Dalla rassegna stampa Libri

Pablo Simonetti «Nella vita e nella scrittura sono un sovversivo nascosto»

… Quando mi sono reso conto di essere omosessuale, ho cercato di soffocare questa consapevolezza, quasi non volessi turbare i piani familiari che mi volevano ingegnere nell’azienda paterna, con moglie e figli…

Si entra volentieri nei romanzi di Pablo Simonetti, attirati da una scrittura affabile e ci si ritrova subito in storie di famiglia o di relazioni di coppia, collocate nell’ambito di una borghesia cilena spesso oscillante tra orgoglio e pregiudizio. Madre que estás en los cielos (2004) e La razon de los amantes (2007) pubblicati, con la traduzione di Silvia Bogliolo, dalla casa editrice Corbaccio con il titolo di A giochi fatti (2007) e La ragione degli amanti (2009) sono storie d’architettura complessa ma accattivante, contrassegnate dalla rara capacità di scavare nell’interiorità dei rapporti: non a caso Pablo Simonetti, quarantasettenne ingegnere cileno prestato ormai permanentemente alla letteratura, è uno degli autori sudamericani di maggior successo. Per il suo primo libro, imperniato sulla figura di un’anziana donna gravemente malata che prima di morire decide di scrivere e di chiarire – prima di tutto a se stessa – la storia della sua famiglia, l’autore dichiara di aver attinto alla propria storia «Quella famiglia di immigrati italiani di cui racconta Julia assomiglia alla mia. I miei bisnonni paterni sono approdati in Cile nel 1891 partendo da Roma, mentre i bisnonni materni venivano da Figline Valdarno. Il fatto di appartenere ad una famiglia italiana si è esplicitato in varie forme: nella cucina, nel modello comportamentale, nell’atteggiamento verso la chiesa cattolica. Nel romanzo compaiono molti dei valori vissuti dalla mia famiglia benestante e conservatrice. Quando mi sono reso conto di essere omosessuale, ho cercato di soffocare questa consapevolezza, quasi non volessi turbare i piani familiari che mi volevano ingegnere nell’azienda paterna, con moglie e figli. Ma poi mi sono reso conto che era impossibile continuare a vivere quella che ritenevo un’autentica farsa. Non potevo continuare a fingere di essere ciò che non ero». Nasce da qui il desiderio, dopo la laurea in ingegneria conseguita all’Università Cattolica del Cile, di scrivere: anzi, come precisa Simonetti, di riprendere a scrivere. «Fin da bambino mi ero dedicato alla scrittura, ma me ne ero dimenticato, l’avevo rimosso perché anche l’interesse per la scrittura poteva risultare una minaccia per i progetti familiari». Ma non risultano sprecati gli studi scientifici: «nei numeri ho sempre trovato un immenso piacere e un modo diverso di guardare la realtà. Del resto, la matematica in sé è aspirazione alla bellezza».
Il contrassegno specifico delle sue storie è quella profonda intimità che riesce a stabilire con le sue creature: «la prima cosa che mi capita quando mi accingo a scrivere è la visualizzazione di un personaggio, quello che James definiva “personaggio disponibile”. E’ da qui che si dispiega la mia scrittura, accompagnata sempre da una grande ammirazione per la dimensione umana e la complessità della vita. Cerco sempre di mettermi vicino ai miei personaggi: sono creature relativamente normali ma quello che mi interessa è scoprire progressivamente la loro unicità». Per entrare in questa dimensione sospesa tra convenzionale normalità e sostanziale, talvolta insostenibile, unicità vale la pena andare a leggersi – o rileggersi – l’inizio del suo ultimo romanzo La ragione degli amanti appena pubblicato da Corbaccio (pp. 238, € 18,00), il tipico inizio di un romanzo brillante e forse con un sospetto di convenzionalità. Una sera di ottobre: al Teatro Municipale di Santiago attendono la rappresentazione della Tosca Manuel, giovane e promettente funzionario di banca e la sua ambiziosa moglie Laura, esemplari della media borghesia cittadina incasellati nel loro bell’appartamento come nelle loro abitudini. Intorno a loro, professionisti, imprenditori, giornalisti, politici: mancano due mesi alle elezioni presidenziali del 2000 e il foyer del Teatro di Santiago è senz’altro un ottimo palcoscenico. E’ questo il piccolo mondo dell’oligarchia cilena in cui Laura vorrebbe entrare.
