Dalla rassegna stampa Cinema

Pierfrancesco Favino

…La maggior parte dei registi gli affidano parti da duro. O, in curiosa alternativa, da gay. «Non m´imbarazza particolarmente rappresentare un omosessuale. Anche baciare sul set un altro uomo è come baciare una donna che non è la tua. Il mio sogno, però, sarebbe fare la parte di una checca …

L´INCONTRO

Facce da cinema

Fisicamente non mi sono mai amato, mi trovo ridicolo e mi appassiono pochissimo nel guardarmi. In più sono un moralista e un giudicone
I primi show li improvvisava davanti alle donne di famiglia. Adesso, a quarant´anni, è uno dei volti più riconosciuti della nuova generazione di attori Tra fiction tv, film d´autore e blockbuster come “Angeli e Demoni”, la vita sul set è la sua droga. Del successo dice: “È una bellissima trappola, ma ho capito che cambia la percezione che gli altri hanno di te E, come succede con il potere, ti isola”

ROMA
Pierfrancesco Favino ha la faccia di un clown senza trucco. Fitte rughe intorno alla bocca e occhi all´ingiù. Sorriso aperto e fronte corrucciata. Sturm und Drang nello stomaco ma, anche, l´ironia di riderci sopra. È una faccia che lui definisce «facciosa» e che, quando passa davanti allo specchio, gli fa girare lo sguardo da un´altra parte: «Non mi piaccio e non mi guardo». Quest´estate, nello stesso 2009 in cui con Angeli e Demoni ha conquistato il pubblico internazionale, Pierfrancesco Favino compie quarant´anni. La cosa, però, non lo spaventa: «Sono contento perché arrivo al mio compleanno che “mi assomiglio”, ho intorno a me cose e persone che mi corrispondono e in questo senso mi ritengo fortunato».
Quello che, come dice lui, gli «assomiglia» di più è il suo quartiere. Nel pieno centro di Roma ma non pretenzioso. A due passi dal Colosseo ma lontano dalla confusione. Qui tutti lo conoscono. Sanno esattamente quanto zucchero vuole nel caffè e che giornale compra la mattina. E Favino ha una parola gentile per ognuno. Il parco di Colle Oppio è la sua seconda casa. In questa piccola oasi passa le ore libere tra un film e l´altro e i momenti di relax con Greta, la bambina che ha avuto tre anni fa dalla compagna Anna Ferzetti. «Anche Anna è un attrice», spiega con un sorriso, «ma l´ho costretta ad una lunga pausa per fare la mamma».
Nel torrido pomeriggio estivo, Pierfrancesco Favino sceglie proprio il suo parco preferito per raccontarsi. Maglietta nera e jeans comodi, si muove con morbidezza. Quasi al rallentatore. Sembra riflettersi nella luce di una città che ama, ma che ha un grande difetto: «È ferma». Lui la conosce bene perché, a Roma, ci è nato. In una famiglia normale che lo ha cresciuto in modo normale: «Ero circondato da donne, oltre alla mia mamma c´erano tre sorelle e un´infinita quantità di amiche e cugine. Vivevo costantemente sopraffatto da un esercito al femminile che mi ha fatto capire quando, nella vita, conviene stare zitto». Per tutte le sue donne, sin da piccolissimo, improvvisava uno show dietro l´altro. «Raccontavo barzellette inventate da me, recitavo piccole commedie e loro, per sfinimento, fingevano di divertirsi tantissimo». Grande alleato, in quel mondo infantile popolato dall´altra metà del cielo, era il nonno. Quello stesso nonno che è stato il suo primo pubblico e che lo apostrofava, con affetto, definendolo «il mio piccolo commediante».
Che un giorno sarebbe diventato attore, Pierfrancesco Favino lo ha avuto ben chiaro dalla prima volta che ha messo piede in un teatro. Neanche otto anni e una sensazione di urgenza nella pelle. «Il mio esordio come semplice spettatore è stato sconvolgente. Una sorta di chiamata. Da quel momento, non ho mai messo in dubbio di voler recitare». Mai però ha pensato che la sua fosse una scelta bohémienne. Anzi. «Non avendo conoscenze nel mondo dello spettacolo ho deciso che l´unico modo per riuscire sarebbe stato quello di seguire il percorso classico. Mi sono iscritto all´Accademia d´arte drammatica perché anche il Centro sperimentale di cinematografia mi sembrava troppo stravagante». Tentò l´esame e, dal momento dell´ammissione, cominciò a respirare veramente. Quel ragazzo spettinato, che gli amici chiamano da sempre Picchio, è entrato di colpo nella vita vera: «Ero esaltato all´idea di prendere lezioni con maestri come Luca Ronconi ed ero capace di lavorare anche dodici al giorno, senza sentire alcuna stanchezza».
Finita la scuola ha scelto il teatro per una forma di selezione naturale: «Credevo che il cinema fosse riservato ai belli». Il ricordo di quei momenti ancora lo emoziona. Gli occhi all´ingiù si stringono e sembrano fessure: «Recitare sul palcoscenico è la cosa più bella che possa capitare ad un attore, ti pulisce sangue e polmoni e il rapporto con il pubblico è quasi sessuale. Nel cinema invece resta più mediato». Mentre lavorava ha continuato a studiare e leggere. Anzi a rileggere: «Consumavo volumi di Pier Paolo Pasolini e Francis Bacon. Li sfogliavo una, due anche dieci volte. Sottolineavo tutto e mi ripetevo i passi più importanti. Forse la verità è che sono un secchione nell´anima e un nevrotico torturato dal perenne senso del dovere».
