Dalla rassegna stampa Libri

«Il vecchio West è un pretesto Oggi la frontiera è ovunque»

Ci sono tutti gli ingredienti del vecchio west nell’ultimo romanzo di Percival Everett, Ferito (Nutrimenti, pp. 240, euro 16). Un romanzo anomalo rispetto ai precedenti, con tutt’altro linguaggio e di diverso genere letterario…

Ci sono tutti gli ingredienti del vecchio west nell’ultimo romanzo di Percival Everett, Ferito (Nutrimenti, pp. 240, euro 16). Un romanzo anomalo rispetto ai precedenti, con tutt’altro linguaggio e di diverso genere letterario. Basta confrontarli con i lavori di Everett apparsi in Italia in precedenza, Glifo , La cura del’acqua (sempre per Nutrimenti) e Cancellazione (edizioni Instar). In Ferito – presentato anche all’ultima edizione della Fiera del libro di Torino – c’è il repertorio della frontiera, della natura selvaggia e imponente, della sfida con se stesso e della ricerca dell’ignoto. Soltanto che Everett usa con originalità la “cassetta degli attrezzi” tradizionali del genere west. I personaggi inventati dalla sua penna hanno un tratto originale e – se vogliamo – poco realisti a immaginarseli in uno scenario da western in pieno Wyoming. Tanto per cominciare nel ranch ci abita un cowboy nero che in gioventù ha studiato storia dell’arte all’università di Berkeley. John Hunt – è il suo nome – addestra cavalli, esattamente come ha fatto per tanti anni lo stesso Everett. Le lunghe cavalcate non mancano, ma gli esseri umani in questo west immaginario si spostano ormai con i pick-up, unici veicoli che possono girare su strade impraticabili. Tra l’altro, il romanzo prende spunto da un caso di cronaca: l’omicidio brutale di un ragazzo omosessuale,Matthew Shepard, avvenuto vicino a Laramie nel 1998. La frontiera è anche quel sottile filo che divide il perbenismo dall’intolleranza, dalla violenza e dall’odio. E sovente viene trasceso. Nel 2007 al congresso degli Stati Uniti è stato presentato il Matthew Shepard Act ma Bush si mise di traverso e bloccò l’iniziativa. Quella legge prevedeva un coinvolgimento del Bureau per i delitti per omofobia e un inasprimento delle pene per i crimini a sfondo razzista. L’amministrazione Obama si è impegnata a far passare il Matthew Shepard Act.
Ma Ferito non è affatto una nota fuori posto nella produzione letteraria di Everett – produzione sterminata, molto più ampia dei pochi titoli che sono usciti in Italia. In tutti i suoi libri, una ventina fra saggi, romanzi e poesie, ha scandagliato – è vero – tutti i generi letterari – ma sempre alla ricerca di una scrittura che possa dire senza essere imprigionata nei cliché. La chiama «l’avventura dello scrittore» ed è tanta più ardua se a compierla è uno scrittore afroamericano dal quale l’industria culturale si attende una letteratura di maniera.
Percival Everett – classe 1956 – è stato musicista jazz e tuttofare in un ranch. Per ben quattordici anni ha lavorato come addestratore di cavalli. Oggi, oltre alla scrittura, insegna anche letteratura alla University of Southern California. Lo hanno definito «uno dei più coraggiosi scrittori sperimentali degli ultimi anni». Ma lui risponde che si ispira piuttosto a un classico della letteratura americana, Mark Twain.

Il mito della frontiera ha varcato i confini degi Stati Uniti ed è attraverso esso che nel nostro immaginario di “europei” ci siamo costruiti un’idea di America. Ma cosa ne è oggi della frontiera in un mondo globalizzato dove tutti i luoghi tendono ad assomigliarsi?
La frontiera è legata all’essere umano. Per gli americani ha rappresentato la speranza che oltre quello che già c’era ci fosse anche qualcos’altro che ancora non conoscevano. Ma la frontiera è anche interiore, è il limite fra ciò che sappiamo e ciò che possiamo ancora sapere. E’ la soglia fluttuante della nostra capacità d’immaginazione. Per questo possiamo trovare la frontiera ovunque, in ogni luogo.

