono i sogni? Non fanno parte anch’essi della nostra vita? Solo la visione piatta e volgare del materialismo marxista può negare la grande realtà del mondo dei sogni. Non è reale che proprio il mondo dei sogni ha portato milioni di italiani a votare per il nostro buongoverno e a credere che sarebbe riuscito a raddrizzare l’economia italiana? Non è reale il mondo dei sogni in cui vive il nostro beneamato e sempre rispettato Presidente Silvio Berlusconi?».
Per lo pseudoBondi, le chiacchiere sono a zero. Come i soldi per il cinema, temono in molti. «Dal momento che il governo di Parigi quest’anno investe per favorevoli congiunzioni astrali 513 milioni di euro nell’audiovisivo, di cui circa la metà per il cinema, a fronte degli 11 milioni del nostro governo, per risolvere i problemi finanziari del cinema italiano propongo dall’anno prossimo la sua annessione alla Francia. Con una legge apposita renderò perciò possibile mantenere la nazionalità italiana anche a film totalmente recitati in francese. Faremo perciò dei poderosi investimenti in corsi di lingua per attori italiani. Qualcuno, come Stefano Accorsi, ha già anticipato spontaneamente questa riforma andando a vivere a Parigi e imparando a sue spese la lingua. Invito gli altri attori italiani a seguire il suo esempio».
Ecco il nuovo reference system per i pochi soldi a disposizione. «Eccovi la tabella con i nuovi criteri e relativi punteggi. Attori e attrici. Se hanno vinto la Coppa Volpi a Venezia 5 punti. Se hanno vinto l’Oscar a Hollywood, 10 punti. Se hanno vinto la farfallina d’oro a Palazzo Grazioli, 100 punti. Autori di sceneggiatura. Lungometraggi scritti in lingua italiana, 1 punto. In milanese, 10 punti. Nel dialetto di Lumezzane, 20 venti punti. Non possono concorrere opere con neologismi romaneschi, napoletani e siculi. Progetti di film tratti da libri. Ce ne sono già alcuni particolarmente significativi all’esame. Saranno valutati con automatismi assolutamente democratici, legati al territorio e al loro reddito: Il maestro di Vigevano, 10 punti. Napoli milionaria, 1 punto. La Romana, non classificato. Per quest’anno visto che non ci sarà un centesimo, si realizzeranno solo film che potranno godere dei ritorni degli incassi dell’anno precedente, i famosi cinepanettoni. Ma anche qui – Tremonti sia lodato – sono previste particolari agevolazioni fiscali per quei film natalizi che sapranno uscire dagli schemi tradizionali. Basta con film come Vacanze a New York o Natale a Rio de Janeiro. Dall’anno prossimo saranno particolarmente sostenuti film come Capodanno a Gallarate o Tutti insieme a Orbessano, che permettono di coniugare l’abbassamento dei costi alla promozione turistica di alcune perle italiane».

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