Il passaggio al cinema è arrivato dopo qualche anno. Ha debuttato nel 1993 con Amico mio, ma i film che lo hanno trasformato nel Pierfrancesco Favino che fa innamorare le donne e divertire gli uomini sono stati L´ultimo bacio di Gabriele Muccino, Da zero a dieci di Luciano Ligabue ed El Alamein di Enzo Monteleone. Da allora ha interpretato ruoli sempre diversi: lo spietato Libanese a capo della banda della Magliana in Romanzo criminale. Il marito borghese in La sconosciuta di Giuseppe Tornatore. L´omosessuale disperato per la perdita del compagno in Saturno contro di Ozpetek. È stato diretto da registi-icone, come Spike Lee e Ron Howard, ma non disprezza la televisione: «Ho ottenuto grande popolarità con Bartali e Di Vittorio e credo che parlare con spregio di tutta la televisione sia un luogo comune. Gli inglesi, per esempio, la considerano diversamente anche perché hanno rispetto per chi la guarda». La maggior parte dei registi gli affidano parti da duro. O, in curiosa alternativa, da gay. «Non m´imbarazza particolarmente rappresentare un omosessuale. Anche baciare sul set un altro uomo è come baciare una donna che non è la tua. Il mio sogno, però, sarebbe fare la parte di una checca vera». A proposito di sogni ne ha ancora uno da realizzare: «Mi piacerebbe interpretare un ruolo comico, fare il caratterista o l´imitatore. Ho da sempre un amore folle per Totò ma in Italia la commedia comica è un genere difficile».
Con il successo ha un rapporto lucido. Analitico e insieme spietato: «È una bellissima trappola. Ancora oggi mi stupisco che le persone parlino di me e mi riconoscano per la strada. Mi fa piacere essere fermato dagli ammiratori perché penso mi facciano i complimenti per quello che creo sullo schermo, non per quello che sono, e per le emozioni che riesco a trasmettere. Purtroppo ho capito che il successo cambia la percezione che gli altri hanno di te e, come succede con il potere, ti lascia solo e ti isola».
L´ansia che si portava dentro sin dalla nascita, Pierfrancesco Favino è riuscito a superarla con la prova più difficile per un attore: il provino. «Ribaltare quella paura paralizzante è stato un modo di fare qualcosa per me. Ho capito che la fatica la fa anche per il regista. Quando ho sbagliato, ho trovato il coraggio di bussare alla stessa porta e chiedere l´opportunità di rifare meglio». Con gli anni ha conquistato un grande privilegio: quello di poter scegliere. Lavorare nel cinema è la sua droga e lo confessa senza vergogna: «Divoro le sceneggiature come se fossero dei libri e ho bisogno del set».
Il caldo romano si fa sempre più torrido e, mentre si sposta alla ricerca dell´ombra, l´attore scambia due battute con la vecchia signora che gestisce il chiosco del parco. Poi riprende a raccontarsi. «Mi piace quel circo e quel gruppo pieno di energia. Quel tempo compresso vissuto con l´adrenalina al massimo. Quando finisci di girare ti cade addosso una strana sensazione di perdita. Un vuoto improvviso che ho provato solo dopo un anno di servizio militare». A trovare un sano equilibrio, anche fuori dal set, lo ha aiutato la cosa più importante che gli è capitata nella vita. L´arrivo di Greta. «Avere un figlio ti fa capire che siamo al mondo con la finalità di creare altri essere umani. I bambini sono una lezione soprattutto per noi attori che abbiamo il vizio di metterci al centro del mondo. Loro hanno costantemente bisogno dei genitori e guardandoli impariamo ad accantonare le nostre esigenze». Per Greta sogna un´esistenza normale. «Non voglio che mi conosca attraverso il filtro della notorietà e dello schermo. Spero capisca il prima possibile che il vero segreto, per essere sereni, è non volere tutto. Se desideri che la tua casa sia la più bella, il tuo quartiere il più facoltoso e il tuo film il primo in classifica, sei destinato all´infelicità».
Passa per un sex symbol ma la definizione gli strappa una risata. «Fisicamente non mi sono mai amato, mi trovo ridicolo e mi appassiono pochissimo nel guardarmi. In più sono un moralista, un giudicone, per nulla elastico. Insomma, l´esatto contrario dello sciupafemmine».
La giornata di Favino è ritmata dalle abitudini. «Mi sveglio presto anche perché sono lentissimo e ho bisogno di un´ora prima di uscire da casa. La scansione attraverso i rituali è l´unica cosa che mi da la percezione del passare reale del tempo, mi sono addirittura comprato uno studio per avere un posto dove andare anche quando non sto girando un film. Il mio corpo ha bisogno di scadenze continue e, se sono fuori per lavoro, cerco di ricostruire l´ambiente di casa per replicarmi in qualche modo».
Ha molti amici, anche nel mondo del cinema, con cui casualmente fa sempre le cose in parallelo: «Ci siamo fidanzati e abbiamo fatto i figli tutti nello stesso momento. È una generazione che procede con lentezza». Con loro parla molto di tutto e poco di donne: «La vera differenza è che le donne discutono sempre di uomini e di rapporti mentre noi non le mettiamo mai al centro delle nostre conversazioni. Forse siamo molto più superficiali e più semplici nella testa ma, per fortuna, le donne hanno ancora bisogno di noi». Alla fine di tutto, Pierfrancesco Favino è un semplice: «Facevo la vita del divo quando non potevo permettermelo ed ora, invece, mi godo il piacere di essere me stesso».

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