Dalla rassegna stampa Teatro

Macadamia Nut Brittle, nella gelateria di Ricci/Forte.

… Forzature di sentimenti che sembrano esplodere nella sequenza pene-ano-bocca, su un letto di muffin in frantumi. Tre ragazzi, una via di mezzo tra delle marchette sessualmente confuse e dei recettori di sperma emotivo…

A me i mostri sacri stanno un po’ sul cazzo. Quelli di cui si deve per forza parlar bene. Anzi: quelli di cui una determinata categoria di persone – i gay – sembra quasi sentirsi in dovere di tessere le lodi. E, comunque, quel “/” vezzoso tra i loro cognomi mi è graficamente antipatico. Poi arriva G., che mi fa: “Devi vederli”. Senza diritto di replica. E siccome io e lui non ci siamo mai visti, accetto. Quindi, direi che la mia scoperta di Stefano Ricci e Gianni Forte nasce come curiosità verso una persona altra. Arrivo al teatro Belli in anticipo. Avevo tarato il mio tempo di percorrenza del lungotevere+parcheggio con i ritmi del venerdì sera. E, invece, dopo 10 minuti sono già nel cuore di Trastevere. Non avendo capito – il caldo resetta la perspicacia – che lo spettacolo era portato in scena nell’ambito di una rassegna sul teatro omosessuale, resto stupito davanti alla composizione del pubblico: 90% dei gay. Ergo: i gay scrivono/parlano ai gay. Qualcun altro, romano, direbbe: se la cantano e sonano da soli. Qualche coppia etero, a dire il vero, c’è. Se è per questo c’è pure una cagnetta, timida, spalmata all’ingresso. E’ proprietà del proprietario del teatro, e secondo me si annoia da morire. Carezza, coccola, senza riduzioni. Tutto esaurito. Lo spettacolo inizia alle 21, noi entriamo alle 21.20, perché l’aperitivo di corsa ci sta tutto. (Le foto sono di Mauro Santucci).

Non ho voluto leggere alcun genere di recensione, prima e dopo. Niente gabbie altrui. Parla lo stomaco. Il mio.

“Macadamia nut brittle” è un gelato, abbastanza viscido, a tratti color sangue, qualche grumo scuro, spalmato sul pentagramma della vita, senza panna. Vita rabbiosa. E anche satura di rimorsi, rimpianti e rincorse dietro culi e copioni imposti dal caso. Forzature di sentimenti che sembrano esplodere nella sequenza pene-ano-bocca, su un letto di muffin in frantumi. Tre ragazzi, una via di mezzo tra delle marchette sessualmente confuse e dei recettori di sperma emotivo; una donna, wonderwoman con i Moonboot, le cui lacrime fanno da collante al ciarpame esistenziale in cui sembrano sguazzare i suoi amici finocchi. L’amicizia, sembra non esserci, a dire il vero. Légami, legami. Una corda lega le velleità sentimentali della donna che vuole amare, mentre lui le infila una molletta in bocca e gliela tappa con lo scotch, prima di sputarle in faccia. Zitta e a pecora. Caldi schizzi di goduria e umiliazione salvifica. La violenza è nel verbo, e i gesti sembrano voler istericamente rimarcare la distanza tra quei personaggi. Giovinezza che si rigenera scopando, lo sperma è botox per le rughe che affiorano sul viso. La colonna sonora sono le anche che sbattono contro le chiappe, mentre lo stantuffamento anale riempie di gioia dolorosa non lubrificata. Un legame, la chattata. A/p, centimetri, cappelle giganti, schizzi copiosi, anal a go-go, col solito epilogo: “pulisciti, e levati del cazzo. Chiudi la porta dietro di te, grazie”. Di quell’eiaculazione resta la carta igienica appiccicata sullo stomaco, corpo di cartapesta. Preservativo saturo di felicità già evaporata. Inutile voler estirpare i sentimenti. Un ragazzo disegna col pennarello nero una loro mappa sul corpo nudo del suo non-amico. Disegna i punti in cui si annida l’amore, l’angoscia per l’altro perso, l’ansia di non rivedersi, l’abbandono. Vorrebbe strappare il colon, spezzettare il cuore, stritolare i polmoni. Niente schizzi. Anzi sì. Arrivano quando i tre, da travestiti vestiti, cantano ubriachi il lamento delle loro storie. Lei, tuta bianca antisettica, li disinfetta col sangue, quasi a voler esorcizzare lo spappolamento emotivo che è andato in scena. O in quel sangue c’è lo sperma mutato, passato per i loro culi, filtrato dal cuore, e uscito dalla bocca durante un bacio con la lingua? Marionette si baciano, girandosi per s-coprire ogni angolo della loro relazione al pubblico, un coltello infilato nel sedere, fa male. Ma non a loro. A chi cerca di avvicinarsi a quella girandola omo-affettiva che brucia su se stessa. Corpi sbattuti sul legno del palcoscenico, in ordine sparso ma con criterio, guidati dal Tom-Tom della perdita di equilibrio razionale che porta quegli ammassi di colon-cuore-polmoni-fegato-pancreas-intestinotenue-intestinocrasso-milza-vescica-testicoli-prostata-trachea-laringe-faringe-cazzo a cercare la volubile intersezione di un desiderio. Mi vuoi. Ti voglio. Andiamo insieme, per stanotte, mentre il gelato che abbiamo ingurgitato con dei cucchiaini di plastica rossoblu si trasforma in merda. E domani? Si torna bambini. Tre tende, colori, cose e personaggi pop, maschere dei Simpson aiutano gli adulti a sembrare meno adulti, a nascondersi nel loro guscio televisamente corazzato. Perché “Dallas” e “Grey’s Anatomy” regalano certezze, mica come la vita, serial a singhiozzo, dove il protagonista muore sempre, ma il funerale è sempre molto bello e registrato, e la bara è di Ikea. Si infilano nella tenda, spengono la luce. Lei è sola. Gli slip bianchi coprono una vagina offesa e delusa, umori asciutti, utero saturo di desideri abortiti.

Luce. Applausi.

La cagnetta è andata a farsi una passeggiata, fuori.

da http://www.river-blog.com/

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