Dalla rassegna stampa Cinema

Per i padroni ci vuole un killer... e la crisi diventa una risata nera

Le operaie di una fabbrica improvvisamente abbandonata dal padrone decidono di vendicarsi… Ricorda qualcosa? Ebbene sì, arriva dalla Francia una commedia nera in qualche modo profetica…

«Mio caro padrone domani ti sparo, farò di tua pelle sapon di somaro» cantava nel ‘69 Paolo Pietrangeli. Ed ora, in tempi di crisi globale come i nostri, in cui sono stati i lavoratori a diventare «sapon di somaro», ecco arrivare dalla Francia un piccolo film culto che sembra proprio ispirato al «vecchio ritornello». Incarnando, oltretutto, le tensioni sociali esplose Oltralpe in questi ultimi mesi.
È Louise Michel, commedia nera dei due geni anarchici del cinema francese: Benoit Delépine e Gustave Kervern, una sorta di Ciprì e Maresco di Francia, formatisi lungamente come sarcastici autori televisivi di programmi satirici e poi approdati sul grande schermo con una manciata di titoli dal carattere surreale e provocatorio (Aaltra, Avida). Come quest’ultimo Louise Michel (nelle sale dal 3 aprile per Fandango) in cui l’ironia e il paradosso sono la chiave di lettura per il nostro presente ormai «standardizzato»: la fabbrica che chiude improvvisamente per essere «delocalizzata», nonostante gli infiniti sacrifici richiesti agli operai per salvare il posto di lavoro e poi una «miseria» offerta loro come indennità per una vita di fatiche.

CHE IDEA? AMMAZZIAMO IL PADRONE

Solo che stavolta le lavoratrici – siamo in una fabbrica tessile – non ci stanno. E come ha «suggerito» il nostro premier (vi ricordate l’esortazione per gli operai Fiat disoccupati?) si danno «da fare»: decidono di ammazzare il padrone. L’idea è di Louise, Yolande Moreau, volto del teatro belga e del cinema francese, che si prende l’incarico di ingaggiare un killer, un «vero professionista» assicura, «figurarsi è quello che ha fatto fuori Kennedy». Ma basta vederlo questo Michel (Bouli Lanners), un ciccione che va in giro ad offrire i suoi «servizi» ai malati terminali, incapace persino di sparare a un cane, per capire che l’impresa si trasformerà in un’avventura paradossale. Raccontata col sarcasmo e l’ironia di due autori che, come dichiarano loro stessi, mettono insieme il cinema dei Dardenne con quello dei Coen. Per sfuggire alla «seriosità» con la quale i film trattano abitualmente la classe operaia. Loro al contrario si augurano che il pubblico possa uscire dalla sala «sorridente, galvanizzato e pronto a combattere».
Ecco dunque l’improbabile viaggio di Louise e Michel in cerca del padrone in fuga, tra paradisi fiscali, miliardari senza scrupoli, ingegneri folli ossessionati dall’11 settembre e manager superpagati che non pagano mai per le loro malefatte. Proprio come i tanti dirigenti che in questi ultimi mesi in Francia (è dell’altro giorno il «rapimento in fabbrica» dei quattro della Caterpillar e del re del lusso Pinault) hanno riempito le cronache per essere stati sequestrati dai loro dipendenti esasperati dai licenziamenti in massa.
Profetico, insomma, questo Louise Michel il cui titolo, non a caso, è un omaggio alla storica eroina della Comune di Parigi del 1871. Del resto lo dicono gli stessi Delepine e Kervern: «Si tratta di un film sull’anarchia. E un film anarchico è un film che rispetta la vita». Che alla sua base ha prima di tutto l’«umanità». «Materia» in via d’estinzione di questi tempi. Ma che trasuda da queste inquadratuure povere, scarne fino all’inverosimile. «La nostra macchina non si muove mai, la musica è pochissima o assente del tutto», rivendicano i due registi decisi a non arrendersi alla pigrizia della «tecnologia e ai cliché». I loro personaggi sono «raccolti» tra gli amici o presi direttamente dalla strada, come la maggior parte delle protagoniste, vere operaie tessili di una fabbrica del Nord della Francia.

ISTINTI PRIMARI

Volti sperduti di persone che «non si ritrovano più dove dovrebbero stare». Che ripetono frasi senza capirne il significato, come il buon Michel che dice: «È importante essere il capo di se stessi». O colti nei loro istinti primari, come la fame che spinge Louise a sgranocchiare un leprotto crudo. E sullo sfondo un paesaggio stravolto dalla furia della globalizzazione, in cui i due poveri protagonisti da killer a caccia di padroni si trasformano in vittime. Si ride con Louise Michel, di un riso «anarchico» e amaro. «Ci piacerebbe – dicono i due registi – se il nostro film che parla di operai, disoccupazione e posti di lavoro, potesse aiutare a cambiare il panorama politico». O magari, chissà, semplicemente «farci restare umani».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.