Dalla rassegna stampa Cinema

L'Italia politica vista con grande «malizia»

Salvatore Samperi, oggi i funerali

LUTTI
Cercando notizie sulla morte di Salvatore Samperi, scopro che è scomparsa non più di un mese fa anche la bellissima danese Katrine Michelsen, che il regista lanciò in Le bonne (1986), storia di sesso, provincia e crisi del comunismo negli anni ’50, e poi ritrovammo nel più blasonato Idioti di Lars Von Trier. In qualche modo attorno al cinema erotico-politico degli anni ’60 e ’70, si respira un’aria di lutto e disfacimento che sembra far parte più della crisi di ideologia europea che non di quella del cinema sexy. Anche se il cinema di Samperi non è etichettabile solo come sexy. «Ho fatto 20 film, se molti non li avessi fatti non avrei perso niente io e neppure il cinema», diceva con qualche rimpianto nel 1995. Molti dei suoi film non solo furono campioni d’incasso, ma segnarono il loro tempo.
Nato a Padova nel 1944, Samperi non finisce l’università per seguire il Movimento Studentesco e il Centro Sperimentale di Roma. È lì che conosce la generazione «Rosati», cioè Bellocchio, Bertolucci, Faenza, Agosti. In un gioco di scambi e di amicizia, è attore in Partner di Bertolucci, segretario di edizione per Marco Ferreri, sceneggiatore in Equinozio di Ponzi. Il produttore del suo primo film, Grazie zia, uscito in pieno ’68, è Enzo Doria, lo stesso dei Pugni in tasca (1965) di Bellocchio. «Avremmo potuto essere la United Artists italiana – ricordava – ma non siamo stati in grado di gestirci. Ognuno ha continuato per conto suo». Se Grazie zia ottiene un successo pauroso combinando i temi di I pugni in tasca con una storia di sesso fra il giovane Lou Castel e la bella zia Lisa Gastoni, il successivo Cuore di mamma (1969) con Carla Gravina, scritto assieme a Dacia Maraini, decisamente più politico e femminista, è anche meno riuscito. Non ebbe successo nemmeno Uccidete il vitello grasso e arrostitelo (1970), interpretato da Jean Sorel e Marilù Tolo, dove Samperi tornava alla sua Padova per una rivisitazione erotico-politica della parabola del Figliol Prodigo.
Nei primi anni ’70, si lancia in operazioni curiose, contaminando la nostra commedia con sottotesti politici, e usando attori popolari come Lino Toffolo e Paolo Villaggio. Nascono così Un’anguilla da trecento milioni, uno dei suoi film migliori, e Beati i ricchi, piccole storielle di provincia che nascondono veleni di un’Italia per nulla tranquilla. «Negli anni ’70 si arriva al confronto diretto con la militanza e le scelte politiche del decennio precedente, e gli eventuali flirt con i gruppi. Il ’73 è cruciale – sarà stato il Cile -, già si respirava l’aria che portava alla lotta armata». Prima di diventare attivista radicale (lo sarà fin dal ’75), Samperi, arriva al suo più grande successo, Malizia (1973), scritto assieme a Ottavio Jemma, interpretato da Laura Antonelli, Turi Ferro e il giovane Alessandro Momo. Ripete, nell’Acireale degli anni ’50, il meccanismo che aveva funzionato in Grazie zia, cioè il confronto, quasi western, tra l’uomo (giovane) e la donna (più matura) all’interno di un quadro di borghesia italiana in cambiamento. Grazie all’Antonelli, ai dialoghi siciliani di Jemma, alla fotografia di Storaro alla Ultimo tango, il film diventa un classico, ma è l’invenzione del plot e la dosatura dei personaggi a farne un modello per il filone sexy che dominò l’Italia degli anni ’70. «Quello che io amavo in Malizia, era il ragazzino che tira calci al pallone e colpisce la bara della madre, le occhiate e le complicità col padre più vecchio, le meschinità e la dolcezza del personaggio di Turi Ferro, il bambino che non vuole baciare la nonna perché non ne sopporta l’odore».
Quasi tutto il cinema erotico-provinciale successivo gli deve molto. Lo stesso Samperi, solo un anno dopo, sforna ben due sotto-Malizia, Peccato veniale, con l’Antonelli e una giovane Monica Guerritore, e La sbandata, che produce, scrive e, segretamente, dirige, con Domenico Modugno e Eleonora Giorgi. Nel 1976 recupera Lisa Gastoni per Scandalo, ma il genere è ormai agli sgoccioli. Con Sturmtruppen (1976) tratto dai fumetti di Bonvi si inserisce nel filone del militaresco demenziale, ma lo fa con un certo gusto e un cast strepitoso di comici, da Toffolo a Pozzetto, da Teocoli a Boldi. Torna a giocare le carte dello scandalo e della trasgressione con Nenè (1977), che vede un amore interazziale tra il mulatto Alberto Lancemi e Leonora Fani, e Ernesto (1979), tratto dal romanzo di Umberto Saba, che mette in scena i primi amori omosessuali dello scrittore. Se nella commedia Amore in prima classe (1979), con la coppia Enrico Montesano-Sylvia Kristel, non si sente a proprio agio, la pre-vanzinata scolastica Liquirizia (1979) è uno dei film più amati non solo dai fan del cinema di genere, ma anche dallo stesso regista. «In Liquirizia c’era la confusione, la scuola. Ha dato la stura a un certo tipo di film, poi sono arrivati i Vanzina». Con Casta e pura (1981) torna a lavorare con Laura Antonelli, lo sceneggiatore Jemma e un gran cast, Vai alla grande (1983) è un giovanilistico minore, ma Fotografando Patrizia (1984), con una Monica Guerritore supersexy, inaugura il filone dell’erotico-intellettuale anni ’80.
Con la fine del cinema erotico, Samperi si trova spiazzato. Malizia 2000 (1991), atteso sequel con l’Antonelli e Turi Ferro, si rivela un disastro per tutti, visto che la protagonista si ritroverà sfigurata per un’operazione di chirurgia estetica sbagliata affrontata proprio per poter girare il film e Samperi finirà ai margini del cinema. E anche dalla tv: dopo la sua prima fiction, Dov’eri quella notte? (1991) con Kim Rossi Stuart, non girerà nulla per 13 anni. Si costruirà una barca di cinque metri, andrà a vivere a Trevignano, vicino a Roma, e soffrirà non poco. Ritroverà il successo in tv, con Madame (2004) con Nancy Brilli, scritto da Maurizio Costanzo, e L’onore e il rispetto (2006) con Gabriel Garko. E per 10 anni cercherà di terminare quello che doveva essere il film del suo ritorno, Estrenando suenos, coproduzione italo-argentina con Claudia Cardinale. Data di uscita prevista, il 2009.

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