Quando si materializza davanti a loro il seduttivo e disinvolto Diego Lira, Laura prova quel delizioso brivido che annuncia novità. E novità ci saranno, ma non di quelle prevedibili che piacciono tanto a una come lei. In un’intervista pubblicata su Mercurio , uno dei principali quotidiani cileni Pablo Simonetti si definisce un subversivo encubierto ovvero un sovversivo nascosto e infatti lo è, non solo nel romanzo in questione, ma anche nel privato, per la scelta di parlare di omosessualità in modo estremamente naturale e articolato, privandola del suo corredo di facile, e talvolta banalizzante, eccentricità. L’amore omosessuale ha qui le stesse (e diverse, e contrastanti, e ambivalenti) prerogative dell’amore. «Le mie storie si presentano con un approccio che nasce da situazioni reali della vita in cui il lettore si può identificare. Entro nell’intimità dei miei personaggi permettendo al lettore di continuare ad identificarsi con loro: penso che in questo modo sia più facile proporgli un punto di vista nuovo rispetto al sentire comune, all’opinione collettiva. Anche nella vita privata penso di essere una persona tranquilla, che può sembrare integrata: in realtà vedo il mondo con una buona dose di scetticismo perché so come funzionano i meccanismi del potere. Ma è sempre con grande tranquillità che mi accingo a mettere in dubbio, a scuotere la solidità dei pilastri del mondo borghese».
Lavora dall’interno lo scrittore, con un’abilità dissimulata dall’estrema naturalezza, alternando diversi punti di vista e disparate prospettive per smontare l’assioma di un’unica verità. E la sua carta vincente, dal punto di vista narrativo, consiste nel collocare le relazioni personali all’interno di una storia molto più ampia, non solo politico-sociale ma anche culturale e ideologica. «Volevo che in qualche modo la storia di Diego, Manuel e Laura gettasse luce sulla storia del Cile ma anche sulla società mondiale che stava per affrontare il cambio di millennio. Diego si presenta come un uomo ammantato di futuro. Proprio come il Cile che con le elezioni presidenziali ha la possibilità di un radicale cambiamento: Ricardo Lagos è il candidato che incarna la promessa di una società progressista, più giusta e più equa. Diego è uno che ha abbandonato il vecchio potere della sua famiglia, dello studio legale e dell’Opus Dei per diventare il direttore di un quotidiano on line: è Internet a rappresentare il nuovo potere. Diego è il nuovo che si insinua nella vita dei due protagonisti che mentre nutrono aspettative esagerate verso il futuro lo temono profondamente».
E certo non possono essere, non sono personaggi semplici e di facile interpretazione Diego, Manuel e Laura, a dispetto dell’intimità con cui l’autore li percepisce e li fa percepire al lettore. Sono abitanti di una società e di un mondo in transizione, e sono esse stesse creature in transizione, in muta – da una vecchia pelle all’altra – e non sempre, anzi quasi mai per le creature più sensibili, il passaggio è indolore e privo di conseguenze. Sull’attuale situazione cilena, lo scrittore manifesta un deciso ottimismo. «Permangono alcune problematiche sociali, ma si è andata consolidando la democrazia, lo sviluppo economico non ha rinunciato al principio della solidarietà e la cultura sta conoscendo una vera e propria rinascita». Pur collaborando attivamente con associazioni che si occupano dei diritti delle minoranze sessuali non è il tipo da far propaganda nella scrittura. Anche se professa grande ammirazione per Pedro Lemebel, l’autore di Ho paura torero – «Io credo che sia eccezionale perché è riuscito a dimostrare il valore dell’alterità» – per sé sceglie una strada diversa. «A volte mi chiedo se il mio modo di scrivere sia una forma di lotta per la conquista della visibilità e dei diritti della popolazione gay, ma poi mi rendo conto che non è questo il mio interesse dichiarato nella scrittura; quello che mi interessa veramente è contribuire ad aprire un mondo nuovo agli occhi di qualcuno».

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