Dalla rassegna stampa Libri

Paolo Poli «Mi paragonano a Dario Fo ma io sono più carina»

… Giovanni Pannacci che ha da poco pubblicato per la Giulio Perrone Editore il libro Siamo tutte delle gran bugiarde (95 pp. 11 euro), una approfondita conversazione con l’attore Paolo Poli, in cui se ne ripercorre la lunga carriera, gli incontri, le passioni…

«Tutte noi siamo bugiarde, si mettono le frange alla realtà perché l’immaginazione allunga la vita». In questa frase sono racchiusi tutti gli aspetti salienti dell’arte e della personalità di Paolo Poli. La recitazione come menzogna, il trasformismo, la gioiosa vitalità. È presente pure quel mix di sfrontatezza (il parlare di sé al femminile), eleganza ed intelligenza, che il grande attore teatrale nato a Firenze nel 1929 è solito utilizzare con tutti i suoi interlocutori. Lo sa bene lo scrittore Giovanni Pannacci che ha da poco pubblicato per la Giulio Perrone Editore il libro Siamo tutte delle gran bugiarde (95 pp. 11 euro), una approfondita conversazione con l’attore Paolo Poli, in cui se ne ripercorre la lunga carriera, gli incontri, le passioni.
L’occasione è fornita dal traguardo degli ottanta anni, che l’artista taglierà a maggio di quest’anno. L’età anagrafica però non sembra scalfire la carica vitale, l’allegria e la professionalità di Poli. L’attore infatti sta girando la penisola con il suo ultimo spettacolo, i Sillabari , tratto liberamente da Goffredo Parise, una serie di quadri di varia umanità, un vero e proprio dizionario sentimentale che, attraverso l’uso di canzonette, descrive l’Italia di metà ‘900. «Ho preso 18 racconti di Parise e li ho intervallati da quadri musicali – chiarisce l’attore, ora in scena a Napoli e tra qualche settimana nella capitale – con le canzoni che spiegano anche all’uomo della strada meno preparato il periodo storico che si attraversa, quello della Seconda Guerra Mondiale, che seminò una grande scissione tra il prima e il dopo nell’etica, nel costume, nella musica, in tutto». La scelta dell’opera di Parise non appare casuale. Poli e lo scrittore sono infatti più o meno coetanei e la Seconda Guerra Mondiale è stata un momento di passaggio importante nella vita dell’attore e per il futuro del Paese. «L’età evolutiva – dice Poli – era quella in cui ci si chiede in che mondo siamo capitati, si cerca di capire e se anche non lo si capisce, si vive ugualmente. Si dice spesso che quello fosse un periodo di transizione, ma tutti i periodi sono di transizione tra il prima e il dopo. La gente ha poca memoria, invece si dovrebbe ricordare la dittatura, perché ci si ricasca in continuazione».
All’epoca, dopo la fine del conflitto, il giovane Poli inizia a muovere i primi passi sui palcoscenici d’Italia e ad affermarsi come uno dei più creativi artisti della nostra scena teatrale con spettacoli che coniugano il gusto per la parodia, dello sberleffo, con l’amore per la musica e per un linguaggio colto e imprevedibile. Senza tralasciare la passione per la continua trasformazione fisica e vocale, che ne fa uno degli attori più poliedrici del Paese. «Non sono la classica figura di attore borghese – è quanto dichiara Poli a proposito del suo trasformismo – infatti mi piacciono tanti tipi di personaggi diversi: giovani, vecchi, uomini, donne, bambini. Non importa. Pur di non essere io al centro della scena. Savinio, il fratello di De Chirico, quando fece il suo autoritratto si dipinse senza lineamenti e con una parrucca di capelli foltissimi perché in realtà era calvo. Così piacerebbe anche a me. Anche Mina si vestiva in modi diversissimi: era una buona figliola di Cremona e invece si agghindava da “tigre”, con il consiglio anche di grandi costumisti come Danilo Donati e Gherardi, che un giorno le disse: “Levati le sopracciglia e tingiti di nero i nei”».
Paolo Poli è così: ogni domanda suscita in lui una serie di ricordi, mescolati a citazioni e sberleffi. Sempre di Mina parla anche quando gli si chiede cosa offra il teatro più di quel cinema, che lui ha iniziato a frequentare molto giovane e poi ha abbandonato. «Il teatro è dal vivo, il pubblico mi dà l’applauso. Mina dice che a lei non interessa l’applauso, a me invece sì. Quando vedo la gente ingrugnita, incazzata nera che dopo un po’ sorride e mi guarda benevolmente, bene, questa è una delle più grandi emozioni che ho provato nella mia vita».
