Dalla rassegna stampa Cinema

Louise-Michel

Le operaie pagano un killer contro il padrone: gag surreali in una commedia sui licenziamenti … i due registi si divertono a mescolare ulteriormente le carte svelando due ulteriori segreti «sessuali » sui protagonisti…

* * * Un film surreale ed esilarante (tre stelle)

E se gli umili, gli sconfitti, i perdenti riuscissero per una volta a vendicarsi? Se don Chisciotte abbandonasse il suo destino da inguaribile sognatore e per una volta nella vita riuscisse davvero a sconfiggere i mulini a vento? Forse nella realtà non succederà, ma al cinema anche i sogni più audaci possono sperare di avverarsi. Proprio come è successo al film LouiseMichel, che la sua battaglia contro i fantasmi del «buon» cinema e del «buon» gusto l’ha vinta sia sullo schermo, che davanti.

Sullo schermo perché racconta una di quelle storie che in anni più coraggiosi e spregiudicati si sarebbero dette «oltraggiose» e che oggi sembrano condannate al sospetto e alla diffidenza. E davanti allo schermo perché la coppia di registi che la firma — Benoît Delépine e Gustave Kervern — è riuscita non solo a farsi finanziare un film così (da Mathieu Kassovitz e da Arte) ma soprattutto a non farsi omologare con i soliti discorsi sui «gusti del pubblico» e le «aspettative del mercato». E il miracolo maggiore forse è proprio il loro, quello di due autori comici cresciuti alla scuola dell’irriverente programma tv Groland, che nel 2004 per esordire sul grande schermo propongono «un road movie su una sedia a rotelle». E lo girano davvero, interpretandolo anche in coppia (titolo: Aaltra). Mentre il successivo Avida (2006), racconta il tentativo fallimentare di rapire un cane.

Storie improbabili, raccontate con un gusto tutto surreale per le situazioni paradossali, dove l’importante sembra essere soprattutto la ricerca di una logica antitelevisiva («In uno sketch per la televisione bisogna concludere la gag in un minuto altrimenti il pubblico si distrae. Al cinema l’importante è il mistero e la spiegazione di quello che mostri può arrivare anche quando la scena è finita»). E dove serpeggia uno spirito anarcoide che si diverte a scompaginare le regole, le sicurezze e le convenzioni, spirito che i due registi chiamano solo «anar» per evitare ogni politicizzazione. Salvo poi chiamare i protagonisti del loro terzo film come il nome e il cognome di una celeberrima anarchica francese, Louise Michel, esiliata in Oceania dopo aver partecipato alla Comune di Parigi, paladina dei diritti delle donne e infaticabile organizzatrice di scuole libere per figlie del proletariato…

In LouiseMichel il film, le proletarie sono le impiegate di una fabbrica tessile della Piccardia (regione al confine col Belgio) che un giorno si vedono regalare dal loro padrone dei nuovi camici con il nome ricamato sopra, a testimonianza della volontà di andare avanti nonostante la crisi, e il giorno dopo, arrivate al lavoro, trovano la fabbrica completamente vuota, senza neppure più un macchinario. Dieci di loro decidono di mettere in comune la misera liquidazione ma invece di aprire la solita pizzeria, scelgono, su proposta della taciturna Louise (l’attrice belga Yolande Moreau, grandissima), di pagare un killer per uccidere il padrone.

Ad evitare polemiche fuori luogo su ogni possibile deriva «terroristica », il film ha già messo in campo nelle scene precedenti un paio di situazioni irresistibilmente surreali, come un fallimentare tentativo di cremazione o il buco della serratura portabile per «spiare» quando e dove si vuole la donna dei propri desideri (che qui naturalmente è la massiccia Louise, sempre vestita con un castissimo impermeabile). E procede su questo stesso terreno, a metà stralunato e a metà provocatorio, anche quando Louise individua il possibile killer grazie al fatto che perde la sua pistola per strada…

Come a dire che prima di una lettura realistica della storia viene la sua dirompente irriverenza contro ogni tipo di convenzione, a cominciare dal personaggio del killer Michel (Bouli Lanners, «incontournable » come dicono i francesi), che per eliminare i suoi obiettivi implora un paio malati terminali di fargli un «piacere», per continuare con i misteri del capitalismo che renderebbe irreperibile il vero responsabile delle proprie malefatte. Tanto che dopo aver fatto fuori il proprietario della fabbrica in Piccardia, le licenziate scoprono che il «vero» capo starebbe a Bruxelles, poi in Lussemburgo, poi ancora nell’isola di Jersey, innescando una «catena di sant’antonio» di vendette che sembra non dover finire mai (un consiglio: non alzatevi ai titoli di coda. Restate anche dopo). Mentre i due registi si divertono a mescolare ulteriormente le carte svelando due ulteriori segreti «sessuali » sui protagonisti. A dimostrare che forse il capitalismo avrà mille teste sfuggenti ma che le risate possono «tagliarle» tutte. Almeno in questo film.

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