Dalla rassegna stampa Teatro

Omicidio al Teatro Belli: il Garofano verde si tinge di rosso

Ai confini di una Londra di inizio millennio, la paura del diverso persiste e sfocia in aggressioni omofobe. È solo una pièce teatrale, ma talmente reale da sembrare un articolo di cronaca nera

A chiusura della sedicesima edizione della Rassegna Garofano Verde – che dal 2 giugno ha visto alternarsi sul palco del Teatro Belli di Roma artisti impegnati sulle tematiche dell’omosessualità – va in scena Vincent River di Philip Ridley.
L’autore inglese, dalla precoce carriera (a sei anni pare avesse già fondato la sua prima compagnia teatrale!), nasce e vive tuttora nel sobborgo orientale di Bethnal Green. Dai suoi primi giovani passi nell’arte, Ridley non si è fermato più e il suo fervore artistico si è espresso in ogni forma: dalla scrittura (Gli occhi di Mr.Fury) alla regia (Riflessi sulla pelle, del 1990), dalle sceneggiature (The Krays, diretto da Peter Medak) alla fotografia, è un fiume in piena che travolge con il suo multiforme talento.

L’opera – il cui esordio risale al 2000 sull’onda delle continue aggressioni ai danni di omosessuali nella capitale britannica- ruota intorno alla morte di Vincent, un giovane ragazzo assassinato in una stazione ferroviaria abbandonata, divenuta ritrovo per omosessuali in cerca di facili avventure. Da questa stazione nascono storie e nevrosi dei protagonisti.

A scoprire il cadavere è David, un giovane dall’esistenza difficile, con alle spalle una famiglia che non lo accetta per quello che è, la recente scomparsa della madre e un padre violento ad attenderlo.

Unica protagonista sul palco oltre a David è Anita, due volte vittima: prima di una famiglia che scoprendola incinta la caccia di casa e poi della società – rappresentata da un vicinato pettegolo e maligno – che non riesce a fermarsi neanche di fronte al dolore per la morte del figlio fino a costringerla ad un trasloco forzato.

Due vite, quelle di David e di Anita, due treni che sembrano viaggiare su binari diversi, ma che arriveranno ad un’unica destinazione senza sapere di essere stati a lungo in compagnia dello stesso passeggero.

Dal giorno dell’omicidio David segue Anita, ne diventa l’ombra. Lei lo percepisce, vuole affrontarlo e gli apre la porta, lo fa entrare nella sua vita e nei suoi ricordi, ma a lui non basta: vuole saperne di più. Tra i due nasce un patto che li porterà ad un drammatico finale: Anita continuerà a raccontare di sé e di Vincent se David le dirà tutto quello che sa su cosa è successo la notte in cui suo figlio è stato ucciso.

Niente è scontato, niente è come sembra soprattutto in una società dove mentire è necessario alla sopravvivenza.

La scenografia è minimale, gli scatoloni di un trasloco fungono da appoggio per sedersi. il resto sono bottiglie di Gin e sigarette per anestetizzare il dolore.

Davvero ottimi e convincenti gli attori – Michele Maganza e Francesca Bianco – diretti efficacemente da Carlo Emilio Lerici, che ha curato adattamento e regia, quasi a voler trasformare le parole in immagini, utilizzando il palco come uno schermo cinematografico.

Da un avvio che vede gli attori protagonisti di un dialogo serrato – goffo ed evasivo lui, incalzante e determinata lei -le parole scorrono via via più fluide insieme all’onnipresente gin. Ma David perde progressivamente ogni freno inibitorio, diventa estatico, ricorda tutto, evoca immagini crude e le descrive minuziosamente a un pubblico che nel finale diventa suo interlocutore e confessore.
Lo sfogo è catartico e lo scena si esaurisce con Anita e David finalmente liberi dai loro pesi e dalle loro paure. Liberati proprio da quella verità che a lungo hanno ignorato e cercato di nascondere.

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