Dalla rassegna stampa Libri

Torna Carlo Coccioli un «grande minore» del nostro Novecento

Negli anni 50 fece discutere il suo romanzo sull’omosessualità

Sironi ristampa «Davide» che lo scrittore scrisse nel 1976

Torna in libreria un «grande minore» della narrativa del secondo Novecento, un autore irregolare, eterodosso, una sorta di «marziano» delle patrie lettere. Parliamo di Carlo Coccioli, di cui Sironi ha appena ripubblicato Davide (pp. 352, euro 17,00), uscito per la prima volta nel 1976, quando entrò nella cinquina del Campiello. Il merito di questa riproposta va a Giulio Mozzi, il quale, affascinato dalla scrittura e dalla tensione intellettuale di questo autore, ha deciso che valeva la pena scommettere su un narratore difficile, ma di grande interesse. Non è un caso che i «coccioliani» si siano raccolti in questi ultimi anni (a partire da una sponsorizzazione d’eccellenza come quella di Pier Vittorio Tondelli negli Ottanta) in gruppi e fan club legati da un vero e proprio «culto» attorno a questa figura così sfuggente.
Il suo romanzo Il cielo e la terra (1950) vendette alla sua uscita in Francia un milione e 200mila copie. Quando gli editori lessero il manoscritto dell’opera successiva, Fabrizio Lupo, lo avvisarono che con quel testo avrebbe perso gran parte della sua popolarità. Perché si era negli anni 50 e il libro affrontava in maniera esplicita un tema allora indigesto: l’omosessualità. Coccioli, però, decise di pubblicarlo, e l’opera fu un vero caso, la cui portata andò ben al di là dell’ambito letterario. Fabrizio Lupo raccontava le ansie e le difficoltà di un ragazzo cattolico alle prese con la scoperta della propria diversità. Fu come infrangere un tabù secolare: lo scrittore ricevette migliaia di lettere, sia di plauso che di rimbrotto, e fu duramente attaccato dalla Chiesa. L’ansia religiosa è un tratto distintivo della figura di Coccioli, una religiosità all’insegna di un nomadismo spirituale che l’ha portato dal cristianesimo all’ebraismo, dall’induismo al buddismo e allo scintoismo. E proprio alla fase di avvicinamento all’ebraismo si collega, nel ’76, l’uscita di questo Davide. Forse non il suo libro più importante ma di certo un lavoro di assoluta originalità nel panorama della narrativa di allora. La struttura del testo sembra essere modellata su un grande antecedente, le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Si tratta infatti di una grande «biografia apocrifa» del re biblico Davide, che, anziano e malato, rievoca la propria vita. Tutto in un serrato dialogo con Dio, a colloquio con il quale rilegge la sua vicenda esistenziale alla ricerca di un senso. Quello con la divinità è un rapporto intenso e quasi ossessivo, in cui anche il peccato e l’infedeltà sono superati da un amore, appassionato e passionale, che tutto comprende.
Autobiografia apocrifa. Dicevamo «autobiografia apocrifa». Eppure la fedeltà al dettato biblico è pressoché assoluta, pur con la necessaria dose di invenzione letteraria. L’andamento dell’opera è di tipo riflessivo e digressivo, e a tratti il lettore sente la mancanza di uno schema narrativo più lineare. Molti capolavori della narrativa del 900 hanno sistematicamente rinunciato alla «trama» e qui c’è anche una necessità interna: il testo cerca di rendere così il modo spontaneo e disordinato con cui i ricordi rampollano nella memoria del protagonista.
Ora, letto questo Davide, si fa ancora più acuto il desiderio di avere a disposizione gli altri titoli della ricca bibliografia coccioliana. Chissà se Sironi ha in cantiere la riproposta di altre sue opere. Ma forse sarebbe il momento che anche le case editrici maggiori si accorgessero di lui. Il quale in vita non ha avuto molta fortuna. Scomparso nell’estate del 2003, dopo una vita trascorsa in volontario esilio, sarebbe bello che potesse tornare a casa. Almeno con i suoi libri.

L’AUTORE

Nato a Livorno nel 1920, Carlo Coccioli lascia il nostro Paese nel 1949, trasferendosi prima a Parigi e, dal 1953, a Città del Messico. Poliglotta, scrisse in italiano, francese e spagnolo

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