Dalla rassegna stampa Teatro

Macadamia Nut Brittle, di Ricci/Forte

Che spettacolo! punto esclamativo, niente aggettivi: quando uno spettacolo si compie nella sua interezza la parola si riempie di se e non necessita d’altro per esprimersi…

Che spettacolo! punto esclamativo, niente aggettivi: quando uno spettacolo si compie nella sua interezza la parola si riempie di se e non necessita d’altro per esprimersi: uno spettacolo è quando quello che vedi ti prende e ti cattura, ti diverte e ti emoziona, ti coinvolge e ti respinge, ti fa pensare anche a ore di distanza senza però trovare un pensiero preciso se non questo filo che ti lega alla sera prima in cui sei stato spettatore di uno spettacolare spettacolo.

Non conosco il Dennis Cooper cui si ispirano gli autori Ricci/Forte e a conti fatti non serve neanche conoscerlo. Lo scenario è quello del teatro omosessuale della rassegna Garofano Verde: un po’ spazio di ricerca ma per lo più passerella di vivi (!) e virtù (?) dell’animale omosessuale: si passa dal compiacimento auto-rappresentativo che ammicca con corpi scolpiti a una platea imbolsita da troppo velinismo in tivvù alla tragedia-senza-fine di esistenze letterarie che continuano a riscrivere Madame Bovary e Anna Karenina in salsa omo, con interpreti spesso più adatti ad essere visti sulle riviste patinate che sentiti sulle tavole del palcoscenico.

Qui invece, questo spettacolo dal titolo impossibile – Macadamia Nut Brittle – rende possibile tutto il resto: recide il cordone ombelicale che ci lega al già-visto e già-sentito e ci butta in faccia – non quei sentimenti belli virtuosi e salvifici che sogniamo di vivere – ma quelli che realmente viviamo giorno per giorno. Poi, il fatto che questi sentimenti e questo sesso siano occasionalmente di natura omo è solo accidentale: i dolori, la violenza, l’inadeguatezza, la reiterazione ma anche l’ironia e il gioco – appartengono a tutti, a prescindere dal sesso e dal sesso che viene praticato.

Non è una storia quella ci viene spettacolarizzata, con un inizio uno svolgimento e una fine, ma è la vita, l’esistenza, modi d’essere e di porsi, interrogativi senza risposta, punti esclamativi che gli altri ci conficcano nelle carni come lame di coltello. E i quattro interpreti – una donna e tre uomini – sono attori eccezionali che agiscono totalmente: capaci di esprimersi con la parola (fondamentale) si raccontano con una forza e una devozione (al testo, agli autori e al pubblico) senza le quali non potrebbero stare su quella scena: si spogliano (ma non è questo il punto, che oggi chiunque si spoglia) ma si spogliano non per mostrarsi (quanto sono carini a un pubblico barzotto) ma per mostrare come si può aderire totalmente a un’idea di spettacolo che parte dalle loro viscere per arrivare alle nostre, a noi che vediamo il loro diaframma fremere sotto la pelle (la cosa più emozionante e commovente) e le loro vene pulsare sotto il sudore, insieme alle croste sulle ginocchia delle sere prima e che riprendono a sanguinare sotto i nostri occhi: il corpo nudo, in questo spettacolo, non è fashion né glamour e nulla concede al pubblico guardone e modaiolo. Altrettanto, la scena è vuota, mostra il palco così come lo vedono gli addetti ai lavori e quello che serve alla rappresentazione sta nelle buste di plastica come in quelle dell’Ikea, perché lo spettacolo è – a partire dal testo che da sé, solo, è solo uno spunto – nell’interezza espressiva di questi quattro interpreti, forti e coraggiosi, generosi ed emozionanti, divertenti e irriverenti.

Fermo restando che il teatro, come forma d’arte, è sempre più ricco in quante più forme riesce a rappresentarsi, dalla più classica alla più innovativa, indubbiamente Ricci/Forte ci propongono una via teatrale, che rifuggendo compiacimenti autorali/attoriali e riportando in scena le vere nude emozioni, andrebbe percorsa con più convinta partecipazione da quanti si dicono interessati: addetti ai lavori, organizzatori, produttori, prim’attori. Personalmente avrei voluto essere su quel palcoscenico, anch’io.

da http://blog.libero.it/

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