È difficile credere che ancora oggi, dopo più di 50 anni di carriera, Poli riesca ad emozionarsi sul palco, come fosse la prima volta. Eppure è proprio l’amore che ha sempre dimostrato verso il pubblico, a far sì che questo lo ricambi con fedeltà, stima e rispetto. Anche perché il suo pubblico Poli lo è andato a stanare dappertutto, «sui palcoscenici di tutta Italia, anche quelli più lontani, su per le montagne. Mi piace andare a scovare il pubblico, perché sono curioso della gente che non sa, la gente vera e povera, non dei vincitori ma dei “vinti”, quelli di Verga. Invece non mi piace il club della menopausa. Purtroppo anche domani mattina devo fare una chiacchierata con le signore al museo delle statue».
Il suo proverbiale sarcasmo Poli non lo indirizza solo verso la nobiltà imbolsita e stantia che spesso è costretto a frequentare in giro per l’Italia, ma verso tutti e tutte. L’estroversione, l’approccio diretto alla vita e alle persone, una omosessualità sfrontata ma mai ostentata ne fanno un personaggio unico, irriverente, ma pieno di grazia. «Credo di aver preso questi aspetti del carattere col Dna, mi piace stare in mezzo alla gente. Ora da vecchio – dice con naturalezza, senza alcuna malinconia – i miei tempi si accorciano, il respiro mi manca, la biologia impedisce diverse cose». D’altronde gli anni sono passati anche per Poli che, instancabile, con i suoi spettacoli ha attraversato mezzo secolo di storia del teatro italiano, potendone scorgere ogni cambiamento. Quando esordì, ricorda, «si faceva una lunga gavetta e si faceva tutto dal vivo. La musica non c’era. Siamo stati io, Dario Fo, Laura Betti a mettere le prime canzoncine in scena. Allora erano tutti preoccupati perché si domandavano se fosse prosa o rivista. Idiozie. Così ho visto cambiare il teatro ma anche arrivare un pubblico nuovo. Quando cominciai avevo poca gente in teatro. Ricordo che una volta c’erano solo sette persone e allora dissi: “Venite in prima fila e faremo Biancaneve e i sette nani”. Un’altra volta erano in dodici e dissi loro: “Venite in prima fila, faremo Gesù Cristo e i dodici apostoli e vista la sua carriera, spero di fare benino anch’io”. Ora vedo palchi interi pieni di ragazzi giovani, vengono a prezzo stracciato certo, però vengono».
Per la sua vena poetica e surreale, per la sua comicità e i giochi linguistici, Poli è spesso accostato alla figura di Dario Fo. «Ci accomuna l’eredità delle maschere. In Italia non abbiamo autori teatrali, né un Moliere né Shakespeare. Abbiamo soltanto il teatro delle maschere perché noi di teatro, levata La Mandragola di Machiavelli, Goldoni e Pirandello, non abbiamo altro. Son contento che Fo finalmente abbia ricevuto il riconoscimento del Nobel, perché lui è l’ultimo Pulcinella». C’è però una differenza sostanziale che lo separa da Dario Fo. E Poli la dice con la solita ironia. «Se posso dir la mia, io sono più bella. Sono fisicamente più carina».
Altro argomento, altri voli pindarici. Di tutti i ruoli affrontati nella lunga carriera l’attore rammenta con più affetto i meno riusciti. «A volte le mamme amano il bambino con l’occhio storto. Non è quello più fortunato che a volte piace, anche perché i più fortunati li ho fatti tante di quelle volte. Ieri sera – e via ancora con i ricordi – si è fermato il disco della musica e allora ho continuato a parlare, improvvisando. Ho raccontato di quando c’erano i bombardamenti e la mia nonna diceva che avrebbe raccontato la barzelletta con la merda, che fa sempre ridere. Poi diceva: “Ora che state ascoltando le barzellette, non pensate ai bombardamenti. Diciamo il rosario. Paolo intonalo tu che sei il più giovane e non hai fatto peccati”. E io iniziavo a pregare in latino. Ho pregato tanto l’angelo custode e poi mi dissero che non c’era. Ci sono rimasto molto male».
Pochi rimpianti, ma qualche desiderio irrealizzato l’attore ancora ce l’ha. «Non ho fatto né Cappuccetto Rosso né il Lupo – ironizza – sono indeciso tra i due, ma ci penserò». E non stupirebbe affatto se l’artista fiorentino, sulla soglia degli ottant’anni, indossasse cuffia, parrucca e grembiulino per incarnare la dolce bambina della favola di Perrault o il lupo cattivo: un ennesimo travestimento, un’ulteriore trasformazione da affiancare alla lunga schiera di ruoli e personaggi maschili e, soprattutto, femminili incarnati negli anni.
Ascoltare Poli mentre racconta con allegria della sua vita e della sua carriera è un piacere che si vorrebbe durasse in eterno. Ma ad un tratto l’attore vola via all’improvviso, con un’ultima battuta: deve lasciare il palcoscenico libero «perché – dice – i miei operai, degli uomini forzuti bellissimi col pelo sulle braccia e fra le poppe, devono cambiare la scena e martellare dappertutto».

25/2/2009

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