E’ vero che c’è una frontiera interiore. Ma ce ne accorgiamo solo misurandoci con una natura selvaggia. Il genere west non ha fatto di questo confronto tra umano e naturale il suo leit motiv?
E’ vero, c’è questo rapporto concreto ma è sempre la stessa frontiera che si espande.

Nel romanzo “Ferito” c’è anche un sottile confine interiore, una frontiera in quella che è la mentalità media della cittadina di Highland. Da un lato c’è la coscienza puritana, il perbenismo, dall’altro l’intolleranza e l’aggressività verso chi non fa parte della comunità. O no?
Se li dividi sembrerebbero due cose diverse, come se non ci fosse una violenza insita in questa mentalità perbenista da classe media. Questi due lati non sono affatto estranei l’uno all’altro. Ma qui non si tratta di piccole o grandi città. In qualsiasi ambiente ci sono comportamenti dignitosi che vengono a contatto con l’indecente.

Si dice che l’intolleranza e l’indicibile avvengano solo nei piccoli centri. Cos’è, un pregiudizio snob contro la provincia?
Episodi di intolleranza in realtà possono accadere ovunque. Dipendono dal contatto tra mondi culturali e stili di vita diversi. Nelle piccole come nelle grandi città.

John Hunt, il protagonista del romanzo, è un cowboy particolare. Ha studiato storia dell’arte all’università di Berkeley, poi se n’è andato nel Wyoming. Bisogna fuggire dalla città per trovare la bellezza?
Non è che fugge dalla città. Più semplicemente, va verso la bellezza. Ma non c’è alcun bisogno di fuggire da un posto quale che sia.

Il multiculturalismo ci ha insegnato che le culture hanno pari dignità. Però, al di là delle buone intenzioni, c’è il malinteso che ogni cultura debba restare nel suo recinto. Che multiculturalismo è?
Ma questo, checché se ne dica, non è multiculturalismo. Così inteso diventa razzismo bello e buono. So che in Italia Berlusconi ha detto che il paese non sarà mai multiculturale. Ma non è certo un premier che può decidere se un posto è multiculturale oppure no. E’ sempre un’esperienza brutta per uno scrittore dover constatare che la cultura letteraria debba essere divisa tra bianca e nera. E’ deprimente che questo è modo per far tacere gli scrittori neri. Si reputa che non possano aver un’esperienza diversa da quella dell’essere neri. Ma l’essere neri è costruzione mentale. Non è che se sei nero devi comportarti automaticamente in un certo modo e che non sia possibile essere diversamente da come sei rappresentato. L’essere nero non è una caratteristica fisica ma è una rappresentazione che dipende dallo sguardo.

Ecco, appunto, non c’è un razzismo anche in letteratura quando dagli scrittori neri ci si aspetta il solito cliché, che scrivano solo di slums e quartieri malfamati?
L’industria culturale ci ha insegnato a guardare le cose in questo modo. Se uno scrittore è nero allora deve scrivere in un certo modo, con un certo linguaggio e così via.

Quanta libertà ha uno scrittore sfuggire alle costrizioni del mercato editoriale?
Nessuno può dirti quello che devi scrivere o impedirti di scrivere quello che ti senti di scrivere, ovvio. Ma questo non significa che troverai un editore disposto a pubblicarti. Ma c’è un’altra questione importante. Come puoi scrivere quello che vuoi, toccare argomenti forti, mettere in gioco anche la condizione dell’essere nero, senza però farti incastrare nel cliché dello scrittore afroamericano? Questa è la sfida. L’avventura dello scrittore consiste nel poter scrivere senza essere imprigionato in un ruolo o in un gruppo. Cercare una via personale senza cadere nello stereotipo.

Il romanzo si chiude con una frase: «E’ finito il tempo di parlare». Detto da uno scrittore, che in genere prende le parole molto sul serio, è sconfortante. O no?
Gli scrittori prendono sul serio il significato delle parole.

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