Dalla rassegna stampa Cinema

Tornano i pirati di Radio Rock

CINEMA. Esce in Gb il film sulle radio illegali inglesi degli anni 60. Dieci dj irriverenti e casinari che, tra sesso e droga, sfidano la Bbc da una barca. Presto ottengono 20 milioni di ascoltatori. Attaccano ipocrisie e pregiudizi dell’Inghilterra. E anticipano il ’68.

L’idea era di farne un mix di M.A.S.H. e di Animal House, cioè una commedia irriverente e oltraggiosa, pullulante di tipi stravaganti, con molto sesso, una scarica di battute irriverenti e un messaggio di ribellione. Missione compiuta, per tanti versi. I Love Radio Rock è uno di quei film che ispirano complicità sin dalla prima sequenza, pure ruffiano e nostalgico, ma con un fondo di strafottenza squisitamente british. Non a caso l’ha scritto e diretto Richard Curtis, già sceneggiatore di successi come Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill nonché regista di Love Actually: un 52enne neozelandese cresciuto col rock e il pop inglese, dentro quella temperie culturale, quell’eccentricità acida, quel look inimitabile, da copertina di Srg. Pepper.
In Italia bisognerà attendere il 12 giugno per vederlo. Intanto è uscito in Gran Bretagna, il 1° aprile, tra ottime recensioni, e chissà che I Love Radio Rock, il cui titolo originario recita The Boat That Rocked, più difficile da pronunciare e tuttavia più pertinente, non inauguri un ennesimo revival degli anni Sessanta, musica, abiti e occhialini compresi. Più pazzo e sorridente del nostro Lavorare con lentezza, piantato in una cupa Bologna anni Settanta, il film di Curtis rievoca e reinventa l’epopea gloriosa delle radio pirata britanniche. Correva l’anno 1966, la Bbc mandava in onda solo due ore di rock alla settimana, e così fantasiosi disc-jockey ben sintonizzati sull’aria del tempo presero a trasmettere musica 24 ore al giorno da vecchi barconi trasformati in radio private. Una di queste, ancorata nel mare del Nord a ridosso delle acque territoriali, si chiamava Radio Caroline: e proprio ad essa, cambiandone il nome e insegne, s’è ispirato Curtis nel raccontare l’avventura di Radio Rock.
«Se una radio è libera ma libera veramente / piace anche di più perché libera la mente», avrebbe cantato da noi Eugenio Finardi. Ma volete mettere questi inglesi? Casinari, irriverenti, sessuomani, maldestri, un po’ depravati, volentieri “fumati”, insofferenti al comune senso del pudore, affamati solo di rock. Una decina in tutto, ben felici di vivere stabilmente su una vecchia nave riconvertita, nutriti da una cuoca lesbica e seguiti via radio da circa 20 milioni di compatrioti. È qui che arriva, dopo essere stato espulso da scuola, il diciottenne Carl, inquieto, tenero, ancora vergine. La madre, che fu alquanto spregiudicata, vuole che faccia esperienze di vita: cosa c’è di meglio di quella colorita congrega di gaudenti rock? Ma il successo crescente della radio sta rovinando il sonno al conservatore ministro Dormandy (un Kenneth Branagh di grottesca cattiveria), che detesta «drogati e culattoni», ascolta solo musica classica e vuole farla finita con quella «robaccia». Teorizza: «Il bello del potere è che se una cosa non piace si studia una legge per renderla illegale». Detto fatto. Con l’aiuto di uno zelante portaborse, escogita una legge ad hoc “sui reati marittimi”. Sarà uno scontro epico, per terra e per mare, con un epilogo drammatico alla Titanic, e però senza vittime. Anzi…
Magari I Love Radio Rock è un po’ troppo lungo (135 minuti), qualche digressione poteva essere tagliata, l’effetto-simpatia è cercato a ogni attacco di canzone, circa una quarantina: da Jumpin’ Jack Flash degli Stones a For Your Love degli Yardbirds, da The Wind Cries Mary di Hendrix a My Generation degli Who, passando per Seekers, Kinks, Small Faces, Procol Harum, Cat Stevens, Otis Redding, eccetera. Una colonna sonora “vintage”, certo ruffiana, ma anche molto pensata: quando la stuzzicante Marianne spezzerà il cuore del protagonista, infilandosi nel letto di un collega più navigato, partono le note di So Long, Marianne di Leonard Cohen.
Naturalmente il film, magari esagerando la portata di quella rivoluzione in Fm, attribuisce alle radio pirata un ruolo decisivo nello sviluppo della democrazia britannica, fino ad allora gravata da ipocrisie, pregiudizi e risentimenti post-imperiali. Insomma, quasi un anticipo del Sessantotto, benché in una chiave tutta libertaria, in stile Flower Power, senza gravami ideologici e follie maoiste, all’insegna del motto “Godiamoci la vita”. Infatti è la vitalità esuberante e amorale dell’eclettico equipaggio a rendere I Love Radio Rock un film anche molto spassoso, di un’allegria contagiosa, anche nell’intreccio di storie buffe, batoste sentimentali, sfide western sul pennone (al suono del Morricone di Per qualche dollaro in più), bevute colossali e scherzi del cavolo.
A imporsi sugli altri, per carismatica presenza fisica e grinta sfacciata, è Philip Seymour Hoffman nella parte del dj americano detto “Il Conte”, vero motore della nave del rock; almeno fino a quando non si riaffaccia al microfono, dopo essersi sballato di Lsd, il mitico Gavin incarnato da Rhys Ifans: quasi un sosia di Brian Jones, narcisista e seduttivo, l’idolo delle donne in ascolto (quasi le fa godere con la sua voce). Ma tutti i personaggi sono azzeccati, che siano piacioni, frustrati, o anche molto dandy, come l’animatore-finanziatore della radio, l’aristocratico Quentin di Bill Nighy, che pare uscire, coi suoi bizzarri completi di sartoria, da una scena dei Tenenbaum di Wes Anderson.

07/04/2009


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