Dalla rassegna stampa Teatro

Un incontro immaginario tra Sciascia e Pasolini

… Lo scrittore si confessa, parla della sua difficoltà a comprendere l’omosessualità di Pasolini, dichiarandogli però tutta la sua amicizia e stima…

C’è un incontro immaginario tra Sciascia e Pasolini al centro della «Notte delle lucciole», spettacolo poetico e politico che Marco Baliani porta in scena da stasera al Nuovo con la regia di Roberto Andò. Interprete e narratore, Baliani immagina una notte di veglia in cui lo scrittore siciliano si racconta nell’intimo rivolgendosi all’amico friulano da poco scomparso: due protagonisti della parola e del pensiero. Accanto a Baliani, Coco Leonardi e sei giovanissimi attori: Andrea Martorano, Umberto Nesi, Felice Panico, Armando Pizzuti, Alexandre Vella. Baliani, come nasce «La notte delle lucciole»? «È uno spettacolo di suggestione ed emozione, ma per nulla facile perché non c’è trama. In apparenza manca l’appeal principale. È un insieme di frammenti di vita raccontati secondo il mio stile. Abbiamo tratto questo atto unico dagli scritti di Sciascia del ’76-’77 – Pasolini era morto da pochissimo – e qui il siciliano si interroga su vari aspetti dell’esistenza». Come procede il racconto? «Come un percorso di pensiero: c’è lo Sciascia illuminista e contro la corruzione, lo Sciascia poeta di Aldo Moro e maestro elementare nella vecchia scuola di Racalbuto. Lo scrittore si confessa, parla della sua difficoltà a comprendere l’omosessualità di Pasolini, dichiarandogli però tutta la sua amicizia e stima». Lei interpreta Sciascia? «Si, sono Sciascia, ma senza interpretarlo, sono solo uno strumento delle sue parole, come aveva già fatto Gian Maria Volonté. E in questo caso non si tratta di teatro di narrazione, ma di una curiosa mescolanza di stili. Ci sono anche azioni visive, non solo un flusso di parole». L’allestimento? «Accanto a me c’è Coco Leonardi che una volta è il bidello della scuola, un’altra un vecchio pazzo. Oltre a un gruppo di adolescenti che interpretano i ragazzi di strada di Pasolini ma anche gli alunni della scuola di Racalbuto. Sulla scena ci sono banchi di scuola accatastati alla rinfusa che ad un tratto si trasformano in aula scolastica». Lei è considerato il precursore del teatro di narrazione in Italia. «Nel 1988 ho creato un genere portando in scena ”Kohlhass”. Tutto è nato anni prima però, nel 1984, quando lavoravo con i ragazzi in teatro raccontando loro delle storie. Erano giovani disagiati ed io provavo a coinvolgerli. Mi accorsi di avere un talento particolare, poi ovviamente ho affinato la tecnica. Ma la narrazione fine a se stessa non mi interessa, io la fondo con il teatro, creando una commistione». E l’avventura a Nairobi iniziata nel 2004 che ha poi partorito libro, spettacolo e video del «Pinocchio nero»? In quel caso si è trattato di pronto soccorso sociale, ho usato il teatro per portar via dalla strada tanti adolescenti sbandati chiamati ”chokora”, che sniffavano colla e avevano il destino già segnato. È stata un’esperienza che umanamente mi ha dato più di tutto il teatro fatto in Italia. Alcuni dei ragazzi poi sono venuti qui per fare lo spettacolo con me e il filo non si più interrotto. Ogni tanto torno lì, ma vado anche in altre parti dell’Africa. È un volontariato artistico che mi rende orgoglioso».

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