Dalla rassegna stampa

TORINO GLBT FILM FESTIVAL - Ozpetek: Io, Madame

«Carta bianca a Ferzan Ozpetek»: in festival una scelta dei film che hanno affascinato il regista turco zie e signore

Quando Giovanni Minerba mi ha fatto la proposta, non potevo che essere felice. Volevo cominciare con una serie delle «Madame», a partire dallo splendido «Madame X» (di David Lowell Rich) con Lana Turner, passando per Madame Rosa (in Italia si chiamava «La vita davanti a sé») interpretato da Simone Signoret, per arrivare a «Madame Sousatzka» di John Schlesinger con l’intrigante Shirley MacLaine, e finire con Madame de… »che in italiano si chiama «I gioielli di Madame de… ed è stato diretto da Max Ophüls nel 1953.
Purtroppo ci sono stati problemi di reperibilità delle pellicole, e così l’unica «madama» rimasta è quella di Ophüls, film che mi aveva letteralmente rapito per i movimenti di macchina! Poi c’è un’altra «signora» che ho amato molto da piccolo, «La signora mia zia» di Morton DaCosta del 1958, di cui mi aveva colpito il modo di raccontare, la scenografia, le luci, e mi è entrato nel cuore il sentimento di quel ragazzino davanti a sua zia, l’aprirsi di quel suo mondo. Può sembrare superficiale quello che dice la zia, ma lei tocca corde profonde con le sue parole. «Bianca» di Nanni Moretti l’avevo visto ben due volte di seguito, mi aveva colpito quel personaggio, ciò che provava per la separazione dei suoi amici accoppiati, è un film singolare di Moretti. Di tutt’altro genere «Leoni al sole» di un altro regista italiano che amo: Vittorio Caprioli, è davvero un grande, mi ricordo anche il suo «Parigi o cara». Rivedere «Il segno di Venere» di Dino Risi sul grande schermo vuol dire riscoprire una strepitosa Franca Valeri, ho riso e pianto nel guardarla. Un altro film sulla vita, sull’amore, affascinante e angosciante, è «Narciso nero»: Michael Powell è il regista che mi piace più di ogni altro assieme a Vittorio De Sica. Nella sua vecchiaia non è più riuscito a far nulla, dopo quello che considero il suo capolavoro «L’occhio che uccide» (nel 1960). La critica lo aveva distrutto, e ciò aveva segnato la parola fine alla sua carriera. Aveva realizzato film bellissimi: «Scarpette rosse» (1948) o «Io so dove vado» (1945), entrambi girati con Pressburger, come questo «Black Narcissus» nel 1947; lo cito spesso, e consiglio di vederlo ai direttori della fotografia con cui lavoro.
«La fiamma del peccato» di Billy Wilder mi ha colpito per quel personaggio femminile intrigante, si rimane sempre nel dubbio se lei ama o non ama. Ammiro quell’interpretazione di Barbara Stanwyck, come l’ho ammirata in tanti altri film da lei interpretati.
Andrebbero aggiunti i film che ho molto amato nella mia infanzia, i melodrammi turchi, qualcuno sarebbe stato bello inserirlo, purtroppo sono difficilmente reperibili anche questi.
Spero che al pubblico del festival questi film piacciano altrettanto, e auguro a tutti/e buone visioni!

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FERZAN TURCO ITALIANO

DI FULVIA CAPRARA

Una giornata con Ferzan Ozpetek, tra il salotto e la cucina della sua casa romana, nel quartiere Ostiense, dove il monumento più suggestivo è il gasometro e dove, tra i resti e gli odori dei magazzini generali, si agita, di notte, una speciale movida, levantina, artistica, multietnica. Quando si riemerge da un’esperienza così, tutto diventa più chiaro. Si capisce perché il regista di «Cuore sacro», nato a Istanbul il 3 febbraio del 1959, arrivato a Roma nel 1976, è rimasto turco pur diventando italiano, e perché i suoi film, dai più riusciti ai più criticati, provocano sempre un’emozione e anche un certo stupore per averla provata. Si capisce perché gli attori lo adorino, anche quando li trasforma, chiedendogli di essere esattamente l’opposto di quello che sono. Nella «Finestra di fronte» un bello come Raoul Bova diventa un osservatore infelice e solitario delle vite degli altri. In «Saturno contro» Ennio Fantastichini, corpulento, tenace, determinato, si trasforma in un gay devastato dal dolore per la perdita del compagno. In «Un giorno perfetto» Valerio Mastandrea, virile, ironico, sornione, acquista i tratti spaventosi del marito abbandonato, capace di uccidere i propri figli. Sempre lo stesso gioco, iniziato dai tempi delle «Fate ignoranti», dove Stefano Accorsi, idolo fascinoso di tanto pubblico femminile, è Michele, amante del marito della vedova Margherita Buy. Di Ozpetek, ha detto Accorsi, «mi piace lo sguardo d’amore sui personaggi». Sguardo identico a quello che il regista lancia entrando in cucina ogni giorno all’ora di pranzo, quando la pasta è quasi cotta dentro l’acqua bollente, lui ripete di essere a dieta, gli amici prendono posto intorno al gran tavolo di legno, un bambino piagnucola in braccio alla mamma, e tutti, almeno per quell’attimo, riescono a dimenticare la fatica inevitabile di vivere.


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